TRENO MERCI – Sembrava mestizia..

” In principio eravamo semplici, energici, liberi, spensierati e leggeri. Crescendo, alla nostra potente locomotiva è stato dato un indirizzo culturale, dei binari, e qualche vagone che abbiamo accolto come naturale evoluzione.
L’educazione, l’ambiente sociale, geografico, politico: tutto questo aggiunge a suo modo un nuovo carico che accettiamo e come tale accatastiamo lì, confusamente dentro a quei vagoni, riempiti, appesantiti uno dopo l’altro.
Ma poi col tempo la nostra trazione ha cominciato ad essere più farraginosa, lenta. E solo allora, con colpevole ritardo, voltandoci scopriamo che quei vagoni ci hanno trasformati in un interminabile treno merci.”

Il pezzo precedente, “Sembrerebbe un pezzo di pura mestizia” – che potete leggere qui – e che sbrigativamente riassunto tratta dell’ammissione della mia bruttezza, a me stesso prima che agli altri, è l’esatto esempio di come iniziare ad alleggerire il convoglio, cominciando a sganciare alcuni pesantissimi vagoni, e farlo per una semplice ragione; perchè osservandone il contenuto li scopriamo pieni zeppi di robaccia totalmente inutile, vecchie convinzioni a cui non crediamo più da un pezzo. Inutili ancore incagliate a un fondale che non più ci appartiene.

Curiosamente, persone a me molto legate hanno preso sin troppo seriamente il contenuto del precedente pezzo, preoccupati che avesse a che fare con una sorta di crisi personale profonda, crollo di autostima, depressione.. niente di tutto questo. Non era mia intenzione auto commiserarmi, non troppo seriamente quantomeno.. e il filo auto ironico presente credevo potesse spiccare nel senso generale dell’opera, così come il titolo stesso attraverso quel condizionale “Sembrerebbe..” sarebbe dovuto essere indizio di uno scenario alternativo, parallelo; un upside-down.
Evidentemente rimasto solo nella testa del poco bravo e pure brutto autore: io.

L’obiettivo era avversare la logica di questa malata era Social che esige sempre e solo l’immagine migliore di sè, ritoccata, filtrata, dopata.. non la verità – o la versione più possibile vicina ad essa – ma la menzogna travestita da verità, a cui finiamo noi stessi pateticamente per credere.
Testimoniare la mia bruttezza. Mettere in risalto i miei difetti anzichè nasconderli. Perchè in fondo a ben pensarci… ma chissenefrega? Qual è il problema? Vi domando; che cosa cambia? Esatto, nulla. È solo roba pesante e inutile che con un po’ di auto-ironia svanisce mostrandosi per quello che è: esatto, nulla.
Vuole essere una sveglia per chi vive questo tempo con perenne insoddisfazione e non sa spiegarsi il perchè, per chi compra cose perchè la moda va in quella direzione, per chi segue il flusso passivamente lasciandosi convincere che la felicità passi dall’avere anzichè dall’essere, e che le priorità della vita siano quelle raccontate dal sistema mediaticonsumisticapitalistico, abilmente studiato per omologare, rendere simili e quindi meglio controllabili, influenzabili.

Questo ipotetico regime occulto esiste, eccome. Ma è astratto, non costringe nessuno a restare con la forza. È semplicemente attraente nella sua forma, confortante nella sua stessa estetica, ti ammalia con una narrazione che promette di porre fine ai tuoi problemi, con la sola “innocente” colpa di omettere gli effetti collaterali, spesso simil mortali che porta con sè, specie se somministrata come unico “pasto” della giornata.
Si è così creata un’infantile rincorsa a inseguire ciò che non si possiede, piagnucolando, riconoscendo in quella mancanza la ragione del proprio malessere, onde poi ottenerlo e presto scoprire che non era quello, ancora una volta, il motivo del disagio.

Che sia dunque sbagliato cercare all’esterno la cura?
Che si debba partire dall’ascoltare dentro cosa siamo prima di affacciarci làffuori?
Che sia forse questo sistema divenuto troppo materiale e razionale?
Che ne è del (non necessariamente religioso) lato interiore spirituale, lento, introspettivo? È forse travolto dal famelico bisogno di istantaneità, 5G, fibra, tutto e subito in cui ci siamo cacciati?

Giovani generazioni, soprattutto voi che nascete già digitali, siate vigili. Io credo che solo rispettando il proprio essere autentico si possa ambire ad una vita quanto più serena possibile in termini di pace interiore. Solo rispettando e riconoscendo noi stessi, anche e soprattutto attraverso il riconoscere cosa non siamo, possiamo avvicinarci al nostro potenziale.. e a quel punto, solo a quel punto riusciremo ad affacciarci al mondo senza più scomode zavorre. Finalmente sereni.

Occorre un pensiero proprio, intimo, per avversare tutto ciò. Un lavoro interiore costante, una vera e propria sfida, per vivere nel proprio tempo, senza rinnegarlo, accettare le regole del gioco, utilizzare gli strumenti che esso offre, restare aggiornati, ma costruirsi la propria tana, il proprio spazio interiore, immateriale, inattaccabile, fondato sulla consapevolezza di sè, rispettoso della propria natura autentica, attratti ma non inghiottiti da tutto questo gran trambusto. Sempre coscienti.
Serve arredare se stessi col giusto stile, riconoscere le omologazioni, attraenti ma impersonali, che gli influencer inculcano, siano essi influenzatori social, del cinema, delle pubblicità, della musica, o siano essi i grandi padroni del mondo commerciale, o gli algoritmi dei big data, che ci veicolano ove conviene a loro per perseguire (più o meno) giustamente il proprio modello di business. Serve essere fieramente originali, simili ma orgogliosamente differenti, unici.

È un percorso singolo, che ognuno deve compiere da solo, una sfida, forse l’unica vera rivoluzione culturale possibile, certamente utopistica.
Ma in attesa di idee migliori, io comincio da qui, dal mio mondo: da me.

Questo. Tutto questo. Dentro quel pezzo che sembrava essere fatto di pura mestizia, dietro le quinte di quel pezzo, tra le righe di quel pezzo, nelle sue sfumature… c’era tutto questo.

 

 

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