TRENO MERCI – Sembrava mestizia..

” In principio eravamo semplici, energici, liberi, spensierati e leggeri. Crescendo, alla nostra potente locomotiva è stato dato un indirizzo culturale, dei binari, e qualche vagone che abbiamo accolto come naturale evoluzione.
L’educazione, l’ambiente sociale, geografico, politico: tutto questo aggiunge a suo modo un nuovo carico che accettiamo e come tale accatastiamo lì, confusamente dentro a quei vagoni, riempiti, appesantiti uno dopo l’altro.
Ma poi col tempo la nostra trazione ha cominciato ad essere più farraginosa, lenta. E solo allora, con colpevole ritardo, voltandoci scopriamo che quei vagoni ci hanno trasformati in un interminabile treno merci.”

Il pezzo precedente, “Sembrerebbe un pezzo di pura mestizia” – che potete leggere qui – e che sbrigativamente riassunto tratta dell’ammissione della mia bruttezza, a me stesso prima che agli altri, è l’esatto esempio di come iniziare ad alleggerire il convoglio, cominciando a sganciare alcuni pesantissimi vagoni, e farlo per una semplice ragione; perchè osservandone il contenuto li scopriamo pieni zeppi di robaccia totalmente inutile, vecchie convinzioni a cui non crediamo più da un pezzo. Inutili ancore incagliate a un fondale che non più ci appartiene.

Curiosamente, persone a me molto legate hanno preso sin troppo seriamente il contenuto del precedente pezzo, preoccupati che avesse a che fare con una sorta di crisi personale profonda, crollo di autostima, depressione.. niente di tutto questo. Non era mia intenzione auto commiserarmi, non troppo seriamente quantomeno.. e il filo auto ironico presente credevo potesse spiccare nel senso generale dell’opera, così come il titolo stesso attraverso quel condizionale “Sembrerebbe..” sarebbe dovuto essere indizio di uno scenario alternativo, parallelo; un upside-down.
Evidentemente rimasto solo nella testa del poco bravo e pure brutto autore: io.

L’obiettivo era avversare la logica di questa malata era Social che esige sempre e solo l’immagine migliore di sè, ritoccata, filtrata, dopata.. non la verità – o la versione più possibile vicina ad essa – ma la menzogna travestita da verità, a cui finiamo noi stessi pateticamente per credere.
Testimoniare la mia bruttezza. Mettere in risalto i miei difetti anzichè nasconderli. Perchè in fondo a ben pensarci… ma chissenefrega? Qual è il problema? Vi domando; che cosa cambia? Esatto, nulla. È solo roba pesante e inutile che con un po’ di auto-ironia svanisce mostrandosi per quello che è: esatto, nulla.
Vuole essere una sveglia per chi vive questo tempo con perenne insoddisfazione e non sa spiegarsi il perchè, per chi compra cose perchè la moda va in quella direzione, per chi segue il flusso passivamente lasciandosi convincere che la felicità passi dall’avere anzichè dall’essere, e che le priorità della vita siano quelle raccontate dal sistema mediaticonsumisticapitalistico, abilmente studiato per omologare, rendere simili e quindi meglio controllabili, influenzabili.

Questo ipotetico regime occulto esiste, eccome. Ma è astratto, non costringe nessuno a restare con la forza. È semplicemente attraente nella sua forma, confortante nella sua stessa estetica, ti ammalia con una narrazione che promette di porre fine ai tuoi problemi, con la sola “innocente” colpa di omettere gli effetti collaterali, spesso simil mortali che porta con sè, specie se somministrata come unico “pasto” della giornata.
Si è così creata un’infantile rincorsa a inseguire ciò che non si possiede, piagnucolando, riconoscendo in quella mancanza la ragione del proprio malessere, onde poi ottenerlo e presto scoprire che non era quello, ancora una volta, il motivo del disagio.

Che sia dunque sbagliato cercare all’esterno la cura?
Che si debba partire dall’ascoltare dentro cosa siamo prima di affacciarci làffuori?
Che sia forse questo sistema divenuto troppo materiale e razionale?
Che ne è del (non necessariamente religioso) lato interiore spirituale, lento, introspettivo? È forse travolto dal famelico bisogno di istantaneità, 5G, fibra, tutto e subito in cui ci siamo cacciati?

Giovani generazioni, soprattutto voi che nascete già digitali, siate vigili. Io credo che solo rispettando il proprio essere autentico si possa ambire ad una vita quanto più serena possibile in termini di pace interiore. Solo rispettando e riconoscendo noi stessi, anche e soprattutto attraverso il riconoscere cosa non siamo, possiamo avvicinarci al nostro potenziale.. e a quel punto, solo a quel punto riusciremo ad affacciarci al mondo senza più scomode zavorre. Finalmente sereni.

Occorre un pensiero proprio, intimo, per avversare tutto ciò. Un lavoro interiore costante, una vera e propria sfida, per vivere nel proprio tempo, senza rinnegarlo, accettare le regole del gioco, utilizzare gli strumenti che esso offre, restare aggiornati, ma costruirsi la propria tana, il proprio spazio interiore, immateriale, inattaccabile, fondato sulla consapevolezza di sè, rispettoso della propria natura autentica, attratti ma non inghiottiti da tutto questo gran trambusto. Sempre coscienti.
Serve arredare se stessi col giusto stile, riconoscere le omologazioni, attraenti ma impersonali, che gli influencer inculcano, siano essi influenzatori social, del cinema, delle pubblicità, della musica, o siano essi i grandi padroni del mondo commerciale, o gli algoritmi dei big data, che ci veicolano ove conviene a loro per perseguire (più o meno) giustamente il proprio modello di business. Serve essere fieramente originali, simili ma orgogliosamente differenti, unici.

È un percorso singolo, che ognuno deve compiere da solo, una sfida, forse l’unica vera rivoluzione culturale possibile, certamente utopistica.
Ma in attesa di idee migliori, io comincio da qui, dal mio mondo: da me.

Questo. Tutto questo. Dentro quel pezzo che sembrava essere fatto di pura mestizia, dietro le quinte di quel pezzo, tra le righe di quel pezzo, nelle sue sfumature… c’era tutto questo.

 

 

LA VITA È

Il 18 Luglio è data nefasta. Sono oggi Ventisette anni da quel giorno terribile, e oggi come allora mi chiedo quale senso abbia avuto ciò che accadde. Eppur la verità a cui sono giunto, è che voler trovare un senso all’esistenza significa affrontare la questione da una prospettiva profondamente sbagliata. La Vità è già di per sè un Senso. La vita non ha, ma è. Ausiliari simili eppur differenti. La fragilità dei nostri corpi, che il tempo dapprima cresce e rinforza, e poi deteriora e distrugge. La discrepanza tra corpo e mente, che quando quest’ultima raggiunge una coscienza rassicurante, il primo è ormai non più prestante per esprimere tutte le potenzialità che avrebbe invece potuto esplodere in passato. Una specie di condanna quella della mente, ostaggio di un corpo che non necessariamente la rappresenta, intrappolata in limiti fisici, estetici a volte, che non la fanno emergere appieno. A cui aggiungere le leggi chimiche e fisiche di questo pianeta, che come Ventisette anni fa, per futili motivi possono annientare una giovane vita. Mi perdo in queste pieghe, pensieri ondivaghi che hanno un capo ma non una coda, mi perdo mentre i miei giorni scorrono, ora particolarmente ricchi di stimoli, novità, incognite belle e meno belle, questioni esistenziali forti, necessità via via sempre più vitali, futuro non più così anteriore da onorare con scelte forti e coraggiose, scelte che cambieranno tutto e in fondo.. niente. Che in fondo basta vivere togliendosi un po’ di lucchetti, vivere come meglio viene, condividendo, con le braccia spalancate e un sorriso fiero rivolto al cielo. Anche quando piove. Consapevoli che se piove prima o poi tornerà il sole. E se c’è il sole, prima o poi tornerà la pioggia. Usando il senno.. ma coscienti che tanto la vita è già un senso. È già tutto qui.

A Carol.

CITARE NIETZSCHE SENZA SAPERNE UN GRANCHÈ

Lo scorrer del tempo offusca le unità di cui son composte le misure, decifrar se stessi e comprender a fondo che il lento sovrapporsi delle stagioni ti ha reso differente, maturo, sin anche vecchio in relazione a certi ambienti, divien di non facil acquisizione.

Non forse i tuoi occhi vedon attorno a lor lo stesso mondo? Non forse ancor continui ad esser quello stesso ragazzo che mestiera da anni in codesto ambiente?

Eppur la realtà ti prende a schiaffi quando citi ai tuoi scudieri quel gran giocatore che fu Rui Costa ed essi ti rispondon ch’eran sin troppo piccini per ben rimembrar le eleganti gesta del portoghese, che lo conoscon certo per la fama, come io di Pelè potrei dire, il chè mi lascia silenziose ferite nel constatar che ventanni quasi son passati dai miei esordi e trentasei son le primavere che mi appresto a festeggiar, e a dir il vero nacqui ad agosto, e allora son estati, le trentasei, e poi da festeggiar c’è ben poco, che nel mestier mio “trentasei” è l’autunno della carriera e il futuro è raggelante, spoglio; inverno.

È un proseguir continuo, una lenta evoluzione del proprio io che va silenziosamente aggiornandosi, stillicidio di gocce accatastate l’una sull’altra entro quel vaso che come da copione la goccia di troppo a un tratto fa traboccar e crear un fottuto sconquasso tutto intorno.

Sai che arriverà quel nefasto dì, quella goccia, dannazione se lo sai, ma poi nebbiosamente il pensier s’accantona, ridotto a icona, sommerso come sei dal quotidiano vivere.

Subentra l’umana propensione a difender se stessa da scenari infausti, quel senso di ineluttabilità che sfugge alla razional ragione, il cui manifesto è ben espresso dal secolar interrogativo su quale sia il senso della vita, e quindi della morte.

Il proprio io trova dunque necessario rifugio nel tepore dello Spirito Apollineo, acutamente da Nietzsche definito come ordine artificiale necessario a crear armonia e razionalità là dove il caos prospererebbe e indurrebbe a smarrimento.

Eppur ciclico come ruota, ritorna quel dì in cui Apollo lascia spazio a Dioniso, il suo alter ego, e riemerge il pensier nichilista sull’assenza di senso, tilt cerebrale in cui il gelo polare torna prepotente a seppellirti sotto una coltre di nevosi interrogativi.

Orbene è questa la condanna umana? Richieder ostinatamente il senso delle cose sin anche là dove il senso non s’ha da avere? 

Forse.

Ma è altresi vera verità che la vita ha una sola direzione temporale; va in avanti. Par banale, ma ogni volta che lo riscopri il presente si veste di nuovi panni, e acquisisce più consistenza, più valore.

Prendi coscienza di avere coscienza. Oggi. Adesso. Qui.

E così io, ora, come a scuola il preside fa con l’indisciplinato alunno, recito il ruolo di preside di me stesso, e convoco l’indisciplinato io, per aggiornarlo sulle priorità che cambiano, e lo induco a liberarsi di zavorre che prima mai avrei ritenuto tali, fondanti priorità ora non più essenziali, in fondo non funzionali. Non più.

Significa forse questo, crescere? Saper rinunziar a qualcosa che pur ancora ami, prendendo coscienza che essa ha ormai esaurito la sua forza? E fino a che punto lottar per mantenere in vita un amore.. in fin di vita? Quando, mi domando, smettere di lottare per esso, senza sentirsi vigliacchi e vili?

Il pensier qui si placa, al cospetto di interrogatori colmi di tali e tanti interrogativi, e il bello è forse proprio codesto; Non saper, a questi, replicar.

L’umana condizione prevede il ragionamento e prevede interrogativi da snodare, ma prevede altresì l’assenza di risposte nette, chiare e certe. Esse son semmai da ricercar nella pratica, sul campo, giorno per giorno, con incontri, relazioni, esperienze.. perché in mezzo a questo meraviglioso postaccio che è la vita, ciò su cui si può agire, per provare a determinare qualcosa che consenta di aver ricordi lustri e futuro migliore, accade solo in diretta.

E la vita cos’altro è se non una lunga, folle, eterna diretta?

CRYING @ THE (Masnago) DISCOTEQUE

“Ma stai piangendo?” – mi ha chiesto, interrogativa, la mia ragazza. “Non essere ridicola” – le avrei voluto rispondere, mostrandomi ai suoi occhi rassicurante e maschio come Jason Statham. Ma siccome io e J.S. in comune abbiamo soltanto la calvizie, l’ho abbracciata e nascondendo il mio volto lacrimoso tra i suoi capelli, le ho risposto con uno stonato: “SiiIIIi, NOn IMMAginAVo TUtTo quESTOoO..” non riuscendo a controllare bene il volume della voce come accade quando si cerca di trattenere forzosamente il pianto. Perchè in questo mondo pare che mostrarsi vulnerabile non stia mica bene. È un attimo che poi finisci sui social, la tua ragazza ti schifa, gli amici ti emarginano, gli estranei ti bullizzano, la banca ti toglie il Fido, Sky ti porta via il decoder.. Cose così. Sono tempi strani.

Il motivo di tale perdita di dignità non è di facile spiegazione, occorrerebbe un po’ di empatia, cosa che tuttavia dovreste avere “di serie” in quanto esseri umani. Ebbene la causa scatenante è stato il mio ritorno al palazzetto di Varese dopo immemore tempo. Non all’ingresso, ma un po’ più tardi, dopo aver già preso posto. È stato quando una palla rubata dal nostro Thomas Scrubb si è tramutata in un contropiede in campo aperto tra il boato del pubblico diventato un’esplosione quando il biancorosso ha chiuso l’azione con la schiacciata mancina. Eccolo, il preciso istante in cui – inaspettato – è eruttato dentro me un vulcano. Sopite emozioni sono riaffiorate tutte insieme e si sono rovesciate su tutto il comparto sensoriale.. lasciandomi così; in lacrime.
Incontrollate, infantili e inattese lacrime.

Quel contropiede ha schiuso uno scrigno vecchio di ventanni, e il suo contenuto mi ha travolto come l’uragano Sandy fece con New York nel duemiladodici. Idealmente rividi quel sedicenne abbonato che fui, seduto poco più in là, e con lui ricomparire sul parquet gli eroi dello scudetto del 1999: Pozzecco, Meneghin, Mrsic, Galanda, Vescovi, De Pol, Santiago, Zanus Fortes.. e altri comprimari, tra cui l’idolo insensato Marco Van Velsen, che era notoriamente una mezza pippa al sugo, ma era biondo e non soffriva di calvizie. A differenza di me e Jason Statham.

11 Maggio 1999, fu lo scudetto numero dieci: lo scudetto della Stella.

Ricordi freschi, eppur accaduti una vita fa, quegli odori, quel palazzo, un po’ cambiato ma in fondo sempre uguale. Quella stessa passione, spalti sempre colmi a tifare, urlare, cantare come se durante quelle due ore il mondo esterno non esistesse.

È stata una botta di vita pazzesca, un misto di euforia, passione, amore. Ma anche tristezza e nostalgia, alimentate dall’immancabile nichilismo che è parte di me. Quella sensazione di insensatezza di fondo che ha l’esistenza, l’angoscia del tempo che passa e si smarrisce in quel non-luogo che è il passato, che indietro non si torna e si sta a bordo di questo pianeta che ruota intorno a una stella da immemori secoli, da essa attratto ma non inghiottito, a una giusta distanza per non far di noi brace nè ghiaccioli.
Finchè poi a un certo punto, più o meno meritatamente, si muore.

Ma che roba è? Ha un senso tutto questo?
Non serve che lo abbia. È cosi. “Stacce” – direbbero a Roma.

Quindi ecco, capite? Capite quale complessità ci sta dietro a un pianto così spontaneo e inatteso? C’è un pentolone pieno di ingredienti, che tra loro si incontrano, interagiscono. È chimica, complicata fisica quantistica che si imbatte nella logica semplice, è storia, geografia, è geometria che si fonde con la musica, è scienza umanistica. È amore, passione e nostalgia in un unico blocco. Sono ricordi. È un agglomerato miracoloso, esplosivo, non riproducibile da alcuno, non in questa forma.
Siamo simili, ma meravigliosamente differenti, unici.

È stato un pianto bellissimo, che auguro a tutti.

E poi per essere totalmente onesto, sta cosa di io e Jason Statham che in comune abbiamo solo la calvizie.. si è vera, perchè è vera. Però lui sta bene anche calvo. Io mica tanto.

Happy Birthday to Me

Ho trentacinque anni, oggi, 12 agosto. O come amo chiamarlo io, 43 luglio. Trentacinque come gli anni di Cristo dopo due anni che sedeva alla destra del padre. Fermo. Alla destra. Ad oggi sono 1985 anni che è sigillato lì. Discutibile.

Tutto iniziò con gli zero anni nel 1983; nessuno allora mi fece gli auguri. Immagino si complimentassero coi miei genitori, come è giusto che fosse e come sarebbe giusto che fosse tuttora – io sostengo – ad ogni anniversario. Invece poi, anno dopo anno, quel giorno agostiano, è divenuto fonte di interesse per tutte le mie conoscenze che sgomitano per dirmi Auguri, buon compleanno! “Grazie grazie” – rispondo io. Grazie del pensiero. Meriti non ne sento, ma grazie. Il merito è sempre stato dei miei. Mai come ora mi è chiaro: devo assolutamente fare un regalo ai miei per il mio compleanno d’ora in poi, avrebbe molto più senso del contrario se ci pensi bene.

Il mio amico Afi come di consueto è stato il primo a farmi gli auguri, con le consuete 24 ore di anticipo. Ogni anno, in onesta buonafede, sbaglia di un giorno. È semplicemente meraviglioso. I suoi ho imparato a prenderli come un plauso finale all’anno che va terminando, che anche questo avrebbe più senso. “Bravo per i tuoi 34 anni Dane, hai fatto un ottimo lavoro”.

Buon compleanno a me dunque, e che questi anni trentacinque siano lo slancio del mio secondo tempo, reinventarsi dopo un primo tempo vincente, ripartire dalla base e piano piano risalire, in cerca di nuovi interessi, nuovi ruoli, nuove vittorie.. lo sport che mi ha coccolato fino qui è destinato presto a lasciar spazio ad altro, un casale in collina magari, no? Lo dicono tutti che sarebbe bello andare a vivere in collina, e poi nessuno lo fa. E invece io, noi, lo stiamo rendendo reale. Una nuova realtà da plasmare, da adibire a nuova vita, nelle colline delle Marche in mezzo al niente, solo colline, campi, un orto, un B&B con angolo Bike Hotel e altre seicento idee che poi vediamo come metterle in pratica.. vi faccio sapere, giuro.

Un progetto pieno di incognite, pieno di dubbi, che ti pone mille perplessità accostate a mille motivi e mille motivazioni.. una visione.

Che siano questi anni trentacinque una solida base per costruire tutto questo.

Cambiare tutto perché tutto resti uguale.

Andrà bene? Andrà male?

Questo ora, credetemi, è totalmente irrilevante. Ciak, si gira.

Tanti auguri a me.

FUI FURFANTE, ANCHE

Accadde un giorno lontano da questo, non saprei dire con esattezza quando, ma di certo la mia intera esistenza non raggiungeva il decennio. Un essere umano basso insomma.
Erano tempi in cui il mio paese di diecimila teste era l’intero mondo. I rioni non adiacenti al mio erano zone lontane, inesplorate, in qualche modo sinistre, mancine. E io sono destro. Abitavo nel Rione Centro, di fronte alla Chiesa di San Giovanni Battista, a due passi dall’oratorio San Giovanni Bosco. C’era un altro oratorio in paese, San Paolo, i rivali, odiosi bulli di periferia, avevano persino un altro accento, altri tormentoni, un nonsochè di borghese, diversi da noi di Downtown. Tutto questo a tre km di distanza.

Bizzarre percezioni infantili.

Erano anni in cui un ghiacciolo costava Lire 400, una partita a calcetto Lire 200 e le Notti Magiche inseguendo un gol erano un fresco ricordo.
Gli stessi tempi in cui un dì andando a scuola a piedi, a metà strada mi accorsi di indossare i pantaloni del pigiama. Sbadato.
Era l’epoca del Commodore 64, ma soprattutto del Sega Master System 2, la Playstation del tempo, che io ebbi soltanto quando ormai nei negozi usciva il gioiello della scienza e della tecnica, il definitivo e insuperabile (bizzarre percezioni infantili, ancora loro) Sega Mega Drive 16 bit. Fino ad allora ci giocavo accanitamente a casa delle mie amicizie, che erano i bimbi del vicinato nonchè miei compagni di scuola, Roberto e Luca. In tutta onestà sto Luca a me non stava mica simpatico, non amava neanche giocare a calcio, a differenza di Roberto, che benchè interista, condivideva con me la passione del pallone.
Le priorità della vita in quell’età erano poche e semplici. Giocare a calcio, figurine, videogiochi, giocare a calcio dopo la scuola, fare catechismo, giocare a calcio dopo catechismo, poi giocare a calcio prima di andare ad allenamento. Di calcio.

Accadde un giorno dicevo, e fu qualcosa che mi prese dritto in faccia, come fossi pallina di baseball lanciata verso battitore infallibile. Fuoricampo.

Quel presunto amico, Luca, frequentava la compagnia del fratello maggiore, loschi figuri dai quali aveva imparato l’arte del rubacchiare cose, innocenti cose, caramelle, figurine, oggetti da cartoleria.. ricordo dentro me iniziale disagio, ma i colpi gli riuscivano e sembrava facile, e lui sembrava felice, possedeva cose, e possedere cose è la più grande illusione di felicità per l’uomo, figuriamoci per il bambino.
Tra le sue conquiste spiccavano gli ambìti Kombattini (il web ha saputo ridare un nome che avevo smarrito nei caveau della mente) una sorta di moderni soldatini stra pubblicizzati tra un “Mila e Shiro” e un “Holly e Benji” su Italia Uno, dannatamente invitanti ma troppo costosi per piccoli fiammiferai come noi. Iniziai allora anche io a provare l’insana arte, riuscendo dapprima a ottenere un braccialetto di quelli a stecca che se sbattevi sul polso si arrotavano attorno ad esso.. e poi proprio uno di quei soldatini da collezione.
Kombattini. “Eroi Baldi dai Nervi Saldi” – recitava lo slogan.
Slogan francamente sconsolante.

Ma qualcosa andò storto quella volta.

La cartoleria sotto casa era gestita dai nostri vicini, una famiglia del primo piano, con cui i rapporti erano ottimi. Bisognava proprio non avere sale in zucca per anche solo pensare di far loro un torto ed io, evidentemente, ero insipido.
Privo del sale necessario, svolsi il mio furto con chirurgica precisione. Accadde una domenica mattina, il negozio brulicava di persone, dopo la messa. Io e Luca entrammo ad ammirare i nostri aggeggi ed io colsi l’occasione, la quale, come noto, rende l’uomo ladro. Eludendo abilmente i controlli della indaffarata moglie, e allo scuro dello stesso Luca, mi garantii un Kombattino; gesto rapido, articolo morbidamente celato sotto la felpa, un ultimo sguardo innocente ad altri articoli e via. Era fatta. Col cuore che pompava adrenalina, non appena usciti estrassi il mio trofeo mostrandolo a quel bulletto di Luca, con un certo orgoglio. Ricordo il suo stupore. E un istante dopo ricordo il mio stupore.
Stupore di quando dall’interno della vetrina che era intento a sistemare, il marito – il mitico Edo della cartoleria – bussava al vetro richiamando la mia attenzione. Un’espressione di severa amarezza vestiva il suo viso, mentre scuoteva la testa e comunicava un “No furfante, non questa volta..” con un eloquente gesto della mano.

Freddato. Salivazione azzerata. Fermo immagine. Gambe molli.

Fu quello il momento più umiliante della mia neanche decennale esistenza.
Più ancora dei trecento metri in pigiama verso la scuola.
E più ancora di quando all’asilo io e il mio amico di sempre Alessio dopo aver fatto i cattivi bambini – come era prassi del tempo – siamo stati esposti in mezzo alla mensa coi pantaloni abbassati. Derisi, da tutti. Tutti. E nel mio annebbiato ricordo, c’erano almeno trentasettemila bimbi in quella mensa, quel dì.

Il mitico Edo della cartoleria uscì, era più Serio del fiume che passa per Orio – “Ora vieni che lo dico ai tuoi genitori“.. Quel Luca, codardo, sparì all’istante, lasciandomi lì, unico colpevole. E lo ero.
Ricordo che utilizzai una scusa di imbarazzanti contenuti, di cui non vado fiero, qualcosa di molto simile a: “No ma.. l’ho preso solo un attimo..

Mio Dio, qual imbarazzo, quale caduta di stile
per un sedicente fine pensatore come me.

Ma la realtà è che ormai ero un Pedone circondato da Alfieri e Regine, Cernobyl il giorno del disastro, un soldato semplice armato di secchiello e paletta, abbandonato davanti al plotone nemico, in un sabbioso deserto. Insalvabile. Giunto al punto di non ritorno.
Buttarmi di testa contro lo spigolo del marciapiede è l’unica scappatoia sensata che sono riuscito a trovare negli anni a venire.
Se solo ci avessi pensato in tempo, chissà, forse..

Nei miei discutibili ricordi lo scenario di quegli istanti era questo: Edo in piedi, altissimo, muscolosissimo, con una spada dietro la schiena, come He-Man. Io, lì dinnanzi a lui, bassissimo, mestamente in piedi, col capo chino.. e mentre sto riconsegnando la refurtiva mi cedono i pantaloni (del pigiama). E a un certo punto se non sbaglio mi dev’essere anche caduto per terra il pene.

Ero un giovane basso uomo senza più dignità.

Il giorno stesso e quelli seguenti furono nefasti, ricordo di aver utilizzato la poco edificante scusa anche con i miei, prima di accantonarla per sempre. Ricordo scuse ufficiali ai vicini, ricordo lunghi castighi, ricordo di aver detestato i Kombattini.
Ero candidamente pentito, ma quella stretta allo stomaco sembrava non volersene andare mai via. Io, di natura docile ed educato, conobbi in quel modo traumatico cosa fosse il rimorso, il pentimento, il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. Se è vero che come dicono finchè non ci sbatti il naso non capisci, ecco io lì idealmente scelsi di bloccare col naso un destro di Tyson.

… e poi gli anni passano.

Da qualche mese il grande Edo della cartoleria non c’è più, la cartoleria è ancora lì, passata in gestione ad altri paesani, sotto la casa che fu mia e ora non più, in quel mondo che un tempo era il centro di tutto, e che ora è un semplice angolino nascosto, che racchiude storie nascoste, come questa, che mi ero promesso di tenere seppellita nel mio orticello di vergogna e che invece a distanza di una vita, amo ricordare come la piu grande, madornale, disdicevole, turpe, ignobile puttanata, che mi ha rovinato l’esistenza per alcuni semestri ma che, una volta superata, e una volta raccolto di nuovo il pene, ha avuto un ruolo fondamentale nell’indirizzare la mia esistenza verso i virtuosi binari dell’onestà, del rispetto, della correttezza, rendendomi la persona integra che posso dire di essere oggi.

A parte un paio di volte che in autogrill ho pagato un’acqua da 50 cl, e nel frigo ho preso quella da 0,75. Però è questione di principio, di dare il giusto valore delle cose. No? Un euro e venti centesimi ripagano ampiamente tre quarti di litro d’acqua. No? No?

O quella volta a Nizza, aperitivo in un baretto quattro cocktail venivano euro quarantotto.. ne abbiamo lasciati trenta e siamo andati via. Non è rubare, è piu che altro scegliere di non essere derubati. No? No?

O ancora quel giorno che.. no questo non ve lo racconto. Magari fra trentanni si, ma ora no.

Non biasimatemi.

IO MORIRÒ

 

23e59.. anche oggi è andato, e non sono morto. Buona.

Diceva un tale che la vita è un continuo spostamento da un luogo a un altro cercando di non farsi eccessivamente male e poi comunque a un certo punto, più o meno meritatamente, muori. E a parte un singolo caso del 33 d.C, nessuno è mai guarito dalla morte terrena. Ed anche in quel caso a voler ben vedere, non è che sia tornato a vivere coi suoi compagni terreni, bensì (aiutato dal copione che lo vedeva essere figlio di Dio) è salito al Cielo e siede alla destra del Padre. Dicono. Gli esperti.

Mi piace ironizzare, dissacrare, alleggerire, sdrammatizzare, è così, mi fa stare bene. Però poi il pensiero nichilista ritorna prepotente e si impone, ti colpisce dritto in faccia, e ti mostra tutta la cruda e fragile realtà a cui appartieni, che tu hai addobbato e arredato per renderla più abitabile – giustamente – consapevole altresì che anche se gli metti il parquet e una bella lampada e un tappeto, una fogna resterà sempre una dannata fogna.

Ed è così che accade. All’improvviso riemerge la vocina subdola de “La consapevolezza insabbiata,” (che nella mia testa ha le fattezze di ‘campanellino’ di Peter Pan) che ti si accosta all’orecchio e ti sussurraContinua pure a fare quello che fai, scrivi, suona, gioca, incazzati, urla, salta, spacca, impara, spendi, fai pure, continua; tanto tra un po’ muori
Sta stronza. Dall’alto della sua non esistenza e quindi immunità alla morte, fa la gradassa.

Io morirò. Ma ci pensi..? Cioè, io, IO devo morire? Si. Muoio.

Che amarezza. Argomento che affrontiamo tutti, ne hanno già scritto e si sono tormentati fior di poeti e filosofi in passato, ma a me di questo importa meno di un cubano dagli Usa durante l’embargo (finezza), non mi candido a genio del nostro tempo capitemi, cercate di capire se tutto ciò che è scontato a un certo punto lo osservi da vicino ed è come una nuova rivelazione.
Non vi stupisce forse che il cuore che batte nel nostro petto non abbia bisogno di essere ricaricato mai? A me si. Esso funziona, punto. Sospinto da cosa? Nessuno ne parla. È pazzesco. Siamo wireless, da sempre.
Ho sempre avuto il sospetto che se mi focalizzassi sul mio cuore, pensando di farlo cessare di battere, potrei riuscirci. E per questo motivo non l’ho mai fatto veramente. Vale la pena scoprire di avere ragione su un argomento del genere? Pensa che morte da idiota sarebbe.

“La vita è un film con lo spoiler. Alla fine muori. 

Ma vale la pena girarne ogni scena”

.. diceva quel gran genio di Aldmond Hughes, indimenticato regista britannico del secolo scorso.

È la fragilità di questo giochino a renderlo speciale, la prospettiva della morte dona grandezza alla vita, e non importa se ci saranno giorni bui, non importa neanche se non esista alcun Aldmond Hughes, che me lo sono inventato di sana pianta, il punto è che possediamo molto più di quanto strettamente necessario per fare qualcosa di buono della nostra esistenza, impiegare bene il tempo, smettendo di lamentarci per inezie, smettendo di voler conquistare cose materiali, smettendo di voler imporre questioni spirituali ridicole, in nome delle quali farci stupide guerre ideologiche.

Oppure continuare a farle, tanto poi si muore” direbbe quella cazzo di Campanellino Trilli, diseducativa, subdola e ottusa sostenitrice del pessimismo cosmico.

NON HO CAPITO BENE LE COSE

Dev’essere stata colpa del fatto che son stato bocciato in seconda liceo. Fieramente bocciato posso dire, a vederla da qui, dal 2017.
Oppure la colpa è del mio professore di estimo, che non stimo.. e stimo che sia in pensione, immeritata pensione vista l’inadeguatezza palesata a insegnare, estimo.
Non escludo sia colpa di Weinstein che mi stuprò quando ero piccolo se non ricordo male. Facendomi bocciare. #metoo.
Può essere colpa di Donald Trump che possiede il bottone rosso per far saltare in aria tutto, che è un po’ come dare in mano le chiavi del parco giochi sotto casa al bullo del quartiere.
Ho ragione di credere che abbia le sue colpe il capitalismo, la cuccia in cui sono nato, che ti fa sentire azzurro, coccolato, poi più marrone, cioccolato, e ti affida al goloso.
Di colpe ne ha la televisione, che intrattiene passivamente e ti adagia sul tuo cazzo di divano annientando la creatività, e se ora sono qui e sto scrivendo è perché l’ho spenta forzosamente, e niente Liverpool Chelsea, non questa volta, che stavolta devo creare cose che prima non esistevano e ora stanno prendendo forma, e belle o brutte è irrilevante, perché fare ti da il controllo, ai posti di comando della propria vita che lo dico ai più distratti, è l’unica cosa che abbiamo.
La colpa poi è certamente dell’essere umano tutto, che a partire dal condominio, rione, Provincia, REgione, NAZione, SeSSo, DENARO, RELIGIONE, POTERE, mette a pecorina il rispetto della propria e altrui vita e perde energie, salute, tempo, denaro.. VITA.. inseguendo cose. Cose non poi così chiare, onestamente.
Ho ragioni, molte, di credere sia colpa della Religione, testi antichi, obsoleti, anacronistici elevati a Sacri e strumentalizzati da ogni fazione che in cuor suo deride l’altra per l’assurdità di alcune credenze, ignorando la ridicolezza delle proprie.
E colpa ne ha Padre Livio, direttore di Radio Maria, che nei miei viaggi notturni ascolto diviso fra la curiosità di capire, e l’incredulità nell’ascoltare aria fritta raccontata con convinzione, come genitore che abbindola il bimbo con la storia della fatina dei denti. Padre Livio che sostiene come se fosse la cosa più normale del mondo che la Madonna appaia regolarmente a quattro veggenti slave lasciando messaggi un po’ criptici, da decriptare se vogliamo salvarci da un presunto Satanasso.
Così fosse colpe ne avrebbero anche loro dunque, La Regina della Pace e la Trinità tutta, per l’inopportuna non chiarezza. Già che appari sii chiara, dico io, Maria.
E la colpa è indubbiamente anche mia, che sono travolto da tutto questo, connivente, parte dell’ingranaggio, coccolato, cioccolato, sgocciolato, annientato, idiota, che a volte riemerge, come ora, e spegne la tv, accende la radio, Spotify, Brunori Sas e affini, e crea qualcosa, non so cosa, ma qualcosa. Qualcosa che comunque vada resterà, e che un giorno rileggere sarà bello, difficilmente brutto, sarà una testimonianza di me, di una accattivante versione non aggiornata di me.

Sia di chi sia la colpa di tutto questo, resta il fatto che in questo mondo, ad oggi, novembre 2miladicias7, ecco io, sostanzialmente.. Non ho capito bene le cose.

QUELLA SCRITTA SUL MURO

Esiste, quella scritta sul muro. La trovate percorrendo via Gradisca, una via secondaria, terziaria direi, a Varese, città dove l’autostrada non passa; arriva. Casa.
Di artistico ha ben poco. Non Varese, la scritta dico.
Lo specifico prima che qualche “Sgarbi” della situazione mi dia della “capra” e attacchi con la lezione d’arte fatta di nomi mai uditi di presunti artisti-geni del passato varesino ai quali, mi perdonino, non intendo dare priorità in questa fase della mia vita.
Una bomboletta nera, lettere in stampatello anonimo, calligrafia non invidiabile, andamento incerto, storto, di impatto non piacevole alla vista, deturpatrice di angoli di città. La noti perché è lì – a ore dodici – prima di una svolta a destra obbligata verso – ore tre.
Talmente imperfetta che esclude mire esibizionistiche. E se manca ostentazione di stile (o presunto tale) in un atto forte qual è una scritta sul muro come questa, quel che rimane è una voce, un grido, una traccia che lasci il segno del proprio passaggio in questo misterioso pianeta che fluttua da tempo immemore in una porzione di inspiegabile spazio infinito chiamato universo.

“L’unica cosa che ti prometto è noi”

La considero una delle più belle frasi d’amore che si possano dedicare alla propria donna. Probabilmente sostituirei il noi con io e te. Perchè il noi mi crea un senso di noia, apnea, mi soffoca. Più in generale parlare d’amore mi nausea, l’amore ostentato che vedo in certe coppie, con tutti quei nomignoli, cucci-cucci, piccolina, patatina, orsetto. Che imbarazzo. Infinito. Quel noi che diviene profilo social condiviso lui-lei. Mamma mia, che scelte azzardate, il più delle volte imposto da uno dei due IO che compone quel NOI. Un IO che prevale su un altro IO? Sembra essere l’esatta definizione di Bullismo.

Siete due, siate due.

Sta cosa di diventare un tutt’uno è uno slogan ingannevole, che ti gasa, che se lo segui sei Up, sei il Top, un po’ come la pubblicità dei Fonzies che “se non ti lecchi le dita godi solo a metà“, che la prendi per buona, diventa quello il vero gusto, leccarsi le dita, yeah, evvai! Ma fermatevi e ragionate. Avere le dita impiastrate di fecola di patate che puzzano di piedi è sempre stato un problema. E lo è ancora. Madonne. Ma lo slogan lo ha eclissato. (Ribadisco i complimenti agli autori).

Così come le due metà della mela, che si incontrano e diventano quel tutt’uno. Bella immagine, certo, la mela che si completa. Bellissima. Ma sicuri che abbia davvero senso soffocare l’individuo a favore del tutt’uno? Si? Sicuri Sicuri? Ah beh, allora a posto così. In questo caso ho solo un ultimo appunto;

Aggiungete una A in fondo alla scritta sul muro e troverete la promessa definitiva che più vi appartiene.

ORIENT EXPRESS

Non avere nulla da mangiare in casa, uscire, farlo ad ora di cena, raggiungere a piedi il supermarket, prendere solo lo stretto necessario, scegliere cose, avere fame mentre si scelgono cose, riscoprire l’errore di mettersi a scegliere cose quando la fame bussa.
Non prendere solo lo stretto necessario, dilagare, essere a un passo da addizionare persino un’inusuale zuppa di pesce, farlo dopo aver già messo nel carrello minestra di farro, maxi hamburger, bresaola, fesa di tacchino, frutta, verdura, grissini, crostata, cereali frosties, latte, insensatamente anche un block notes. Rimettere al suo posto la zuppa di pesce, con rammarico. Tenere il block notes, con orgoglio. Andare alla cassa, aspettare il proprio turno, non avere la carta fedeltà, chiedere due sacchetti, cercare moneta per agevolare il resto della cassiera, salutare la cassiera, non essere ricambiato, provare amarezza. Tornare in strada verso casa, passare davanti a un Kebab. Avere voglia di un Kebab. Accorgersi che non sarebbe stato male prendere il Kebab. Rientrare a casa. Cenare.
Con il Kebab.