FUI FURFANTE, ANCHE

Accadde un giorno lontano da questo, non saprei dire con esattezza quando, ma di certo la mia intera esistenza non raggiungeva il decennio. Un essere umano basso insomma.
Erano tempi in cui il mio paese di diecimila teste era l’intero mondo. I rioni non adiacenti al mio erano zone lontane, inesplorate, in qualche modo sinistre, mancine. E io sono destro. Abitavo nel Rione Centro, di fronte alla Chiesa di San Giovanni Battista, a due passi dall’oratorio San Giovanni Bosco. C’era un altro oratorio in paese, San Paolo, i rivali, odiosi bulli di periferia, avevano persino un altro accento, altri tormentoni, un nonsochè di borghese, diversi da noi di Downtown. Tutto questo a tre km di distanza.

Bizzarre percezioni infantili.

Erano anni in cui un ghiacciolo costava Lire 400, una partita a calcetto Lire 200 e le Notti Magiche inseguendo un gol erano un fresco ricordo.
Gli stessi tempi in cui un dì andando a scuola a piedi, a metà strada mi accorsi di indossare i pantaloni del pigiama. Sbadato.
Era l’epoca del Commodore 64, ma soprattutto del Sega Master System 2, la Playstation del tempo, che io ebbi soltanto quando ormai nei negozi usciva il gioiello della scienza e della tecnica, il definitivo e insuperabile (bizzarre percezioni infantili, ancora loro) Sega Mega Drive 16 bit. Fino ad allora ci giocavo accanitamente a casa delle mie amicizie, che erano i bimbi del vicinato nonchè miei compagni di scuola, Roberto e Luca. In tutta onestà sto Luca a me non stava mica simpatico, non amava neanche giocare a calcio, a differenza di Roberto, che benchè interista, condivideva con me la passione del pallone.
Le priorità della vita in quell’età erano poche e semplici. Giocare a calcio, figurine, videogiochi, giocare a calcio dopo la scuola, fare catechismo, giocare a calcio dopo catechismo, poi giocare a calcio prima di andare ad allenamento. Di calcio.

Accadde un giorno dicevo, e fu qualcosa che mi prese dritto in faccia, come fossi pallina di baseball lanciata verso battitore infallibile. Fuoricampo.

Quel presunto amico, Luca, frequentava la compagnia del fratello maggiore, loschi figuri dai quali aveva imparato l’arte del rubacchiare cose, innocenti cose, caramelle, figurine, oggetti da cartoleria.. ricordo dentro me iniziale disagio, ma i colpi gli riuscivano e sembrava facile, e lui sembrava felice, possedeva cose, e possedere cose è la più grande illusione di felicità per l’uomo, figuriamoci per il bambino.
Tra le sue conquiste spiccavano gli ambìti Kombattini (il web ha saputo ridare un nome che avevo smarrito nei caveau della mente) una sorta di moderni soldatini stra pubblicizzati tra un “Mila e Shiro” e un “Holly e Benji” su Italia Uno, dannatamente invitanti ma troppo costosi per piccoli fiammiferai come noi. Iniziai allora anche io a provare l’insana arte, riuscendo dapprima a ottenere un braccialetto di quelli a stecca che se sbattevi sul polso si arrotavano attorno ad esso.. e poi proprio uno di quei soldatini da collezione.
Kombattini. “Eroi Baldi dai Nervi Saldi” – recitava lo slogan.
Slogan francamente sconsolante.

Ma qualcosa andò storto quella volta.

La cartoleria sotto casa era gestita dai nostri vicini, una famiglia del primo piano, con cui i rapporti erano ottimi. Bisognava proprio non avere sale in zucca per anche solo pensare di far loro un torto ed io, evidentemente, ero insipido.
Privo del sale necessario, svolsi il mio furto con chirurgica precisione. Accadde una domenica mattina, il negozio brulicava di persone, dopo la messa. Io e Luca entrammo ad ammirare i nostri aggeggi ed io colsi l’occasione, la quale, come noto, rende l’uomo ladro. Eludendo abilmente i controlli della indaffarata moglie, e allo scuro dello stesso Luca, mi garantii un Kombattino; gesto rapido, articolo morbidamente celato sotto la felpa, un ultimo sguardo innocente ad altri articoli e via. Era fatta. Col cuore che pompava adrenalina, non appena usciti estrassi il mio trofeo mostrandolo a quel bulletto di Luca, con un certo orgoglio. Ricordo il suo stupore. E un istante dopo ricordo il mio stupore.
Stupore di quando dall’interno della vetrina che era intento a sistemare, il marito – il mitico Edo della cartoleria – bussava al vetro richiamando la mia attenzione. Un’espressione di severa amarezza vestiva il suo viso, mentre scuoteva la testa e comunicava un “No furfante, non questa volta..” con un eloquente gesto della mano.

Freddato. Salivazione azzerata. Fermo immagine. Gambe molli.

Fu quello il momento più umiliante della mia neanche decennale esistenza.
Più ancora dei trecento metri in pigiama verso la scuola.
E più ancora di quando all’asilo io e il mio amico di sempre Alessio dopo aver fatto i cattivi bambini – come era prassi del tempo – siamo stati esposti in mezzo alla mensa coi pantaloni abbassati. Derisi, da tutti. Tutti. E nel mio annebbiato ricordo, c’erano almeno trentasettemila bimbi in quella mensa, quel dì.

Il mitico Edo della cartoleria uscì, era più Serio del fiume che passa per Orio – “Ora vieni che lo dico ai tuoi genitori“.. Quel Luca, codardo, sparì all’istante, lasciandomi lì, unico colpevole. E lo ero.
Ricordo che utilizzai una scusa di imbarazzanti contenuti, di cui non vado fiero, qualcosa di molto simile a: “No ma.. l’ho preso solo un attimo..

Mio Dio, qual imbarazzo, quale caduta di stile
per un sedicente fine pensatore come me.

Ma la realtà è che ormai ero un Pedone circondato da Alfieri e Regine, Cernobyl il giorno del disastro, un soldato semplice armato di secchiello e paletta, abbandonato davanti al plotone nemico, in un sabbioso deserto. Insalvabile. Giunto al punto di non ritorno.
Buttarmi di testa contro lo spigolo del marciapiede è l’unica scappatoia sensata che sono riuscito a trovare negli anni a venire.
Se solo ci avessi pensato in tempo, chissà, forse..

Nei miei discutibili ricordi lo scenario di quegli istanti era questo: Edo in piedi, altissimo, muscolosissimo, con una spada dietro la schiena, come He-Man. Io, lì dinnanzi a lui, bassissimo, mestamente in piedi, col capo chino.. e mentre sto riconsegnando la refurtiva mi cedono i pantaloni (del pigiama). E a un certo punto se non sbaglio mi dev’essere anche caduto per terra il pene.

Ero un giovane basso uomo senza più dignità.

Il giorno stesso e quelli seguenti furono nefasti, ricordo di aver utilizzato la poco edificante scusa anche con i miei, prima di accantonarla per sempre. Ricordo scuse ufficiali ai vicini, ricordo lunghi castighi, ricordo di aver detestato i Kombattini.
Ero candidamente pentito, ma quella stretta allo stomaco sembrava non volersene andare mai via. Io, di natura docile ed educato, conobbi in quel modo traumatico cosa fosse il rimorso, il pentimento, il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. Se è vero che come dicono finchè non ci sbatti il naso non capisci, ecco io lì idealmente scelsi di bloccare col naso un destro di Tyson.

… e poi gli anni passano.

Da qualche mese il grande Edo della cartoleria non c’è più, la cartoleria è ancora lì, passata in gestione ad altri paesani, sotto la casa che fu mia e ora non più, in quel mondo che un tempo era il centro di tutto, e che ora è un semplice angolino nascosto, che racchiude storie nascoste, come questa, che mi ero promesso di tenere seppellita nel mio orticello di vergogna e che invece a distanza di una vita, amo ricordare come la piu grande, madornale, disdicevole, turpe, ignobile puttanata, che mi ha rovinato l’esistenza per alcuni semestri ma che, una volta superata, e una volta raccolto di nuovo il pene, ha avuto un ruolo fondamentale nell’indirizzare la mia esistenza verso i virtuosi binari dell’onestà, del rispetto, della correttezza, rendendomi la persona integra che posso dire di essere oggi.

A parte un paio di volte che in autogrill ho pagato un’acqua da 50 cl, e nel frigo ho preso quella da 0,75. Però è questione di principio, di dare il giusto valore delle cose. No? Un euro e venti centesimi ripagano ampiamente tre quarti di litro d’acqua. No? No?

O quella volta a Nizza, aperitivo in un baretto quattro cocktail venivano euro quarantotto.. ne abbiamo lasciati trenta e siamo andati via. Non è rubare, è piu che altro scegliere di non essere derubati. No? No?

O ancora quel giorno che.. no questo non ve lo racconto. Magari fra trentanni si, ma ora no.

Non biasimatemi.

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