IN CORONAVIRTUS

Lunedi 9 Marzo 2020. Poche ore dopo il decreto zona rossa “State a casa”

Seduto in questo treno semivuoto, in viaggio verso il lavoro, mi sento colpevole di una qualche sorta di malefatta. Incrocio fugacemente lo sguardo con un altro raro passeggero; quell’intenso e infinitesimo attimo contiene un poema. Con lo stesso denudato pudore torniamo ognuno a lavare i propri panni sporchi nel lavatoio dei nostri display, io intento a scriverne per smacchiare la coscienza, e lui.. beh lui non so, come potrei?
Strofinarmi le mani con gli ultimi profumati residui di un’amuchina non di marca acquistata mesi prima in un negozio di cianfrusaglie per meno di due soldi europei, mi fa sentire un po’ più civile della media, e quindi una persona migliore.
Ma poi perchè tutto questo disagio? Il treno va. Voglio dire, copre la tratta… e quindi è lecito servirsene, cioè, vuoi dirmi che all’improvviso Greta Thunberg non conta più niente? Dovrei mettermi a inquinare a bordo della Jeep Diesel, peraltro stando bene attento a non praticare quella virtuosa pratica che è il car pooling? Suvvia, siamo seri..“ – cerco così di convincermi della linearità della mia azione, proprio mentre si fa spazio la vera e unica ragione dell’interior disagio, efficacemente espressa dal mio lato moralizzatore, che chiameremo insensatamente Ingegner Pini: “Si ok, il treno va, e allora spiegami perché stamane la tua premurosa madre si è tenuta ben distante da te, meschino utilizzatore di treni e metropolitane in tempo di pandemia! Sei la feccia della società, redimiti, farabutto!

Sa essere molto crudo l’Ing. Pini quando si siede al tavolo delle riunioni con me stesso.

Il regime di vita adottato negli ultimi mesi, totalmente improntato su treni e metropolitane, veicolatori piuttosto noti di mali stagionali, già di per sè mi eleva a potenziale untore, e la percezione di esserlo aumenta considerando la surreale assenza di presenze intorno a me.
Insomma, tornassi indietro, stamattina avrei preso l’auto, non c’è dubbio. Ma non sapendo ancora viaggiare a ritroso nel tempo, facciamo che per oggi va bene così.

Il treno prosegue puntuale, nessun controllore viene a sondare le mie ragioni di viaggio. Tutto sembra nella norma, quando all’improvviso uno strano crescendo di solletico risale il setto nasale creando attimi di panico; è uno starnuto. Con abilità lo contengo e lo implodo, attutendo al massimo il rumore per non attirare le attenzioni delle forze speciali armate di cui tanto si parla. Nessuno le ha mai viste, e chi le ha viste non è più tra noi per poterlo raccontare. Dicono. Tempi strani questi. Tempi in cui crea più imbarazzo starnutire che scoreggiare.

Giorni difficili, direi particolari, ma assolutamente non tragici. Non è la fine del mondo. Volete dirmi che la razza umana non è in grado di resistere a una ventina di giorni di.. ferie a casa?
Più che mai, non c’è da lamentarsi. Non c’è da criticare niente e nessuno, non c’è da additare nè pretendere.. c’è da eseguire un semplice compito che ci hanno affidato: stare principalmente a casa.
E coscienti che vale sempre la regola che non per forza bisogna dire la propria opinione sui social se non si conosce l’argomento. Non sottovalutiamo la virtù del silenzio.
E allora forse tutto questo, che ora è soltanto disagio, potrebbe divenire occasione per meglio calibrare il sistema artificiale discutibile che abbiamo creato, e ritrovare qualche essenziale, utile, vera priorità per la propria vita.

Si, bravo, minimizza.. fai la morale a tutti! E mi raccomando, evita di dire che col crollo delle borse hai perso migliaia di euro in poche ore, e chissà ancora quante ne brucerai, tu e il tuo odiato (a parole) sistema finanziario, sempre pronto a collassare pesantemente ad ogni minima stronzata. Sei solo un inutile ingranaggio del sistema che millanti di voler combattere

Quel tizio riesce sempre a rovinarmi la giornata.

TRENO MERCI – Sembrava mestizia..

” In principio eravamo semplici, energici, liberi, spensierati e leggeri. Crescendo, alla nostra potente locomotiva è stato dato un indirizzo culturale, dei binari, e qualche vagone che abbiamo accolto come naturale evoluzione.
L’educazione, l’ambiente sociale, geografico, politico: tutto questo aggiunge a suo modo un nuovo carico che accettiamo e come tale accatastiamo lì, confusamente dentro a quei vagoni, riempiti, appesantiti uno dopo l’altro.
Ma poi col tempo la nostra trazione ha cominciato ad essere più farraginosa, lenta. E solo allora, con colpevole ritardo, voltandoci scopriamo che quei vagoni ci hanno trasformati in un interminabile treno merci.”

Il pezzo precedente, “Sembrerebbe un pezzo di pura mestizia” – che potete leggere qui – e che sbrigativamente riassunto tratta dell’ammissione della mia bruttezza, a me stesso prima che agli altri, è l’esatto esempio di come iniziare ad alleggerire il convoglio, cominciando a sganciare alcuni pesantissimi vagoni, e farlo per una semplice ragione; perchè osservandone il contenuto li scopriamo pieni zeppi di robaccia totalmente inutile, vecchie convinzioni a cui non crediamo più da un pezzo. Inutili ancore incagliate a un fondale che non più ci appartiene.

Curiosamente, persone a me molto legate hanno preso sin troppo seriamente il contenuto del precedente pezzo, preoccupati che avesse a che fare con una sorta di crisi personale profonda, crollo di autostima, depressione.. niente di tutto questo. Non era mia intenzione auto commiserarmi, non troppo seriamente quantomeno.. e il filo auto ironico presente credevo potesse spiccare nel senso generale dell’opera, così come il titolo stesso attraverso quel condizionale “Sembrerebbe..” sarebbe dovuto essere indizio di uno scenario alternativo, parallelo; un upside-down.
Evidentemente rimasto solo nella testa del poco bravo e pure brutto autore: io.

L’obiettivo era avversare la logica di questa malata era Social che esige sempre e solo l’immagine migliore di sè, ritoccata, filtrata, dopata.. non la verità – o la versione più possibile vicina ad essa – ma la menzogna travestita da verità, a cui finiamo noi stessi pateticamente per credere.
Testimoniare la mia bruttezza. Mettere in risalto i miei difetti anzichè nasconderli. Perchè in fondo a ben pensarci… ma chissenefrega? Qual è il problema? Vi domando; che cosa cambia? Esatto, nulla. È solo roba pesante e inutile che con un po’ di auto-ironia svanisce mostrandosi per quello che è: esatto, nulla.
Vuole essere una sveglia per chi vive questo tempo con perenne insoddisfazione e non sa spiegarsi il perchè, per chi compra cose perchè la moda va in quella direzione, per chi segue il flusso passivamente lasciandosi convincere che la felicità passi dall’avere anzichè dall’essere, e che le priorità della vita siano quelle raccontate dal sistema mediaticonsumisticapitalistico, abilmente studiato per omologare, rendere simili e quindi meglio controllabili, influenzabili.

Questo ipotetico regime occulto esiste, eccome. Ma è astratto, non costringe nessuno a restare con la forza. È semplicemente attraente nella sua forma, confortante nella sua stessa estetica, ti ammalia con una narrazione che promette di porre fine ai tuoi problemi, con la sola “innocente” colpa di omettere gli effetti collaterali, spesso simil mortali che porta con sè, specie se somministrata come unico “pasto” della giornata.
Si è così creata un’infantile rincorsa a inseguire ciò che non si possiede, piagnucolando, riconoscendo in quella mancanza la ragione del proprio malessere, onde poi ottenerlo e presto scoprire che non era quello, ancora una volta, il motivo del disagio.

Che sia dunque sbagliato cercare all’esterno la cura?
Che si debba partire dall’ascoltare dentro cosa siamo prima di affacciarci làffuori?
Che sia forse questo sistema divenuto troppo materiale e razionale?
Che ne è del (non necessariamente religioso) lato interiore spirituale, lento, introspettivo? È forse travolto dal famelico bisogno di istantaneità, 5G, fibra, tutto e subito in cui ci siamo cacciati?

Giovani generazioni, soprattutto voi che nascete già digitali, siate vigili. Io credo che solo rispettando il proprio essere autentico si possa ambire ad una vita quanto più serena possibile in termini di pace interiore. Solo rispettando e riconoscendo noi stessi, anche e soprattutto attraverso il riconoscere cosa non siamo, possiamo avvicinarci al nostro potenziale.. e a quel punto, solo a quel punto riusciremo ad affacciarci al mondo senza più scomode zavorre. Finalmente sereni.

Occorre un pensiero proprio, intimo, per avversare tutto ciò. Un lavoro interiore costante, una vera e propria sfida, per vivere nel proprio tempo, senza rinnegarlo, accettare le regole del gioco, utilizzare gli strumenti che esso offre, restare aggiornati, ma costruirsi la propria tana, il proprio spazio interiore, immateriale, inattaccabile, fondato sulla consapevolezza di sè, rispettoso della propria natura autentica, attratti ma non inghiottiti da tutto questo gran trambusto. Sempre coscienti.
Serve arredare se stessi col giusto stile, riconoscere le omologazioni, attraenti ma impersonali, che gli influencer inculcano, siano essi influenzatori social, del cinema, delle pubblicità, della musica, o siano essi i grandi padroni del mondo commerciale, o gli algoritmi dei big data, che ci veicolano ove conviene a loro per perseguire (più o meno) giustamente il proprio modello di business. Serve essere fieramente originali, simili ma orgogliosamente differenti, unici.

È un percorso singolo, che ognuno deve compiere da solo, una sfida, forse l’unica vera rivoluzione culturale possibile, certamente utopistica.
Ma in attesa di idee migliori, io comincio da qui, dal mio mondo: da me.

Questo. Tutto questo. Dentro quel pezzo che sembrava essere fatto di pura mestizia, dietro le quinte di quel pezzo, tra le righe di quel pezzo, nelle sue sfumature… c’era tutto questo.

 

 

LA VITA È

Il 18 Luglio è data nefasta. Sono oggi Ventisette anni da quel giorno terribile, e oggi come allora mi chiedo quale senso abbia avuto ciò che accadde. Eppur la verità a cui sono giunto, è che voler trovare un senso all’esistenza significa affrontare la questione da una prospettiva profondamente sbagliata. La Vità è già di per sè un Senso. La vita non ha, ma è. Ausiliari simili eppur differenti. La fragilità dei nostri corpi, che il tempo dapprima cresce e rinforza, e poi deteriora e distrugge. La discrepanza tra corpo e mente, che quando quest’ultima raggiunge una coscienza rassicurante, il primo è ormai non più prestante per esprimere tutte le potenzialità che avrebbe invece potuto esplodere in passato. Una specie di condanna quella della mente, ostaggio di un corpo che non necessariamente la rappresenta, intrappolata in limiti fisici, estetici a volte, che non la fanno emergere appieno. A cui aggiungere le leggi chimiche e fisiche di questo pianeta, che come Ventisette anni fa, per futili motivi possono annientare una giovane vita. Mi perdo in queste pieghe, pensieri ondivaghi che hanno un capo ma non una coda, mi perdo mentre i miei giorni scorrono, ora particolarmente ricchi di stimoli, novità, incognite belle e meno belle, questioni esistenziali forti, necessità via via sempre più vitali, futuro non più così anteriore da onorare con scelte forti e coraggiose, scelte che cambieranno tutto e in fondo.. niente. Che in fondo basta vivere togliendosi un po’ di lucchetti, vivere come meglio viene, condividendo, con le braccia spalancate e un sorriso fiero rivolto al cielo. Anche quando piove. Consapevoli che se piove prima o poi tornerà il sole. E se c’è il sole, prima o poi tornerà la pioggia. Usando il senno.. ma coscienti che tanto la vita è già un senso. È già tutto qui.

A Carol.

Happy Birthday to Me

Ho trentacinque anni, oggi, 12 agosto. O come amo chiamarlo io, 43 luglio. Trentacinque come gli anni di Cristo dopo due anni che sedeva alla destra del padre. Fermo. Alla destra. Ad oggi sono 1985 anni che è sigillato lì. Discutibile.

Tutto iniziò con gli zero anni nel 1983; nessuno allora mi fece gli auguri. Immagino si complimentassero coi miei genitori, come è giusto che fosse e come sarebbe giusto che fosse tuttora – io sostengo – ad ogni anniversario. Invece poi, anno dopo anno, quel giorno agostiano, è divenuto fonte di interesse per tutte le mie conoscenze che sgomitano per dirmi Auguri, buon compleanno! “Grazie grazie” – rispondo io. Grazie del pensiero. Meriti non ne sento, ma grazie. Il merito è sempre stato dei miei. Mai come ora mi è chiaro: devo assolutamente fare un regalo ai miei per il mio compleanno d’ora in poi, avrebbe molto più senso del contrario se ci pensi bene.

Il mio amico Afi come di consueto è stato il primo a farmi gli auguri, con le consuete 24 ore di anticipo. Ogni anno, in onesta buonafede, sbaglia di un giorno. È semplicemente meraviglioso. I suoi ho imparato a prenderli come un plauso finale all’anno che va terminando, che anche questo avrebbe più senso. “Bravo per i tuoi 34 anni Dane, hai fatto un ottimo lavoro”.

Buon compleanno a me dunque, e che questi anni trentacinque siano lo slancio del mio secondo tempo, reinventarsi dopo un primo tempo vincente, ripartire dalla base e piano piano risalire, in cerca di nuovi interessi, nuovi ruoli, nuove vittorie.. lo sport che mi ha coccolato fino qui è destinato presto a lasciar spazio ad altro, un casale in collina magari, no? Lo dicono tutti che sarebbe bello andare a vivere in collina, e poi nessuno lo fa. E invece io, noi, lo stiamo rendendo reale. Una nuova realtà da plasmare, da adibire a nuova vita, nelle colline delle Marche in mezzo al niente, solo colline, campi, un orto, un B&B con angolo Bike Hotel e altre seicento idee che poi vediamo come metterle in pratica.. vi faccio sapere, giuro.

Un progetto pieno di incognite, pieno di dubbi, che ti pone mille perplessità accostate a mille motivi e mille motivazioni.. una visione.

Che siano questi anni trentacinque una solida base per costruire tutto questo.

Cambiare tutto perché tutto resti uguale.

Andrà bene? Andrà male?

Questo ora, credetemi, è totalmente irrilevante. Ciak, si gira.

Tanti auguri a me.

SOCIAL NETWORK

Tutto mutò col loro avvento, sottovalutammo la potenza del mezzo, ci rendemmo conto della sua influenza quando ormai il virus aveva infettato le nostre teste. Acconsentimmo l’utilizzo dei cookies, biscottini virtuali coi quali sfruttano noi per arricchir se stessi. Ci sentimmo liberi: liberi di scegliere, di esprimerci, di urlar noi stessi al mondo, senza peraltro che il mondo lo richiedesse. Una vetrina in cui espor se stessi, rigorosamente il solo meglio, che il peggio lo nascondiam sotto il tappeto, esteti, come il nostro tempo insegna.

Dai al popolo la libertà di esprimersi
e la confonderà con il dovere di farlo

Ma qual imbarazzo provo, oh utenti, a mirar le vite di voi ch’io nel real conosco, narrate attraverso il mezzo social, quanta maschera, quanto mascara, per edulcorar vite tranquille e dignitose elevate a sublimi, mirate a mostrar esistenze festose e ridanciane, che nel vero lontane son da quelle.

Necessitate forse di farvi schiacciare una costellazione di Like? Vi disseta questo? Ch’io poi son critico e attento a far uso giudizioso del mezzo, eppur a voi egual talvolta e non lo nego, nossignori, non nego di provar soddisfazione ad aver riscontro di un mio dire ironico, creativo, fotografico o vaghissimo che sia.

Da cosa nasce cotanto necessitar, mi interrogo. Bisogno di consenso? Di simbolico sostegno forse? Per sentir se stessi parte attiva d’un globo che uragana su se stesso, sospinto da venti tecnologici repentini assai troppo, che confondono e distolgono dall’umana vera esigenza, dalla vera essenza che dal principio dei tempi – quella no – non è mutata. Manipolatori sleali che spostano i cartelli verso sentieri inesatti, vicoli ciechi ove possano poi borseggiarti lontani da indescreti sguardi.
Non mi è chiaro come evitar di viver nell’insistito errore, così come non è claro questo mio italiano arcaico che talvolta mi vien da scomodar, che in fondo necessita di ometter qualche final vocale e il gioco è bell’e fatto.

Non è chiaro, andavo dicendo, ma la direzione è codesta ritengo; più possibil rivolta al pensier autonomo, conscio di viver – social – tra la gente, influenzato da essa, attratto come pianeta orbitante, che in circolo rotea attorno alla magna massa senza esser da essa inglobato, alla maniera del satellite lunar che così da millenni con la Terra interagisce.

Attratto. Ma non risucchiato.

NON HO CAPITO BENE LE COSE

Dev’essere stata colpa del fatto che son stato bocciato in seconda liceo. Fieramente bocciato posso dire, a vederla da qui, dal 2017.
Oppure la colpa è del mio professore di estimo, che non stimo.. e stimo che sia in pensione, immeritata pensione vista l’inadeguatezza palesata a insegnare, estimo.
Non escludo sia colpa di Weinstein che mi stuprò quando ero piccolo se non ricordo male. Facendomi bocciare. #metoo.
Può essere colpa di Donald Trump che possiede il bottone rosso per far saltare in aria tutto, che è un po’ come dare in mano le chiavi del parco giochi sotto casa al bullo del quartiere.
Ho ragione di credere che abbia le sue colpe il capitalismo, la cuccia in cui sono nato, che ti fa sentire azzurro, coccolato, poi più marrone, cioccolato, e ti affida al goloso.
Di colpe ne ha la televisione, che intrattiene passivamente e ti adagia sul tuo cazzo di divano annientando la creatività, e se ora sono qui e sto scrivendo è perché l’ho spenta forzosamente, e niente Liverpool Chelsea, non questa volta, che stavolta devo creare cose che prima non esistevano e ora stanno prendendo forma, e belle o brutte è irrilevante, perché fare ti da il controllo, ai posti di comando della propria vita che lo dico ai più distratti, è l’unica cosa che abbiamo.
La colpa poi è certamente dell’essere umano tutto, che a partire dal condominio, rione, Provincia, REgione, NAZione, SeSSo, DENARO, RELIGIONE, POTERE, mette a pecorina il rispetto della propria e altrui vita e perde energie, salute, tempo, denaro.. VITA.. inseguendo cose. Cose non poi così chiare, onestamente.
Ho ragioni, molte, di credere sia colpa della Religione, testi antichi, obsoleti, anacronistici elevati a Sacri e strumentalizzati da ogni fazione che in cuor suo deride l’altra per l’assurdità di alcune credenze, ignorando la ridicolezza delle proprie.
E colpa ne ha Padre Livio, direttore di Radio Maria, che nei miei viaggi notturni ascolto diviso fra la curiosità di capire, e l’incredulità nell’ascoltare aria fritta raccontata con convinzione, come genitore che abbindola il bimbo con la storia della fatina dei denti. Padre Livio che sostiene come se fosse la cosa più normale del mondo che la Madonna appaia regolarmente a quattro veggenti slave lasciando messaggi un po’ criptici, da decriptare se vogliamo salvarci da un presunto Satanasso.
Così fosse colpe ne avrebbero anche loro dunque, La Regina della Pace e la Trinità tutta, per l’inopportuna non chiarezza. Già che appari sii chiara, dico io, Maria.
E la colpa è indubbiamente anche mia, che sono travolto da tutto questo, connivente, parte dell’ingranaggio, coccolato, cioccolato, sgocciolato, annientato, idiota, che a volte riemerge, come ora, e spegne la tv, accende la radio, Spotify, Brunori Sas e affini, e crea qualcosa, non so cosa, ma qualcosa. Qualcosa che comunque vada resterà, e che un giorno rileggere sarà bello, difficilmente brutto, sarà una testimonianza di me, di una accattivante versione non aggiornata di me.

Sia di chi sia la colpa di tutto questo, resta il fatto che in questo mondo, ad oggi, novembre 2miladicias7, ecco io, sostanzialmente.. Non ho capito bene le cose.

QUELLA SCRITTA SUL MURO

Esiste, quella scritta sul muro. La trovate percorrendo via Gradisca, una via secondaria, terziaria direi, a Varese, città dove l’autostrada non passa; arriva. Casa.
Di artistico ha ben poco. Non Varese, la scritta dico.
Lo specifico prima che qualche “Sgarbi” della situazione mi dia della “capra” e attacchi con la lezione d’arte fatta di nomi mai uditi di presunti artisti-geni del passato varesino ai quali, mi perdonino, non intendo dare priorità in questa fase della mia vita.
Una bomboletta nera, lettere in stampatello anonimo, calligrafia non invidiabile, andamento incerto, storto, di impatto non piacevole alla vista, deturpatrice di angoli di città. La noti perché è lì – a ore dodici – prima di una svolta a destra obbligata verso – ore tre.
Talmente imperfetta che esclude mire esibizionistiche. E se manca ostentazione di stile (o presunto tale) in un atto forte qual è una scritta sul muro come questa, quel che rimane è una voce, un grido, una traccia che lasci il segno del proprio passaggio in questo misterioso pianeta che fluttua da tempo immemore in una porzione di inspiegabile spazio infinito chiamato universo.

“L’unica cosa che ti prometto è noi”

La considero una delle più belle frasi d’amore che si possano dedicare alla propria donna. Probabilmente sostituirei il noi con io e te. Perchè il noi mi crea un senso di noia, apnea, mi soffoca. Più in generale parlare d’amore mi nausea, l’amore ostentato che vedo in certe coppie, con tutti quei nomignoli, cucci-cucci, piccolina, patatina, orsetto. Che imbarazzo. Infinito. Quel noi che diviene profilo social condiviso lui-lei. Mamma mia, che scelte azzardate, il più delle volte imposto da uno dei due IO che compone quel NOI. Un IO che prevale su un altro IO? Sembra essere l’esatta definizione di Bullismo.

Siete due, siate due.

Sta cosa di diventare un tutt’uno è uno slogan ingannevole, che ti gasa, che se lo segui sei Up, sei il Top, un po’ come la pubblicità dei Fonzies che “se non ti lecchi le dita godi solo a metà“, che la prendi per buona, diventa quello il vero gusto, leccarsi le dita, yeah, evvai! Ma fermatevi e ragionate. Avere le dita impiastrate di fecola di patate che puzzano di piedi è sempre stato un problema. E lo è ancora. Madonne. Ma lo slogan lo ha eclissato. (Ribadisco i complimenti agli autori).

Così come le due metà della mela, che si incontrano e diventano quel tutt’uno. Bella immagine, certo, la mela che si completa. Bellissima. Ma sicuri che abbia davvero senso soffocare l’individuo a favore del tutt’uno? Si? Sicuri Sicuri? Ah beh, allora a posto così. In questo caso ho solo un ultimo appunto;

Aggiungete una A in fondo alla scritta sul muro e troverete la promessa definitiva che più vi appartiene.

MAL ESPRESSO

L’autunno è arrivato col fare sbarazzino di un uomo di mezza età che fa il giovane, dando un immagine estiva di se stesso. La colonnina di mercurio si vanta di stare sui venti, ma io mi fido il giusto di tipi come l’autunno troppo estivo, così mi vesto autunnale perché sono stato educato a diffidare delle apparenze, io.

La temperatura percepita nasconde insidie, colpi di freddo, mi fido più del calendario e dell’ingiallirsi delle foglie. Come diceva sempre mia nonna: “Autunno, cadono le foglie e quindi vedi che ti metti la felpa.” Non è vero. Mia nonna non ha mai detto una roba del genere. Poi non parla mica così. Ho mentito. Non sono bravo a mentire. Mento sapendo di mentire. Dopo una mentos, mento sapendo di mentine. Comunque non mentos-spesso. 

Fatto sta che l’ho messa la felpa ma qui in questo caffè sulla spiaggia proprio sotto la ruota panoramica che hanno appena smontato (in quanto autunno), fa un dannato caldo, non mi riesce di leggere felice il bel libro, troppo sole, troppo caldo, troppo non ventilato, troppa felpa che poi una volta tolta.. addirittura troppa t-shirt, pazzesco, il calendario e le gialle foglie raccontano ben altro, mentendo, anch’essi, parrebbe. 

Insisto, leggo ancora un po’, non è un bel leggere, con sto caldo mi sento distratto, o quantomeno distraibile, sto per mollare… e lo faccio quando alle mie spalle una coppia che non vedo ma sento, ordina due caffè, uno ristretto e uno schiumato. 

Schiumato

Chiudo il libro. 

Ristretto. E Schiumato. 



Arrivo presto ad una tesi: finché esiste una persona che chiede un espresso schiumato, significa che nella nostra società c’è un eccesso di benessere. 

Già pretenderlo ristretto è un vezzo, parliamo di una misera tazzina contenente al massimo quattro cl, vale a dire un sorsetto. Ristretto significa gradire una porzione di sorsetto; dai su, si vede che non avete mai fatto il militare voi. 

Al servizio di leva ci facevano bere caffè vecchio di giorni, a volte neanche scaldato, in tazze di latta sopravvissute all’ultima grande guerra. E se osavi anche solo lamentarti con un cenno del sopracciglio tu e la tua camerata finivate in punizione, doppio turno, niente pranzo e serie infinite di piegamenti sotto la pioggia, nel fango. Fango macchiato freddo. Questo è quello che ci succedeva, al dodicesimo battaglione di fanteria, a Treviso nel 1973. 

Che poi, ad essere onesto, non è vero niente. Ho mentito. Non ho mai fatto il militare io. E poi sono nato nel 1983. Non sono bravo a mentire. 

L’avevo detto. 

PIT STOP

L’essere umano che attende dal gommista è la più spaesata specie animale, appartenente alla famiglia dei mammiferi attenditori del propio turno.

Ne ho fatto parte anche io, un tempo.

Non sai dove mettere la macchina, non sai con chi parlare, tutti hanno una montagna di lavoro e ti passano dinnanzi con cerchioni pesantissimi, fanno rumore, tanto rumore, compressori, macchinari meccanici, cric, trapani, montano e smontano.
Cerchi di individuare il titolare, lo vedi, è spettinato e unto da anni, te lo immagini così anche a casa, sul divano, sporchissimo anche dopo una doccia. Con la tuta da meccanico. Potrebbe levarsela almeno a casa – pensi.
Di norma è un uomo che ha più cazzi per la testa del presidente neo eletto degli Stati Uniti, sempre attorniato da clienti stressati e stressanti che chiedono cose, chiedono prezzi, tempistiche. Col tempo ha sviluppato l’arte di liquidare con risposte sommarie qualunque suddetto mammifero spaesato, che è bisognoso di tutto fuorché risposte sommarie, lasciandolo lì, totalmente allo sbaraglio come prima, peggio di prima. E lo fa con la tecnica efficacissima di continuare a fare quello che sta facendo senza esitare neanche un secondo.. e a un certo punto se ne va, ributtando te e le tue domande in mezzo a tutti gli altri che prima di te ci sono già passati, provando e fallendo, come te, che ora li affianchi lì all’uscio, in attesa del tuo turno, che non hai idea di quando sarà.

Oggi sono qui in una nuova veste, oggi per la prima volta non a disagio grazie all’assidua frequentazione provocata da tre eventi;

1. Il cambio gomme di stagione di un mese e mezzo fa

2. Buca che mi ha squarciato l’anteriore destra dieci giorni fa.

3. Una gran vite che mi ha ingravidato l’anteriore sinistra ieri sera, in pieno centro, a me, ahimè.

Avrei felicemente evitato le ultime due apparizioni, ma la mia filosofia mi induce a togliere spazio alle recriminazioni e prendere quel che c’è di buono: ho imparato come navigare in queste torbide acque, ed oggi ho modo di essere un osservatore esterno, non più appartenente alla spaesata specie. E mi diverte.

Mi diverte vedere l’esitazione di uomini e donne di qualsiasi età ed estrazione sociale, totalmente in balìa degli eventi, guardinghi, in piedi davanti all’officina, timorosi che qualche furbacchione arrivato dopo possa cavarsela prima nonostante ci sia il numerino tipo salumiere.. c’è una sorta di tensione nell’aria, braccia conserte, continui giri in tondo, la voglia di sapere qualcosa in più, quanto manca al proprio turno, in quanto ce la si può cavare, la continua ricerca di un eye-contact da cui gli esperti gommisti – così come il titolare – si tengono abilmente alla larga, consapevoli che concederlo sarebbe come tirare una testata ad un alveare.. e poi quell’astratta sensazione che distrarsi un attimo possa per qualche ragione essere fatale. E allora tutti lì, attenti.

Ero uno di loro, un tempo. Ora invece sono l’unico seduto sulla panchina, qui, ora, rilassato, a scrivere, descrivere i loro comportamenti da piccioni, titubanti.
Anzi, ora vado pure a bermi un caffè al bar qui di fronte.
Prima però, gli faccio una foto.
Clic.

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L’ERBA DEL VICINO È VERDE GIUSTA

Dopo mesi di freddo, il locale torna ad avere un significato. Il grande terrazzo con accesso diretto alla spiaggia è il suo punto di forza e si distende rivolto allo spettacolo offerto dalla natura che in quel tratto di costa ne disegna una rientranza che definisce un piccolo golfo.
L’ora in più di sole, il cielo limpido, i ritmi pacati del giorno libero, la bella stagione che va a iniziare in contrasto con la bella stagione sportiva che va a tramontare, riempiono di significati – percepiti ma non espressi – il momento. Significati agrodolci, che rimandano a immagini.

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L’immagine di una birra con gli amici di una vita, sul far della sera.
Che se cambi la punteggiatura viene tipo;
L’immagine di una birra con gli amici, di una vita sul far della sera,
che ne dipinge la versione nostalgica da cui sono travolto se penso al continuo inesorabile accumulo uno dopo l’altro dei secondi/minuti/ore/giorni/mesi/anni. Secoli.
Inevitabile tratteggio del mio carattere, perpetua percezione del contrasto tra bellezza e fragilità dell’esistenza, visione di insieme che non lascia spazio a facili entusiasmi nè a profondi crolli emotivi.

C’è un gruppo di ragazzi pochi tavoli oltre il nostro, è una festa di laurea, festeggiano forte, forte come io non so fare da anni. E li invidio. Non che io sia infelice, ma.. come dire.. mi si rovesciano addosso tante questioni irrisolte, tanti avrei dovuto e avrei potuto, tempo passato, tempo gettato, occasioni non colte, cose rimandate e mai più riconsiderate.
E il tempo scorre mentre io mi sento troppo giovane per certe cose per cui in realtà sono abbastanza vecchio, questione famiglia, bambini, io, ma no, sto cosi bene adesso, ma quali bambini, che quelli poi continuano a piangere e vogliono cose, cose che se non gli dai poi piangono, ancora, ma non aveva già pianto prima? Si si, ma piange ancora. Ok, va bene, ma se posso permettermi, tutto quel liquido lacrimoso, di preciso, dove lo tengono? Non so, ma piange. Si si ho capito, smetterà. Dici? Si. Dico.
Il punto è che bisogna stargli addosso h24 e addio viaggi, ozio, amici, libertà.
Però poi guardo bene la mia carta di identità che mi urla addosso che ho quasi anni trentaquattro, e continuo a vivere come dieci anni fa, quindici anni fa, innamorato di un pallone a cui corro dietro, con la differenza che allora ero contornato da uomini dieci/quindici anni più vecchi, e avevo una carriera davanti, mentre ora da ragazzi dieci/quindici anni più giovani, e ho una carriera alle spalle, e tanti pensieri imminenti, che non ho ancora capito bene se una casa la voglio comprare, o stare in affitto, mutuo, tasso fisso o variabile, che cazzo ne so, apro una attività? Non è il caso, non sai quanti casini, mi dicono. A Varese? A Varese non funziona niente mi dicono degli altri. Si ma altri chi? Eh, voci, voci di corridoio. Ma quali corridoi, corridoi di un tribunale? Corridoi Vasariani? Di quali corridoi stiamo parlando? Eh, voci che si sentono, rumors. Ah.

Parte un coro, un coro che interrompe i miei pensieri, un coro festoso rivolto al laureando, e in alto i calici, gente euforica, una corona di alloro sulla testa dell’ennesimo dottore italiano, tutti con la camicia bianca, tutti giovani e bellissimi, tatuaggi che sbucano dal colletto, dalla manica, dal risvoltino del pantalone, acconciature folte e alla moda, occhiali da sole, in piedi sui divanetti, padroni del mondo.
La bella vita. Vivono il sogno di tutti.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, pronto a brindare, che ho sentori di simil invidia per un gruppo di festanti venticinquenni qualunque? Ma perchè? Qualcosa non torna.

E infatti è tutto un bluff ! Che sbadato, quasi subivo l’ennesimo inganno della “Sindrome delle cheerleader“. Quella sindrome che ti fa apparire come un gruppo di fighe stratosferiche un gruppo di ragazze pon-pon, fino a quando non scomponi l’insieme e ti concentri su ognuna di esse, separatamente, scoprendole al più carine, sovente veri e propri sgorbietti. Ma nell’insieme fanno un figurone.
Così scandaglio meglio i singoli che compongono l’insieme e ne traggo ragazzi normali, alcuni con chiari problemi di linea che prima avevo incredibilemnte ignorato, altri ancora eccessivamente pallidi, chi con una postura poco invidiabile, chi stempiato, non tutti poi così euforici come mi apparivano quando li vedevo come unica entità festante-bene. Alcuni addirittura annoiati in disparte, ai margini della festa, intenti a smanettare con lo smartphone.

Ennesima lezione di vita che sbiadisce l’intensità del verde che siamo soliti ammirare nell’erba del vicino.

Il locale si riempie, tutt’intorno siamo circondati da coppiette, amici, amiche, un trionfo di selfie uguali a tanti altri che solo instagram ci dirà quanto valgono grazie alla ghigliottina dei Mi piace. Il popolo del futuro, super connesso, è tutto lì.

E poi ci sono loro, tre anziani in salute, verso i settanta che bevono birra, appaiono felici, niente smartphone sul tavolo, sembrano sapere cose che io non so, sarà saggezza, sarà esperienza, sarà quel che sarà ma sta di fatto che sono perfettamente a loro agio in un contesto giovanile che bada molto all’apparenza; se ne fottono, loro.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, brindante, li guardo con stima, con invidia anticipata, sarà la mia ambizione arrivare a fin lì, arrivare a quell’immagine:

“Una birra con gli amici di una vita sul far della sera”

E la punteggiatura, in fondo, è irrilevante.