PILLOLE METROPOLITANE

Solito treno, solito ritardino, non eccessivo ma perfetto per farmi sfuggire di un niente la successiva coincidenza. Talmente al limite da indurmi a credere di potercela fare e servirmi così dell’ormai collaudata modalità “passo meneghino” un genere di passo svelto, frenetico, ben lontano dalla mia natura che invece è notoriamente lenta e svagata. Col risultato di scomodare il muscolo involontario cardiaco a pompare più sangue in giro per il corpo, annesso stress provocato al comparto visivo adibito a ricercare le traiettorie migliori per farsi largo fra la disomogenea folla in disordinato flusso e conseguente annientamento del lume della ragione, cestinato a favore di randagi istinti, che ingenerosamente sentenziano a male parole – sintetizzabili in “fate largo razza di idioti” – tutti quei tizi che si frappongono tra me e il traguardo. Su tutti, coloro i quali mostrano lentezza, incertezza, esitazione, flemma, distrazione, fin anche semplice errata postura… insomma, gente normalissima, dei potenziali “me stesso” dei restanti 364 giorni dell’anno.

Tutto sto trambusto per ritrovarmi a fissare quel binario, tristemente vuoto, che la metro per Gessate è già all’orizzonte, perduta per una manciata di secondi e costretto ad attendere, nervoso e sconfitto, il successivo treno.

Che poi passa dodici minuti dopo. Mica settantatre. Dodici.

 

CRYING @ THE (Masnago) DISCOTEQUE

“Ma stai piangendo?” – mi ha chiesto, interrogativa, la mia ragazza. “Non essere ridicola” – le avrei voluto rispondere, mostrandomi ai suoi occhi rassicurante e maschio come Jason Statham. Ma siccome io e J.S. in comune abbiamo soltanto la calvizie, l’ho abbracciata e nascondendo il mio volto lacrimoso tra i suoi capelli, le ho risposto con uno stonato: “SiiIIIi, NOn IMMAginAVo TUtTo quESTOoO..” non riuscendo a controllare bene il volume della voce come accade quando si cerca di trattenere forzosamente il pianto. Perchè in questo mondo pare che mostrarsi vulnerabile non stia mica bene. È un attimo che poi finisci sui social, la tua ragazza ti schifa, gli amici ti emarginano, gli estranei ti bullizzano, la banca ti toglie il Fido, Sky ti porta via il decoder.. Cose così. Sono tempi strani.

Il motivo di tale perdita di dignità non è di facile spiegazione, occorrerebbe un po’ di empatia, cosa che tuttavia dovreste avere “di serie” in quanto esseri umani. Ebbene la causa scatenante è stato il mio ritorno al palazzetto di Varese dopo immemore tempo. Non all’ingresso, ma un po’ più tardi, dopo aver già preso posto. È stato quando una palla rubata dal nostro Thomas Scrubb si è tramutata in un contropiede in campo aperto tra il boato del pubblico diventato un’esplosione quando il biancorosso ha chiuso l’azione con la schiacciata mancina. Eccolo, il preciso istante in cui – inaspettato – è eruttato dentro me un vulcano. Sopite emozioni sono riaffiorate tutte insieme e si sono rovesciate su tutto il comparto sensoriale.. lasciandomi così; in lacrime.
Incontrollate, infantili e inattese lacrime.

Quel contropiede ha schiuso uno scrigno vecchio di ventanni, e il suo contenuto mi ha travolto come l’uragano Sandy fece con New York nel duemiladodici. Idealmente rividi quel sedicenne abbonato che fui, seduto poco più in là, e con lui ricomparire sul parquet gli eroi dello scudetto del 1999: Pozzecco, Meneghin, Mrsic, Galanda, Vescovi, De Pol, Santiago, Zanus Fortes.. e altri comprimari, tra cui l’idolo insensato Marco Van Velsen, che era notoriamente una mezza pippa al sugo, ma era biondo e non soffriva di calvizie. A differenza di me e Jason Statham.

11 Maggio 1999, fu lo scudetto numero dieci: lo scudetto della Stella.

Ricordi freschi, eppur accaduti una vita fa, quegli odori, quel palazzo, un po’ cambiato ma in fondo sempre uguale. Quella stessa passione, spalti sempre colmi a tifare, urlare, cantare come se durante quelle due ore il mondo esterno non esistesse.

È stata una botta di vita pazzesca, un misto di euforia, passione, amore. Ma anche tristezza e nostalgia, alimentate dall’immancabile nichilismo che è parte di me. Quella sensazione di insensatezza di fondo che ha l’esistenza, l’angoscia del tempo che passa e si smarrisce in quel non-luogo che è il passato, che indietro non si torna e si sta a bordo di questo pianeta che ruota intorno a una stella da immemori secoli, da essa attratto ma non inghiottito, a una giusta distanza per non far di noi brace nè ghiaccioli.
Finchè poi a un certo punto, più o meno meritatamente, si muore.

Ma che roba è? Ha un senso tutto questo?
Non serve che lo abbia. È cosi. “Stacce” – direbbero a Roma.

Quindi ecco, capite? Capite quale complessità ci sta dietro a un pianto così spontaneo e inatteso? C’è un pentolone pieno di ingredienti, che tra loro si incontrano, interagiscono. È chimica, complicata fisica quantistica che si imbatte nella logica semplice, è storia, geografia, è geometria che si fonde con la musica, è scienza umanistica. È amore, passione e nostalgia in un unico blocco. Sono ricordi. È un agglomerato miracoloso, esplosivo, non riproducibile da alcuno, non in questa forma.
Siamo simili, ma meravigliosamente differenti, unici.

È stato un pianto bellissimo, che auguro a tutti.

E poi per essere totalmente onesto, sta cosa di io e Jason Statham che in comune abbiamo solo la calvizie.. si è vera, perchè è vera. Però lui sta bene anche calvo. Io mica tanto.

VISIONI METROPOLITANE

Una bottiglia di cedrata da 1,5 litri, marchiata Auchan tra le mani. Immerso nei miei pensieri tutt’altro che interessanti sposto lo sguardo dalla bottiglia verso l’alto e incrocio il suo sguardo..

La metropolitana è un posto a tratti interessante, a tratti insignificante.. e mai banale. È un ascensore orizzontale. È un corridoio dal quale ogni minuto e mezzo scendono e salgono persone che freneticamente se ne servono senza quasi mai interagire, senza salutarsi, senza interessarsi. Silenti e con gli occhi dentro agli smartphone si eremitano nei propri angoli di mondo; soli, in mezzo a tanta gente.

Il mio sguardo, dicevo, incontra il suo. Un mezzo ghigno enigmatico sul suo volto di ragazzino qualunque, bruttino a dire il vero, vestito di una tuta sgualcita, un tantino troppo corta che lascia intravedere un deprimente calzino di spugna bianco tra pantalone nero e scarpa ginnica blu visibilmente abbondante di un paio di numeri. Lo accompagna una signora piuttosto ben tenuta, accattivante direi, troppo vecchia per essere la madre ma troppo giovane per essere la nonna, e troppo poco zia per essere una zia. La fierezza dell’enigmatico ghigno permane anche mentre svita il tappo della sua cedrata Auchan e ne trangugia alcuni sorsi pieni come fossimo nel mezzo di una torrida estate. Invece è dicembre. E fa un freddo becco. E sono le 11 di mattina.

Perplesso torno alle mie faccende.. sblocco lo smartphone, apro le note e inizio a scrivere: “Una bottiglia di cedrata da 1,5 litri, marchiata Auchan tra le mani..”
.. mentre la metro prosegue la sua corsa verso est, una fermata dopo l’altra. Ed io mi scopro improvvisamente uguale a tutti; silente, con gli occhi dentro allo smartphone, eremitato nel mio angolo di mondo. Solo, in mezzo a tanta gente.
La maggior parte della quale, ma non tutta, senza cedrata.

DEV’ESSERE SOLO UNA QUALCHE COINCIDENZA

L’anno scorso successe qualcosa che doveva essere solo una qualche coincidenza.

Era il Novembre 2017, era l’8 e il calendario vedeva la mia squadra impegnata a Fano. Non una data banale per la mia famiglia. È la data di nascita della mia cugina Carolina, come me classe ’83, un angelo che a 8 anni ha lasciato questa fragile esistenza. Inutile dire che il dramma abbia avuto un impatto distruttivo su tutti, non di meno su un bimbo della stessa età, suo compagno di giochi. La coincidenza volle che in quella partita io che non sono un assiduo realizzatore di reti, feci goal. I miei pensieri in quell’istante furono indirizzati immediatamente a lei “È per te.. sei stata tu Carol” – indicai il cielo.. e mi commossi.
La mia cruda e irremovibile razionalità subì una gran spallata quel giorno; Possibile che fosse un caso? Si.. certo che è possibile. Probabile direi. Una bella casualità però. Una coincidenza non banale. Magica.

Sarà così. Dev’essere così. Però poi.. 

Poi l’Aprile successivo, successe che il nostro ricercare un Casolare tra Romagna e Marche, ci condusse in quella che a settimane diverrà la nostra nuova casa e col tempo la nostra nuova attività. Dove? A Fano. A venti minuti da lì. Curioso, slegato emotivamente ma credetemi per me di già rilevante. Simpaticamente rilevante. Chiaramente una coincidenza che riporto giusto per la cronaca. Va bene.

Basta, tutto qui.. volevo solo raccontarvelo.

Ah no aspetta..

Ottobre 2018, questa settimana eccoci a Fano. Nel fare colazione la mattina del match ripenso all’anno scorso, a quel temporale di emozioni e penso che quest’anno però non è Novembre. È Ottobre. Ottobre. Già, Ottobre. Ottobre?Guardo il telefono e.. ecco, ho letto 14 ottobre. Un lampo, e poi un brivido ha percorso la mia colonna vertebrale, di nuovo un temporale dentro me: 14 ottobre, compleanno dello Zio Lucio, papà di Carol, amato Zio anch’egli andatosene prematuramente qualche anno fa.
Altra coincidenza? Si.. probabilmente si. Iniziano a essere tantine.

Vorrei credere che siano dei messaggi, che loro ci sono, da qualche parte nell’universo.. e abbiano mandato uno squillo. Un “Ciao”

Dev’essere solo una qualche coincidenza?
Dev’essere solo una qualche coincidenza.

Però..

SWEET HOME ALABAMA


C’è lui in mezzo a noi; il folle. Salta ed esulta come fosse il Tardelli di Spagna ’82. Che a ben vedere poi se ci pensi bene, forse, lui è.. l’unico normale. È questo il punto: io, tu, loro.. dentro siamo quell’uomo. Lui ha solo l’onestà, il coraggio, l’infantile spontaneità di esternare le emozioni che sta provando, live, senza paura di giudizi, soltanto vivere il momento, senza freni, senza filtri. Lì ed ora.

Si ok d’accordo, poi da un momento all’altro potrebbe vomitare le otto heineken che si è scolato sulla signora lì davanti, ma credetemi, è irrilevante.

Quell’uomo, ci ha dato una lezione oggi. Quell’uomo ci ha insegnato qualcosa.

Adoro quell’uomo. Date un’altra heineken a quell’uomo. Offro io.

FUI FURFANTE, ANCHE

Accadde un giorno lontano da questo, non saprei dire con esattezza quando, ma di certo la mia intera esistenza non raggiungeva il decennio. Un essere umano basso insomma.
Erano tempi in cui il mio paese di diecimila teste era l’intero mondo. I rioni non adiacenti al mio erano zone lontane, inesplorate, in qualche modo sinistre, mancine. E io sono destro. Abitavo nel Rione Centro, di fronte alla Chiesa di San Giovanni Battista, a due passi dall’oratorio San Giovanni Bosco. C’era un altro oratorio in paese, San Paolo, i rivali, odiosi bulli di periferia, avevano persino un altro accento, altri tormentoni, un nonsochè di borghese, diversi da noi di Downtown. Tutto questo a tre km di distanza.

Bizzarre percezioni infantili.

Erano anni in cui un ghiacciolo costava Lire 400, una partita a calcetto Lire 200 e le Notti Magiche inseguendo un gol erano un fresco ricordo.
Gli stessi tempi in cui un dì andando a scuola a piedi, a metà strada mi accorsi di indossare i pantaloni del pigiama. Sbadato.
Era l’epoca del Commodore 64, ma soprattutto del Sega Master System 2, la Playstation del tempo, che io ebbi soltanto quando ormai nei negozi usciva il gioiello della scienza e della tecnica, il definitivo e insuperabile (bizzarre percezioni infantili, ancora loro) Sega Mega Drive 16 bit. Fino ad allora ci giocavo accanitamente a casa delle mie amicizie, che erano i bimbi del vicinato nonchè miei compagni di scuola, Roberto e Luca. In tutta onestà sto Luca a me non stava mica simpatico, non amava neanche giocare a calcio, a differenza di Roberto, che benchè interista, condivideva con me la passione del pallone.
Le priorità della vita in quell’età erano poche e semplici. Giocare a calcio, figurine, videogiochi, giocare a calcio dopo la scuola, fare catechismo, giocare a calcio dopo catechismo, poi giocare a calcio prima di andare ad allenamento. Di calcio.

Accadde un giorno dicevo, e fu qualcosa che mi prese dritto in faccia, come fossi pallina di baseball lanciata verso battitore infallibile. Fuoricampo.

Quel presunto amico, Luca, frequentava la compagnia del fratello maggiore, loschi figuri dai quali aveva imparato l’arte del rubacchiare cose, innocenti cose, caramelle, figurine, oggetti da cartoleria.. ricordo dentro me iniziale disagio, ma i colpi gli riuscivano e sembrava facile, e lui sembrava felice, possedeva cose, e possedere cose è la più grande illusione di felicità per l’uomo, figuriamoci per il bambino.
Tra le sue conquiste spiccavano gli ambìti Kombattini (il web ha saputo ridare un nome che avevo smarrito nei caveau della mente) una sorta di moderni soldatini stra pubblicizzati tra un “Mila e Shiro” e un “Holly e Benji” su Italia Uno, dannatamente invitanti ma troppo costosi per piccoli fiammiferai come noi. Iniziai allora anche io a provare l’insana arte, riuscendo dapprima a ottenere un braccialetto di quelli a stecca che se sbattevi sul polso si arrotavano attorno ad esso.. e poi proprio uno di quei soldatini da collezione.
Kombattini. “Eroi Baldi dai Nervi Saldi” – recitava lo slogan.
Slogan francamente sconsolante.

Ma qualcosa andò storto quella volta.

La cartoleria sotto casa era gestita dai nostri vicini, una famiglia del primo piano, con cui i rapporti erano ottimi. Bisognava proprio non avere sale in zucca per anche solo pensare di far loro un torto ed io, evidentemente, ero insipido.
Privo del sale necessario, svolsi il mio furto con chirurgica precisione. Accadde una domenica mattina, il negozio brulicava di persone, dopo la messa. Io e Luca entrammo ad ammirare i nostri aggeggi ed io colsi l’occasione, la quale, come noto, rende l’uomo ladro. Eludendo abilmente i controlli della indaffarata moglie, e allo scuro dello stesso Luca, mi garantii un Kombattino; gesto rapido, articolo morbidamente celato sotto la felpa, un ultimo sguardo innocente ad altri articoli e via. Era fatta. Col cuore che pompava adrenalina, non appena usciti estrassi il mio trofeo mostrandolo a quel bulletto di Luca, con un certo orgoglio. Ricordo il suo stupore. E un istante dopo ricordo il mio stupore.
Stupore di quando dall’interno della vetrina che era intento a sistemare, il marito – il mitico Edo della cartoleria – bussava al vetro richiamando la mia attenzione. Un’espressione di severa amarezza vestiva il suo viso, mentre scuoteva la testa e comunicava un “No furfante, non questa volta..” con un eloquente gesto della mano.

Freddato. Salivazione azzerata. Fermo immagine. Gambe molli.

Fu quello il momento più umiliante della mia neanche decennale esistenza.
Più ancora dei trecento metri in pigiama verso la scuola.
E più ancora di quando all’asilo io e il mio amico di sempre Alessio dopo aver fatto i cattivi bambini – come era prassi del tempo – siamo stati esposti in mezzo alla mensa coi pantaloni abbassati. Derisi, da tutti. Tutti. E nel mio annebbiato ricordo, c’erano almeno trentasettemila bimbi in quella mensa, quel dì.

Il mitico Edo della cartoleria uscì, era più Serio del fiume che passa per Orio – “Ora vieni che lo dico ai tuoi genitori“.. Quel Luca, codardo, sparì all’istante, lasciandomi lì, unico colpevole. E lo ero.
Ricordo che utilizzai una scusa di imbarazzanti contenuti, di cui non vado fiero, qualcosa di molto simile a: “No ma.. l’ho preso solo un attimo..

Mio Dio, qual imbarazzo, quale caduta di stile
per un sedicente fine pensatore come me.

Ma la realtà è che ormai ero un Pedone circondato da Alfieri e Regine, Cernobyl il giorno del disastro, un soldato semplice armato di secchiello e paletta, abbandonato davanti al plotone nemico, in un sabbioso deserto. Insalvabile. Giunto al punto di non ritorno.
Buttarmi di testa contro lo spigolo del marciapiede è l’unica scappatoia sensata che sono riuscito a trovare negli anni a venire.
Se solo ci avessi pensato in tempo, chissà, forse..

Nei miei discutibili ricordi lo scenario di quegli istanti era questo: Edo in piedi, altissimo, muscolosissimo, con una spada dietro la schiena, come He-Man. Io, lì dinnanzi a lui, bassissimo, mestamente in piedi, col capo chino.. e mentre sto riconsegnando la refurtiva mi cedono i pantaloni (del pigiama). E a un certo punto se non sbaglio mi dev’essere anche caduto per terra il pene.

Ero un giovane basso uomo senza più dignità.

Il giorno stesso e quelli seguenti furono nefasti, ricordo di aver utilizzato la poco edificante scusa anche con i miei, prima di accantonarla per sempre. Ricordo scuse ufficiali ai vicini, ricordo lunghi castighi, ricordo di aver detestato i Kombattini.
Ero candidamente pentito, ma quella stretta allo stomaco sembrava non volersene andare mai via. Io, di natura docile ed educato, conobbi in quel modo traumatico cosa fosse il rimorso, il pentimento, il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. Se è vero che come dicono finchè non ci sbatti il naso non capisci, ecco io lì idealmente scelsi di bloccare col naso un destro di Tyson.

… e poi gli anni passano.

Da qualche mese il grande Edo della cartoleria non c’è più, la cartoleria è ancora lì, passata in gestione ad altri paesani, sotto la casa che fu mia e ora non più, in quel mondo che un tempo era il centro di tutto, e che ora è un semplice angolino nascosto, che racchiude storie nascoste, come questa, che mi ero promesso di tenere seppellita nel mio orticello di vergogna e che invece a distanza di una vita, amo ricordare come la piu grande, madornale, disdicevole, turpe, ignobile puttanata, che mi ha rovinato l’esistenza per alcuni semestri ma che, una volta superata, e una volta raccolto di nuovo il pene, ha avuto un ruolo fondamentale nell’indirizzare la mia esistenza verso i virtuosi binari dell’onestà, del rispetto, della correttezza, rendendomi la persona integra che posso dire di essere oggi.

A parte un paio di volte che in autogrill ho pagato un’acqua da 50 cl, e nel frigo ho preso quella da 0,75. Però è questione di principio, di dare il giusto valore delle cose. No? Un euro e venti centesimi ripagano ampiamente tre quarti di litro d’acqua. No? No?

O quella volta a Nizza, aperitivo in un baretto quattro cocktail venivano euro quarantotto.. ne abbiamo lasciati trenta e siamo andati via. Non è rubare, è piu che altro scegliere di non essere derubati. No? No?

O ancora quel giorno che.. no questo non ve lo racconto. Magari fra trentanni si, ma ora no.

Non biasimatemi.

DAL TRAMONTO ALL’ALBA

Gennaio 2018. Stazione Centrale, Milano.

È già buio quando arrivo e sarà ancora buio quando ripartirò. Dal tramonto all’alba. Soggiorno netto previsto; undici ore e spicci. C’è una logistica farraginosa ad attendermi. L’hotel prenotatomi è distante sia dalla Stazione che dallo Studio e non raggiungibile dalle linee metro, la qual cosa vista su una cartina disegnerebbe un triangolo – con tutta probabilità scaleno – e prevederebbe perdita di tempo nonchè diverse monete uniche europee da smerciare ai tassisti che, per quanto efficienti, sono notoriamente cari.
Farò ciò che mi pare giusto fare, andrò in un fast food, mi mal nutrirò, con tutta calma prenoterò un hotel in zona Stazione su Booking e disdirò l’altro.

Appena fuori dalla stazione, Milano.

C’è una nuova scultura impattante lì davanti, una mela alta 6-7 metri volutamente riferita ad Apple presumo, col morso però ricucito. Non mi dispiace affatto.
Tutto intorno palazzi moderni, zona riqualificata. Le luci della sera la vestono d’eleganza, hai la sensazione di essere al centro di qualcosa di grande, forse grandioso. Lusso, costi esagerati – a tratti esorbitanti – a contatto col degrado sociale, ben mascherato però. Lo noti dopo, quando torni con lo sguardo ad altezza uomo. C’è tutta un’estetica corale che fa sfuggire i particolari. C’è qualcosa di profondamente insano nel nostro sistema, direi disonesto, ma non lo dico.
Attraversando Piazza Duca d’Aosta sono decine gli uomini di colore assiepati sui muretti, divisi in gruppi, musica alta alcuni, urlano altri, di fondo sembrano felici, portano certamente folclore e chi sono io per mal giudicare, nessuno, però ecco.. in tutta onestà mi creano disagio. Disagio perché tentano di adescarti e venderti cose, tra cui droga, così, come se fosse normale. La droga.
Più di un paio di considerazioni populiste mi sorgono spontanee come ruttino di infante dopo poppata:

Uno. Ma cosa ci vuole a sgominare chi spaccia e da dove arriva la droga, se io in dieci secondi ne ho già incontrati due? Vien da pensare non ci sia una ferrea volontà. Vergogna, Stato connivente!
Due. Ma come fanno a vivere in una città così costosa se sono sostanzialmente poveri e senza lavoro? (Sicuramente vivono in sovraffollati appartamentacci di periferia, ok, ma alle considerazioni populiste non basta, vogliono risposte più trancianti)
Tre. Ma c’ho la faccia da drogato io?
Quattro. Salvini non ha tutti i torti, ruspe, ruspe, ruspe!

Ma per fortuna il populista che è in me ha la minoranza nel parlamento del mio senno, così vedo anche il lato umano di persone sfuggite a qualsivoglia problematica in cerca del benessere raccontato dall’occidente, benessere che esiste ma non per tutti, forbice sociale in allargamento e tutte quelle cose lì che conosciamo, che tutti tendono ad affrontare con visioni troppo parziali per essere accettabili e che anche se studiate a fondo non hanno neppure lontanamente una soluzione che sappia mettere tutti d’accordo in un clic. Detto questo, ma quanti sono?! E che cosa fanno per vivere, punto interrogativo? Ruspe. No, calma populismo. Vai a sederti.

Dopo il fast pasto io e il mio trolley rotoliamo fino all’hotel dove il milanese per eccellenza Massimo ci receptiona e con la tipica parlata meneghina mi da del pistola per aver prenotato con Booking, che se passavo direttamente riusciva a trattarmi meglio “che quelli lì si ciucciano il 18% dell’importo” – mi ha detto. È partito un dissing a Booking che non vi dico, che probabilmente sarà pure cara, ma “Va anche detto che senza Booking un terzo delle persone, immagino, non verrebbero qui” – mi sono permesso di asserire, ma lui ha tirato dritto, snobbando (secondo me di proposito) il mio sensato appunto.

Prima del mio impegno allo studio, riesco a vedere il primo tempo di Inter Roma in un pub lì a fianco, una Menabrea sei euro, sbam, però mi hanno dato anche un cestello di patatine. Quindi non è caro.
Il taxi per lo studio puntuale, preciso, 18 euri per sette km, senza neanche un cestello di patatine. Quindi è caro.

Nello studio il colloquio fila liscio, due chiacchiere lavorative, ho anche usato un passato remoto che mai ho usato prima, che di solito me la cavo con un passato prossimo, ma volendo usare il verbo soccombere.. abbiamo soccombuto? Cacofonico. Qual è il participio passato di soccombere? Soccosso? Ma no! E quindi il mio pool di esperti dell’intelletto ha virato prontamente sul troppo poco utilizzato passato remoto; Soccombemmo. Bravo, ben fatto, buona soluzione.
Un paio d’ore dopo sono fuori, tutto bene, tutto tranquillo, la mezzanotte è già passata e mentre cerco un taxi, mi imbatto in una fermata del bus 56 che per una simpatica coincidenza ha il capolinea nei pressi della Centrale. Niente taxi dunque, salgo senza il biglietto credendo erroneamente di poterlo fare a bordo, disturbo il conducente infischiandomene della scritta in alto che intima di non farlo, ma lui dice che non c’è bisogno, che sta corsa la offre lui. Me ne lavo le mani e sfrutto il mezzo pubblico gratuitamente, come del resto un tamarro milanese appena maggiorenne, tutto griffato e un po’ sovrappeso, e una inquietante ragazza non so di quale nazionalità che parlava da sola. Gente della notte.

L’ultimo km lo faccio a piedi, nella Milano notturna, un po’ eccitato e un po’ disorientato, viali e controviali, puttane in qualche angolo, gente come me sola a piedi che rientra verso non so dove, palazzi signorili in cui si scorgono tenui luci di Tv accese, immagino le vite al loro interno, immagino la mia come sarebbe se abitassi qui, scenderei in quel bar, andrei da quel panettiere.. e mentre sono disperso in un apprezzatissimo mood riflessivo  mi accorgo che è già l’una di notte, non mi va di dormire e tra cinque ore suona la sveglia. È quasi un peccato non sfruttare l’occasione per farmi un giro, anche se il mattino dopo ho treno e allenamento a Rimini.

E se andassi in piazza Duomo? Mi chiedo.

E se invece non andassi, e me ne andassi comunque a letto? Mi rispondo.

Che poi non è carino rispondere a una domanda con un’altra domanda.

ORIENT EXPRESS

Non avere nulla da mangiare in casa, uscire, farlo ad ora di cena, raggiungere a piedi il supermarket, prendere solo lo stretto necessario, scegliere cose, avere fame mentre si scelgono cose, riscoprire l’errore di mettersi a scegliere cose quando la fame bussa.
Non prendere solo lo stretto necessario, dilagare, essere a un passo da addizionare persino un’inusuale zuppa di pesce, farlo dopo aver già messo nel carrello minestra di farro, maxi hamburger, bresaola, fesa di tacchino, frutta, verdura, grissini, crostata, cereali frosties, latte, insensatamente anche un block notes. Rimettere al suo posto la zuppa di pesce, con rammarico. Tenere il block notes, con orgoglio. Andare alla cassa, aspettare il proprio turno, non avere la carta fedeltà, chiedere due sacchetti, cercare moneta per agevolare il resto della cassiera, salutare la cassiera, non essere ricambiato, provare amarezza. Tornare in strada verso casa, passare davanti a un Kebab. Avere voglia di un Kebab. Accorgersi che non sarebbe stato male prendere il Kebab. Rientrare a casa. Cenare.
Con il Kebab.

LA BALA L’È ROTUNDA

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Non stavo capendo. Poi ho capito, ma l’ho lasciato concludere, perché mi faceva ridere.

Diciamo che quando le cose non vanno per il verso giusto, non c’è un bel niente da ridere e infatti non ho riso, ma dentro la mia parte evasiva lo ha fatto.
Ed io – si sappia – ho una grande opinione della mia parte evasiva.

Racconterò i fatti antecedenti che hanno portato alla situazione sopra citata, e non lo farò con una mera cronaca, ma servendomi di percorsi contorti, andrò fuori tema, adotterò soluzioni letterarie disparate, se possibile accattivanti, se non possibile accomodanti, certamente tutto fuorché didascaliche.

La bala l’è rotunda – non perde occasione di dirmi la mia nonna quando le dico che abbiamo perso. Puntuale, da sempre, è una consuetudine che mi accompagna sin dalle prime sconfitte in gioventù, è una sorta di pacca sulla spalla, che vuol dire che la palla è rotonda, e che poi continua con “na volta la và da chì, na volta la và da là”una volta va di qui e una volta va di là. Non l’ho mai apprezzata fino in fondo onestamente, proprio da un punto di vista fisico intendo, una sfera può andare in un sacco di posti, mi sembra un po’ riduttivo sostenere che vada o lì o là, a caso. Va detto che di questi tempi va un tantino troppo di qua, nella nostra porta, anzichè di là, nella loro. E questo è un problema. Un cazzo di problema.

C’è tutto un lavoro in settimana e c’è un esame da superare ogni domenica, e continuare a studiare, applicarsi e non arrivare almeno al 18 è frustrante, questo non lo considerate voialtri che state là fuori, nel mondo normale, che giudicate i calciatori come privilegiati viziatelli, che rincorrono una palla e prendono un sacco di euri, e se perdono tanto è uguale, tanto poi la sera vanno in discoteca.
Stereotipi. Italiani- mafia pizza spaghetti mandolino? C’è qualcosina di più.
La settimana si vive male dopo una sconfitta, ci son tutte delle dinamiche che ti scuotono, svuotano, una rincorsa a trovare la formula giusta capace di invertire la rotta o se preferite, in quanto rotta, aggiustarla… insomma l’obiettivo è vincere e questa domenica è arrivata la terza sconfitta di fila e capite bene che l’umore quello buono, è altrove.
Ed è per questo che in sala stampa poi ci sono andato io, che sono il capitano, perché un 1a5 casalingo va attutito, spiegato, scomposto in numeri primi, per quanto uno e cinque già lo siano, e i primi che è corretto si mostrino, sono allenatore e capitano.
Entro, la mia espressione è cupa, la sconfitta bruciante è appena avvenuta, la voglia di parlare – in tutta franchezza – molto ridotta.

Mi siedo, saluto, microfoni, telecamere, tre due uno… vai.

Inizia con la domanda un tizio, parla di prova convincente, di un inizio incerto ma poi col passare della gara una reazione e nella ripresa una gara senza storia in cui abbiamo legittimato la vittoria.

Legittimato. La vittoria. Abbiamo.

Non stavo capendo. Poi ho capito, ma l’ho lasciato concludere.

L’ho guardato in faccia bene, senza rispondere. Lui mi ha guardato, si è trattato di un’imbarazzante frazione di secondo ma che nel mio ricordo erano almeno venti, nel qual arco di tempo gli spuntavano crescenti orecchie da asino. Mi par di ricordare anche il naso rosso. Si si, c’era anche un naso rosso, come no.
Ho sbottato.
Non ricordo le esatte parole, ma per fini narrativi facciamo che siano state queste: “Mi perdoni buon uomo, passi per il naso rosso e le orecchie da asino, ma almeno abbia la decenza di riconoscere che davanti a lei c’è uno dei disperati che hanno appena raccolto una sacca di palloni dalla propria porta. Un uomo distrutto. Che ora è anche indignato. Si ricomponga, si dia un contegno!!! ”

Perché quello che ho omesso di dire all’inizio, è che mentre la mia parte evasiva – della quale ho una grande opinione – rideva, l’altra parte ha cazzo di sbottato.

23 e 24 aprile 2017 in pillole

Succedono poi cose nel weekend, a un bel momento. Tipo un allenatore che si dimentica di farti entrare, ci sta. Fa un po’ ridere, ma ci sta. Soprattutto se poi quella partita l’hai vinta, tutto fila via, scorre, senza attrito, liscio. È così che vanno le cose, sottili equilibri tra torto e ragione, sottili ragioni tra torti e equilibri, sottili torti tra equilibri e ragioni, giusto per mischiare le carte.

Che tanto quest’anno ho imparato a dire “a posto così”. Con chi cerca di aizzare, litigare, confutare io rispondo “A posto così” e se continua rispondo “A posto così” alzando la voce finché non si scoraggia. Nessuno è mai andato oltre al terzo ” A posto così“.

Una giornata in famiglia, il dì seguente, che è lunedì, per molti giorno festivo in quanto ponte che allaccia la domenica al martedì 25 aprile, giorno della liberazione, o della libera azione se preferite, che sarebbe un nome gradevole per una forza politica, peraltro. Mezza giornata in zone collinari, fortezza di San Leo, nei pressi della estera San Marino, a vedere cose belle in bella compagnia, costruzioni vecchie medievali, contenitori di storie piuttosto assurde di torture e prigionìe, annosa questione che testimonia l’incantevole uso improprio delle risorse intellettive umane che perdura lungo tutto il corso della storia, e chissà per quanto ancora ci accompagnerà.

Tempo di sgranchirmi le gambe con una improvvida accosciata ed ecco il mio apprezzato iPhone sette nero opaco non protetto da custodie sfilarsi dalla tasca, toccare non dolcemente il suolo e cominciare una drammatica discesa – schermo a spanciato a terra – per la ripida pendenza del ruvido ciottolato e interrompere la sua traiettoria un paio di metri dopo grazie allo stop d’interno destro di mio zio che evita danni peggiori. Danni che tuttavia non passano cazzo inosservati; graffi diffusi, piccole lacerazioni del vetro qua e là e la sensazione di aver fatto un’ottima scelta ad aggiungere l’Apple care al momento dell’acquisto, che permette riparazioni e/o sostituzioni a costi confortevoli e/o/a abbordabili.

Una piadina classica romagnola crudo squacquerone e rucola a pranzo, e discesa verso il mare, dove raggiungo miei colleghi intenti a godere del sole, e con cui facciamo una sfida a basket in spiaggia, canestri, tiri, mi sento fortissimo, vinco, poi entra sul campo un bambino veramente piccolo tipo cinquenne penso, con un nome veramente deludente quale è Cosimo, secondo solo a Calogero, che la mamma appellava Cocò, il quale con una personalità rara si intromette tra schiere di giganti senza salutare nessuno e facendo suoi quanti più palloni possibili cercando la gioia del goal, non minimamente supportato da forza nè tecnica che lo rendono un impiccio alla nostra gara che intanto però prosegue, ora più spezzettata, con Cosimo che a un certo punto calcia coi piedi il pallone a spicchi colpendo un palo pieno che gli restituisce con forza uguale e contraria il pallone in faccia facendolo cadere come un bambino. Quale è. Il tutto tra le nostre risa mentre la madre riprendeva il suo campione con lo smartphone, video che vorrei fortemente avere prima o poi.

Un altro ragazzino, più grande tipo dodicenne avrebbe voluto anch’egli giocare, ma – più timido – ci guardava seduto a bordo campo, aspettava solo di essere chiamato, ma l’ingombranza di Cocò era già più che sufficiente per noi adulti. Finita la sfida e assecondato Cocò, che tra le altre cose quando ha saputo che sono un tifoso della Juve mi ha guardato e dedicato un sentito “Fai schifo”, ho coinvolto anche il dodicenne, giocatore da subito parso talentuoso, una fluidità di palleggio e tiro che lasciavano trasparire competenza nonché militanza in qualche squadra cestistica giovanile. “Lui si che è bravo, si vede subito” ho subito sentenziato “è più bravo di te” ho aggiunto indicando il mio amico Cat. Poi è partito un due contro uno, io ero l’uno, contro il dodicenne e il mio amico Cat, ho fatto valere i miei centimetri, l’ho stoppato due volte il talentino, pavoneggiandomi anche, tipo Giovanni quando fa braccio di ferro col bimbo in “Tre uomini e una gamba” poi la partita è finita, dovevamo andare e mi sono complimentato col dodicenne, “Bravo, alla prossima.. io sono Daniele come ti chiami tu?” gli ho chiesto. Ha farfugliato un nome, che non ho capito, mi è sembrato abbia detto forse Gabri.. “Come scusa?

“Sabrina”

Ah.

Cioè quindi..

Esatto.

Ho stoppato due volte la dodicenne Sabrina.