NON HO CAPITO BENE LE COSE

Dev’essere stata colpa del fatto che son stato bocciato in seconda liceo. Fieramente bocciato posso dire, a vederla da qui, dal 2017.
Oppure la colpa è del mio professore di estimo, che non stimo.. e stimo che sia in pensione, immeritata pensione vista l’inadeguatezza palesata a insegnare, estimo.
Non escludo sia colpa di Weinstein che mi stuprò quando ero piccolo se non ricordo male. Facendomi bocciare. #metoo.
Può essere colpa di Donald Trump che possiede il bottone rosso per far saltare in aria tutto, che è un po’ come dare in mano le chiavi del parco giochi sotto casa al bullo del quartiere.
Ho ragione di credere che abbia le sue colpe il capitalismo, la cuccia in cui sono nato, che ti fa sentire azzurro, coccolato, poi più marrone, cioccolato, e ti affida al goloso.
Di colpe ne ha la televisione, che intrattiene passivamente e ti adagia sul tuo cazzo di divano annientando la creatività, e se ora sono qui e sto scrivendo è perché l’ho spenta forzosamente, e niente Liverpool Chelsea, non questa volta, che stavolta devo creare cose che prima non esistevano e ora stanno prendendo forma, e belle o brutte è irrilevante, perché fare ti da il controllo, ai posti di comando della propria vita che lo dico ai più distratti, è l’unica cosa che abbiamo.
La colpa poi è certamente dell’essere umano tutto, che a partire dal condominio, rione, Provincia, REgione, NAZione, SeSSo, DENARO, RELIGIONE, POTERE, mette a pecorina il rispetto della propria e altrui vita e perde energie, salute, tempo, denaro.. VITA.. inseguendo cose. Cose non poi così chiare, onestamente.
Ho ragioni, molte, di credere sia colpa della Religione, testi antichi, obsoleti, anacronistici elevati a Sacri e strumentalizzati da ogni fazione che in cuor suo deride l’altra per l’assurdità di alcune credenze, ignorando la ridicolezza delle proprie.
E colpa ne ha Padre Livio, direttore di Radio Maria, che nei miei viaggi notturni ascolto diviso fra la curiosità di capire, e l’incredulità nell’ascoltare aria fritta raccontata con convinzione, come genitore che abbindola il bimbo con la storia della fatina dei denti. Padre Livio che sostiene come se fosse la cosa più normale del mondo che la Madonna appaia regolarmente a quattro veggenti slave lasciando messaggi un po’ criptici, da decriptare se vogliamo salvarci da un presunto Satanasso.
Così fosse colpe ne avrebbero anche loro dunque, La Regina della Pace e la Trinità tutta, per l’inopportuna non chiarezza. Già che appari sii chiara, dico io, Maria.
E la colpa è indubbiamente anche mia, che sono travolto da tutto questo, connivente, parte dell’ingranaggio, coccolato, cioccolato, sgocciolato, annientato, idiota, che a volte riemerge, come ora, e spegne la tv, accende la radio, Spotify, Brunori Sas e affini, e crea qualcosa, non so cosa, ma qualcosa. Qualcosa che comunque vada resterà, e che un giorno rileggere sarà bello, difficilmente brutto, sarà una testimonianza di me, di una accattivante versione non aggiornata di me.

Sia di chi sia la colpa di tutto questo, resta il fatto che in questo mondo, ad oggi, novembre 2miladicias7, ecco io, sostanzialmente.. Non ho capito bene le cose.

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QUELLA SCRITTA SUL MURO

Esiste, quella scritta sul muro. La trovate percorrendo via Gradisca, una via secondaria, terziaria direi, a Varese, città dove l’autostrada non passa; arriva. Casa.
Di artistico ha ben poco. Non Varese, la scritta dico.
Lo specifico prima che qualche “Sgarbi” della situazione mi dia della “capra” e attacchi con la lezione d’arte fatta di nomi mai uditi di presunti artisti-geni del passato varesino ai quali, mi perdonino, non intendo dare priorità in questa fase della mia vita.
Una bomboletta nera, lettere in stampatello anonimo, calligrafia non invidiabile, andamento incerto, storto, di impatto non piacevole alla vista, deturpatrice di angoli di città. La noti perché è lì – a ore dodici – prima di una svolta a destra obbligata verso – ore tre.
Talmente imperfetta che esclude mire esibizionistiche. E se manca ostentazione di stile (o presunto tale) in un atto forte qual è una scritta sul muro come questa, quel che rimane è una voce, un grido, una traccia che lasci il segno del proprio passaggio in questo misterioso pianeta che fluttua da tempo immemore in una porzione di inspiegabile spazio infinito chiamato universo.

“L’unica cosa che ti prometto è noi”

La considero una delle più belle frasi d’amore che si possano dedicare alla propria donna. Probabilmente sostituirei il noi con io e te. Perchè il noi mi crea un senso di noia, apnea, mi soffoca. Più in generale parlare d’amore mi nausea, l’amore ostentato che vedo in certe coppie, con tutti quei nomignoli, cucci-cucci, piccolina, patatina, orsetto. Che imbarazzo. Infinito. Quel noi che diviene profilo social condiviso lui-lei. Mamma mia, che scelte azzardate, il più delle volte imposto da uno dei due IO che compone quel NOI. Un IO che prevale su un altro IO? Sembra essere l’esatta definizione di Bullismo.

Siete due, siate due.

Sta cosa di diventare un tutt’uno è uno slogan ingannevole, che ti gasa, che se lo segui sei Up, sei il Top, un po’ come la pubblicità dei Fonzies che “se non ti lecchi le dita godi solo a metà“, che la prendi per buona, diventa quello il vero gusto, leccarsi le dita, yeah, evvai! Ma fermatevi e ragionate. Avere le dita impiastrate di fecola di patate che puzzano di piedi è sempre stato un problema. E lo è ancora. Madonne. Ma lo slogan lo ha eclissato. (Ribadisco i complimenti agli autori).

Così come le due metà della mela, che si incontrano e diventano quel tutt’uno. Bella immagine, certo, la mela che si completa. Bellissima. Ma sicuri che abbia davvero senso soffocare l’individuo a favore del tutt’uno? Si? Sicuri Sicuri? Ah beh, allora a posto così. In questo caso ho solo un ultimo appunto;

Aggiungete una A in fondo alla scritta sul muro e troverete la promessa definitiva che più vi appartiene.


ORIENT EXPRESS

Non avere nulla da mangiare in casa, uscire, farlo ad ora di cena, raggiungere a piedi il supermarket, prendere solo lo stretto necessario, scegliere cose, avere fame mentre si scelgono cose, riscoprire l’errore di mettersi a scegliere cose quando la fame bussa.
Non prendere solo lo stretto necessario, dilagare, essere a un passo da addizionare persino un’inusuale zuppa di pesce, farlo dopo aver già messo nel carrello minestra di farro, maxi hamburger, bresaola, fesa di tacchino, frutta, verdura, grissini, crostata, cereali frosties, latte, insensatamente anche un block notes. Rimettere al suo posto la zuppa di pesce, con rammarico. Tenere il block notes, con orgoglio. Andare alla cassa, aspettare il proprio turno, non avere la carta fedeltà, chiedere due sacchetti, cercare moneta per agevolare il resto della cassiera, salutare la cassiera, non essere ricambiato, provare amarezza. Tornare in strada verso casa, passare davanti a un Kebab. Avere voglia di un Kebab. Accorgersi che non sarebbe stato male prendere il Kebab. Rientrare a casa. Cenare.
Con il Kebab.


MAL ESPRESSO

L’autunno è arrivato col fare sbarazzino di un uomo di mezza età che fa il giovane, dando un immagine estiva di se stesso. La colonnina di mercurio si vanta di stare sui venti, ma io mi fido il giusto di tipi come l’autunno troppo estivo, così mi vesto autunnale perché sono stato educato a diffidare delle apparenze, io.

La temperatura percepita nasconde insidie, colpi di freddo, mi fido più del calendario e dell’ingiallirsi delle foglie. Come diceva sempre mia nonna: “Autunno, cadono le foglie e quindi vedi che ti metti la felpa.” Non è vero. Mia nonna non ha mai detto una roba del genere. Poi non parla mica così. Ho mentito. Non sono bravo a mentire. Mento sapendo di mentire. Dopo una mentos, mento sapendo di mentine. Comunque non mentos-spesso. 

Fatto sta che l’ho messa la felpa ma qui in questo caffè sulla spiaggia proprio sotto la ruota panoramica che hanno appena smontato (in quanto autunno), fa un dannato caldo, non mi riesce di leggere felice il bel libro, troppo sole, troppo caldo, troppo non ventilato, troppa felpa che poi una volta tolta.. addirittura troppa t-shirt, pazzesco, il calendario e le gialle foglie raccontano ben altro, mentendo, anch’essi, parrebbe. 

Insisto, leggo ancora un po’, non è un bel leggere, con sto caldo mi sento distratto, o quantomeno distraibile, sto per mollare… e lo faccio quando alle mie spalle una coppia che non vedo ma sento, ordina due caffè, uno ristretto e uno schiumato. 

Schiumato

Chiudo il libro. 

Ristretto. E Schiumato. 



Arrivo presto ad una tesi: finché esiste una persona che chiede un espresso schiumato, significa che nella nostra società c’è un eccesso di benessere. 

Già pretenderlo ristretto è un vezzo, parliamo di una misera tazzina contenente al massimo quattro cl, vale a dire un sorsetto. Ristretto significa gradire una porzione di sorsetto; dai su, si vede che non avete mai fatto il militare voi. 

Al servizio di leva ci facevano bere caffè vecchio di giorni, a volte neanche scaldato, in tazze di latta sopravvissute all’ultima grande guerra. E se osavi anche solo lamentarti con un cenno del sopracciglio tu e la tua camerata finivate in punizione, doppio turno, niente pranzo e serie infinite di piegamenti sotto la pioggia, nel fango. Fango macchiato freddo. Questo è quello che ci succedeva, al dodicesimo battaglione di fanteria, a Treviso nel 1973. 

Che poi, ad essere onesto, non è vero niente. Ho mentito. Non ho mai fatto il militare io. E poi sono nato nel 1983. Non sono bravo a mentire. 

L’avevo detto. 


LA BALA L’È ROTUNDA

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Non stavo capendo. Poi ho capito, ma l’ho lasciato concludere, perché mi faceva ridere.

Diciamo che quando le cose non vanno per il verso giusto, non c’è un bel niente da ridere e infatti non ho riso, ma dentro la mia parte evasiva lo ha fatto.
Ed io – si sappia – ho una grande opinione della mia parte evasiva.

Racconterò i fatti antecedenti che hanno portato alla situazione sopra citata, e non lo farò con una mera cronaca, ma servendomi di percorsi contorti, andrò fuori tema, adotterò soluzioni letterarie disparate, se possibile accattivanti, se non possibile accomodanti, certamente tutto fuorché didascaliche.

La bala l’è rotunda – non perde occasione di dirmi la mia nonna quando le dico che abbiamo perso. Puntuale, da sempre, è una consuetudine che mi accompagna sin dalle prime sconfitte in gioventù, è una sorta di pacca sulla spalla, che vuol dire che la palla è rotonda, e che poi continua con “na volta la và da chì, na volta la và da là”una volta va di qui e una volta va di là. Non l’ho mai apprezzata fino in fondo onestamente, proprio da un punto di vista fisico intendo, una sfera può andare in un sacco di posti, mi sembra un po’ riduttivo sostenere che vada o lì o là, a caso. Va detto che di questi tempi va un tantino troppo di qua, nella nostra porta, anzichè di là, nella loro. E questo è un problema. Un cazzo di problema.

C’è tutto un lavoro in settimana e c’è un esame da superare ogni domenica, e continuare a studiare, applicarsi e non arrivare almeno al 18 è frustrante, questo non lo considerate voialtri che state là fuori, nel mondo normale, che giudicate i calciatori come privilegiati viziatelli, che rincorrono una palla e prendono un sacco di euri, e se perdono tanto è uguale, tanto poi la sera vanno in discoteca.
Stereotipi. Italiani- mafia pizza spaghetti mandolino? C’è qualcosina di più.
La settimana si vive male dopo una sconfitta, ci son tutte delle dinamiche che ti scuotono, svuotano, una rincorsa a trovare la formula giusta capace di invertire la rotta o se preferite, in quanto rotta, aggiustarla… insomma l’obiettivo è vincere e questa domenica è arrivata la terza sconfitta di fila e capite bene che l’umore quello buono, è altrove.
Ed è per questo che in sala stampa poi ci sono andato io, che sono il capitano, perché un 1a5 casalingo va attutito, spiegato, scomposto in numeri primi, per quanto uno e cinque già lo siano, e i primi che è corretto si mostrino, sono allenatore e capitano.
Entro, la mia espressione è cupa, la sconfitta bruciante è appena avvenuta, la voglia di parlare – in tutta franchezza – molto ridotta.

Mi siedo, saluto, microfoni, telecamere, tre due uno… vai.

Inizia con la domanda un tizio, parla di prova convincente, di un inizio incerto ma poi col passare della gara una reazione e nella ripresa una gara senza storia in cui abbiamo legittimato la vittoria.

Legittimato. La vittoria. Abbiamo.

Non stavo capendo. Poi ho capito, ma l’ho lasciato concludere.

L’ho guardato in faccia bene, senza rispondere. Lui mi ha guardato, si è trattato di un’imbarazzante frazione di secondo ma che nel mio ricordo erano almeno venti, nel qual arco di tempo gli spuntavano crescenti orecchie da asino. Mi par di ricordare anche il naso rosso. Si si, c’era anche un naso rosso, come no.
Ho sbottato.
Non ricordo le esatte parole, ma per fini narrativi facciamo che siano state queste: “Mi perdoni buon uomo, passi per il naso rosso e le orecchie da asino, ma almeno abbia la decenza di riconoscere che davanti a lei c’è uno dei disperati che hanno appena raccolto una sacca di palloni dalla propria porta. Un uomo distrutto. Che ora è anche indignato. Si ricomponga, si dia un contegno!!! ”

Perché quello che ho omesso di dire all’inizio, è che mentre la mia parte evasiva – della quale ho una grande opinione – rideva, l’altra parte ha cazzo di sbottato.


QUASI QUASI RISCRIVO

Non ricordo, forse un distaccamento voluto, sicuramente non sofferto, smettere di scrivere per un po’, per lasciare tempo al pensiero, che scrive a suo modo lui, su fogli di nebbia ove l’inchiostro non s’attacca, eppur non tutto si disperde, qualcosa rimane fluttuante in quelle nubi, che serve un temporale per scaricarsi in parole che restano, sotto forma di flusso, fiume in piena di intenzioni mal spiegate ma ben affilate, agopuntura, qualcosa riattiva, micro circolazione, di nuovo qui a pender parte a qualcosa che non sposta gli equilibri di un cazzo di niente nel mondo, semplici parole, a volte ironiche spesso riflessive di certo sempre scelte con accuratezza per donar senso e direzione a un pensiero che si è gonfiato, uragano Irma, paura per Miami e di Cuba nessun cenno, schifosi informatori, mi occuperò di voi, non adesso che non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è intenzione. Che vi importi o no, sono tornato.


PIT STOP

L’essere umano che attende dal gommista è la più spaesata specie animale, appartenente alla famiglia dei mammiferi attenditori del propio turno.

Ne ho fatto parte anche io, un tempo.

Non sai dove mettere la macchina, non sai con chi parlare, tutti hanno una montagna di lavoro e ti passano dinnanzi con cerchioni pesantissimi, fanno rumore, tanto rumore, compressori, macchinari meccanici, cric, trapani, montano e smontano.
Cerchi di individuare il titolare, lo vedi, è spettinato e unto da anni, te lo immagini così anche a casa, sul divano, sporchissimo anche dopo una doccia. Con la tuta da meccanico. Potrebbe levarsela almeno a casa – pensi.
Di norma è un uomo che ha più cazzi per la testa del presidente neo eletto degli Stati Uniti, sempre attorniato da clienti stressati e stressanti che chiedono cose, chiedono prezzi, tempistiche. Col tempo ha sviluppato l’arte di liquidare con risposte sommarie qualunque suddetto mammifero spaesato, che è bisognoso di tutto fuorché risposte sommarie, lasciandolo lì, totalmente allo sbaraglio come prima, peggio di prima. E lo fa con la tecnica efficacissima di continuare a fare quello che sta facendo senza esitare neanche un secondo.. e a un certo punto se ne va, ributtando te e le tue domande in mezzo a tutti gli altri che prima di te ci sono già passati, provando e fallendo, come te, che ora li affianchi lì all’uscio, in attesa del tuo turno, che non hai idea di quando sarà.

Oggi sono qui in una nuova veste, oggi per la prima volta non a disagio grazie all’assidua frequentazione provocata da tre eventi;

1. Il cambio gomme di stagione di un mese e mezzo fa

2. Buca che mi ha squarciato l’anteriore destra dieci giorni fa.

3. Una gran vite che mi ha ingravidato l’anteriore sinistra ieri sera, in pieno centro, a me, ahimè.

Avrei felicemente evitato le ultime due apparizioni, ma la mia filosofia mi induce a togliere spazio alle recriminazioni e prendere quel che c’è di buono: ho imparato come navigare in queste torbide acque, ed oggi ho modo di essere un osservatore esterno, non più appartenente alla spaesata specie. E mi diverte.

Mi diverte vedere l’esitazione di uomini e donne di qualsiasi età ed estrazione sociale, totalmente in balìa degli eventi, guardinghi, in piedi davanti all’officina, timorosi che qualche furbacchione arrivato dopo possa cavarsela prima nonostante ci sia il numerino tipo salumiere.. c’è una sorta di tensione nell’aria, braccia conserte, continui giri in tondo, la voglia di sapere qualcosa in più, quanto manca al proprio turno, in quanto ce la si può cavare, la continua ricerca di un eye-contact da cui gli esperti gommisti – così come il titolare – si tengono abilmente alla larga, consapevoli che concederlo sarebbe come tirare una testata ad un alveare.. e poi quell’astratta sensazione che distrarsi un attimo possa per qualche ragione essere fatale. E allora tutti lì, attenti.

Ero uno di loro, un tempo. Ora invece sono l’unico seduto sulla panchina, qui, ora, rilassato, a scrivere, descrivere i loro comportamenti da piccioni, titubanti.
Anzi, ora vado pure a bermi un caffè al bar qui di fronte.
Prima però, gli faccio una foto.
Clic.

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23 e 24 aprile 2017 in pillole

Succedono poi cose nel weekend, a un bel momento. Tipo un allenatore che si dimentica di farti entrare, ci sta. Fa un po’ ridere, ma ci sta. Soprattutto se poi quella partita l’hai vinta, tutto fila via, scorre, senza attrito, liscio. È così che vanno le cose, sottili equilibri tra torto e ragione, sottili ragioni tra torti e equilibri, sottili torti tra equilibri e ragioni, giusto per mischiare le carte.

Che tanto quest’anno ho imparato a dire “a posto così”. Con chi cerca di aizzare, litigare, confutare io rispondo “A posto così” e se continua rispondo “A posto così” alzando la voce finché non si scoraggia. Nessuno è mai andato oltre al terzo ” A posto così“.

Una giornata in famiglia, il dì seguente, che è lunedì, per molti giorno festivo in quanto ponte che allaccia la domenica al martedì 25 aprile, giorno della liberazione, o della libera azione se preferite, che sarebbe un nome gradevole per una forza politica, peraltro. Mezza giornata in zone collinari, fortezza di San Leo, nei pressi della estera San Marino, a vedere cose belle in bella compagnia, costruzioni vecchie medievali, contenitori di storie piuttosto assurde di torture e prigionìe, annosa questione che testimonia l’incantevole uso improprio delle risorse intellettive umane che perdura lungo tutto il corso della storia, e chissà per quanto ancora ci accompagnerà.

Tempo di sgranchirmi le gambe con una improvvida accosciata ed ecco il mio apprezzato iPhone sette nero opaco non protetto da custodie sfilarsi dalla tasca, toccare non dolcemente il suolo e cominciare una drammatica discesa – schermo a spanciato a terra – per la ripida pendenza del ruvido ciottolato e interrompere la sua traiettoria un paio di metri dopo grazie allo stop d’interno destro di mio zio che evita danni peggiori. Danni che tuttavia non passano cazzo inosservati; graffi diffusi, piccole lacerazioni del vetro qua e là e la sensazione di aver fatto un’ottima scelta ad aggiungere l’Apple care al momento dell’acquisto, che permette riparazioni e/o sostituzioni a costi confortevoli e/o/a abbordabili.

Una piadina classica romagnola crudo squacquerone e rucola a pranzo, e discesa verso il mare, dove raggiungo miei colleghi intenti a godere del sole, e con cui facciamo una sfida a basket in spiaggia, canestri, tiri, mi sento fortissimo, vinco, poi entra sul campo un bambino veramente piccolo tipo cinquenne penso, con un nome veramente deludente quale è Cosimo, secondo solo a Calogero, che la mamma appellava Cocò, il quale con una personalità rara si intromette tra schiere di giganti senza salutare nessuno e facendo suoi quanti più palloni possibili cercando la gioia del goal, non minimamente supportato da forza nè tecnica che lo rendono un impiccio alla nostra gara che intanto però prosegue, ora più spezzettata, con Cosimo che a un certo punto calcia coi piedi il pallone a spicchi colpendo un palo pieno che gli restituisce con forza uguale e contraria il pallone in faccia facendolo cadere come un bambino. Quale è. Il tutto tra le nostre risa mentre la madre riprendeva il suo campione con lo smartphone, video che vorrei fortemente avere prima o poi.

Un altro ragazzino, più grande tipo dodicenne avrebbe voluto anch’egli giocare, ma – più timido – ci guardava seduto a bordo campo, aspettava solo di essere chiamato, ma l’ingombranza di Cocò era già più che sufficiente per noi adulti. Finita la sfida e assecondato Cocò, che tra le altre cose quando ha saputo che sono un tifoso della Juve mi ha guardato e dedicato un sentito “Fai schifo”, ho coinvolto anche il dodicenne, giocatore da subito parso talentuoso, una fluidità di palleggio e tiro che lasciavano trasparire competenza nonché militanza in qualche squadra cestistica giovanile. “Lui si che è bravo, si vede subito” ho subito sentenziato “è più bravo di te” ho aggiunto indicando il mio amico Cat. Poi è partito un due contro uno, io ero l’uno, contro il dodicenne e il mio amico Cat, ho fatto valere i miei centimetri, l’ho stoppato due volte il talentino, pavoneggiandomi anche, tipo Giovanni quando fa braccio di ferro col bimbo in “Tre uomini e una gamba” poi la partita è finita, dovevamo andare e mi sono complimentato col dodicenne, “Bravo, alla prossima.. io sono Daniele come ti chiami tu?” gli ho chiesto. Ha farfugliato un nome, che non ho capito, mi è sembrato abbia detto forse Gabri.. “Come scusa?

“Sabrina”

Ah.

Cioè quindi..

Esatto.

Ho stoppato due volte la dodicenne Sabrina.


L’ERBA DEL VICINO È VERDE GIUSTA

Dopo mesi di freddo, il locale torna ad avere un significato. Il grande terrazzo con accesso diretto alla spiaggia è il suo punto di forza e si distende rivolto allo spettacolo offerto dalla natura che in quel tratto di costa ne disegna una rientranza che definisce un piccolo golfo.
L’ora in più di sole, il cielo limpido, i ritmi pacati del giorno libero, la bella stagione che va a iniziare in contrasto con la bella stagione sportiva che va a tramontare, riempiono di significati – percepiti ma non espressi – il momento. Significati agrodolci, che rimandano a immagini.

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L’immagine di una birra con gli amici di una vita, sul far della sera.
Che se cambi la punteggiatura viene tipo;
L’immagine di una birra con gli amici, di una vita sul far della sera,
che ne dipinge la versione nostalgica da cui sono travolto se penso al continuo inesorabile accumulo uno dopo l’altro dei secondi/minuti/ore/giorni/mesi/anni. Secoli.
Inevitabile tratteggio del mio carattere, perpetua percezione del contrasto tra bellezza e fragilità dell’esistenza, visione di insieme che non lascia spazio a facili entusiasmi nè a profondi crolli emotivi.

C’è un gruppo di ragazzi pochi tavoli oltre il nostro, è una festa di laurea, festeggiano forte, forte come io non so fare da anni. E li invidio. Non che io sia infelice, ma.. come dire.. mi si rovesciano addosso tante questioni irrisolte, tanti avrei dovuto e avrei potuto, tempo passato, tempo gettato, occasioni non colte, cose rimandate e mai più riconsiderate.
E il tempo scorre mentre io mi sento troppo giovane per certe cose per cui in realtà sono abbastanza vecchio, questione famiglia, bambini, io, ma no, sto cosi bene adesso, ma quali bambini, che quelli poi continuano a piangere e vogliono cose, cose che se non gli dai poi piangono, ancora, ma non aveva già pianto prima? Si si, ma piange ancora. Ok, va bene, ma se posso permettermi, tutto quel liquido lacrimoso, di preciso, dove lo tengono? Non so, ma piange. Si si ho capito, smetterà. Dici? Si. Dico.
Il punto è che bisogna stargli addosso h24 e addio viaggi, ozio, amici, libertà.
Però poi guardo bene la mia carta di identità che mi urla addosso che ho quasi anni trentaquattro, e continuo a vivere come dieci anni fa, quindici anni fa, innamorato di un pallone a cui corro dietro, con la differenza che allora ero contornato da uomini dieci/quindici anni più vecchi, e avevo una carriera davanti, mentre ora da ragazzi dieci/quindici anni più giovani, e ho una carriera alle spalle, e tanti pensieri imminenti, che non ho ancora capito bene se una casa la voglio comprare, o stare in affitto, mutuo, tasso fisso o variabile, che cazzo ne so, apro una attività? Non è il caso, non sai quanti casini, mi dicono. A Varese? A Varese non funziona niente mi dicono degli altri. Si ma altri chi? Eh, voci, voci di corridoio. Ma quali corridoi, corridoi di un tribunale? Corridoi Vasariani? Di quali corridoi stiamo parlando? Eh, voci che si sentono, rumors. Ah.

Parte un coro, un coro che interrompe i miei pensieri, un coro festoso rivolto al laureando, e in alto i calici, gente euforica, una corona di alloro sulla testa dell’ennesimo dottore italiano, tutti con la camicia bianca, tutti giovani e bellissimi, tatuaggi che sbucano dal colletto, dalla manica, dal risvoltino del pantalone, acconciature folte e alla moda, occhiali da sole, in piedi sui divanetti, padroni del mondo.
La bella vita. Vivono il sogno di tutti.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, pronto a brindare, che ho sentori di simil invidia per un gruppo di festanti venticinquenni qualunque? Ma perchè? Qualcosa non torna.

E infatti è tutto un bluff ! Che sbadato, quasi subivo l’ennesimo inganno della “Sindrome delle cheerleader“. Quella sindrome che ti fa apparire come un gruppo di fighe stratosferiche un gruppo di ragazze pon-pon, fino a quando non scomponi l’insieme e ti concentri su ognuna di esse, separatamente, scoprendole al più carine, sovente veri e propri sgorbietti. Ma nell’insieme fanno un figurone.
Così scandaglio meglio i singoli che compongono l’insieme e ne traggo ragazzi normali, alcuni con chiari problemi di linea che prima avevo incredibilemnte ignorato, altri ancora eccessivamente pallidi, chi con una postura poco invidiabile, chi stempiato, non tutti poi così euforici come mi apparivano quando li vedevo come unica entità festante-bene. Alcuni addirittura annoiati in disparte, ai margini della festa, intenti a smanettare con lo smartphone.

Ennesima lezione di vita che sbiadisce l’intensità del verde che siamo soliti ammirare nell’erba del vicino.

Il locale si riempie, tutt’intorno siamo circondati da coppiette, amici, amiche, un trionfo di selfie uguali a tanti altri che solo instagram ci dirà quanto valgono grazie alla ghigliottina dei Mi piace. Il popolo del futuro, super connesso, è tutto lì.

E poi ci sono loro, tre anziani in salute, verso i settanta che bevono birra, appaiono felici, niente smartphone sul tavolo, sembrano sapere cose che io non so, sarà saggezza, sarà esperienza, sarà quel che sarà ma sta di fatto che sono perfettamente a loro agio in un contesto giovanile che bada molto all’apparenza; se ne fottono, loro.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, brindante, li guardo con stima, con invidia anticipata, sarà la mia ambizione arrivare a fin lì, arrivare a quell’immagine:

“Una birra con gli amici di una vita sul far della sera”

E la punteggiatura, in fondo, è irrilevante.


EVENTI DA NORD EST

Il mattino alle 7e30 sono già lì sveglio. Inusuale.

La giornata nella città veneta è un antipasto di primavera. La Sala colazione riservata alla squadra è deserta a quell’ora, sono primissimo. Appoggio il libro che mi sono portato e mi appresto ad avvicinarmi al buffet, ancora rintronato e con gli occhi che devono abilitarsi a tanta luminosità. L’ovale salone è molto ampio, e il buffet è di quelli in cui è sconsigliabile imbattersi se -come me- non hai ancora deciso cosa vuoi mangiare.
Diviso lungo tutto il perimetro della sala in quattro postazioni, un po’ di roba qua un po’ di la, le marmellate fatte in casa laggiù, quelle confezionate qua, la macchinetta del caffè lì, il thermos col latte caldo là, le posate già in tavola tranne il cucchiaio, che se vuoi il cucchiaio è vicino ai cereali, e i cereali eccoli là in fondo.
Abbondanza in ordine sparso.
In stato confusionale post risveglio il rischio di vagare da una parte all’altra per diverse dozzine di secondi è garantito, e infatti così faccio, riuscendo soltanto a impossessarmi delle fette biscottate che si sono poi rivelate essere frantumate. Che le fette biscottate frantumate sono più inopportune di una pozzanghera in salotto. Nel mio girovagare ero accompagnato dalla netta sensazione di essere osservato e giudicato come un una specie di idiota delle colazioni da parte delle due cameriere più servizievoli del pianeta, che in questo deserto avevano occhi solo per me e che infatti hanno presto iniziato a incalzarmi con domande troppo premature e insistenti se rapportate al mio stato psicofisico ancora in fase non lucida: “Le porto qualcosa?” “Cosa cerca?” “Se vuole le marmellate sono laggiù” “La tazza preferisce questa o quella..”
Al che nella mia testa è successa una cosa tipo così;

“NON LO SOOOOOOO, HO UN RITARDO MENTALE, HO LA GIUSTIFICA, NON SONO IN GRADO DI INTENDERE E VOLERE, HO LASCIATO LE 500 LIRE NEL CARRELLO, HO TROVATO IL PASSAGGIO A LIVELLO ABBASSATO, È GIA USCITO IL TRENTASETTE? VOGLIO PARLARE COL MIO AVVOCATO”

E invece non riuscendo neppure a sostenere lo sguardo delle inservienti tanto gli occhi erano socchiusi, ho inserito il pilota automatico che mi ha condotto al porto sicuro, cappuccino e brioche, che va sempre bene, nonostante non fosse la mia reale prima scelta. La ragazza mi indica la macchina fai da te multifunzione alla mia sinistra chiedendo se volessi servirmi da solo altrimenti avrebbe fatto lei.. boh faccio io dai, anche se a questo punto il tuo ruolo è depotenziato cara mia – penso. Prendo la prima tazza che vedo, è da thè e me lo fa prontamente notare, dice che quelle dei cappucci sono le altre, io accuso il colpo ma minimizzo sostenendo con espressione sorniona che non è un problema l’importante è che sia buono il contenuto. Mah. Classiche frasi che spostano l’attenzione sul filosofico spiccio, finemente ironico e polemico nei confronti di un mondo che bada più alla forma che ai contenuti, come fece la mia vicina di casa col cane, incontrata in ascensore mentre portavo nei bidoni sotto casa i miei quattro differenziati sacchetti di spazzatura. “Tu fai la differenziata” – le chiesi vedendola osservarmi. “No no, io già mi occupo di differenziare le persone” – mi ha risposto. A me. Lei. 23 anni al massimo. Mi ha detto. Di differenziare le persone. Si occupa. Lei. A me.
Al che nella mia testa è successa una cosa tipo cosi;

“MA VATTENE AFFANCULO, CHE CAZZO OOOOOOOOH CI AZZECCA, MA PUTTANA LA EVA, MA CHI TI CREDI DI SEI CHI*? (*quando sbrocco parlo un po male) MA VACCA BOIA, ORA TI ACCAREZZO MALE IL CANE, MA DI CHE MINCHIA PARLIIIIIIII????”

E invece ho glissato dicendole; “Ah capisco… Che bella cagna”
“No, non è femmina è un maschio”

Si si okay, ma io non parlavo del cane.


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