IN CORONAVIRTUS

Lunedi 9 Marzo 2020. Poche ore dopo il decreto zona rossa “State a casa”

Seduto in questo treno semivuoto, in viaggio verso il lavoro, mi sento colpevole di una qualche sorta di malefatta. Incrocio fugacemente lo sguardo con un altro raro passeggero; quell’intenso e infinitesimo attimo contiene un poema. Con lo stesso denudato pudore torniamo ognuno a lavare i propri panni sporchi nel lavatoio dei nostri display, io intento a scriverne per smacchiare la coscienza, e lui.. beh lui non so, come potrei?
Strofinarmi le mani con gli ultimi profumati residui di un’amuchina non di marca acquistata mesi prima in un negozio di cianfrusaglie per meno di due soldi europei, mi fa sentire un po’ più civile della media, e quindi una persona migliore.
Ma poi perchè tutto questo disagio? Il treno va. Voglio dire, copre la tratta… e quindi è lecito servirsene, cioè, vuoi dirmi che all’improvviso Greta Thunberg non conta più niente? Dovrei mettermi a inquinare a bordo della Jeep Diesel, peraltro stando bene attento a non praticare quella virtuosa pratica che è il car pooling? Suvvia, siamo seri..“ – cerco così di convincermi della linearità della mia azione, proprio mentre si fa spazio la vera e unica ragione dell’interior disagio, efficacemente espressa dal mio lato moralizzatore, che chiameremo insensatamente Ingegner Pini: “Si ok, il treno va, e allora spiegami perché stamane la tua premurosa madre si è tenuta ben distante da te, meschino utilizzatore di treni e metropolitane in tempo di pandemia! Sei la feccia della società, redimiti, farabutto!

Sa essere molto crudo l’Ing. Pini quando si siede al tavolo delle riunioni con me stesso.

Il regime di vita adottato negli ultimi mesi, totalmente improntato su treni e metropolitane, veicolatori piuttosto noti di mali stagionali, già di per sè mi eleva a potenziale untore, e la percezione di esserlo aumenta considerando la surreale assenza di presenze intorno a me.
Insomma, tornassi indietro, stamattina avrei preso l’auto, non c’è dubbio. Ma non sapendo ancora viaggiare a ritroso nel tempo, facciamo che per oggi va bene così.

Il treno prosegue puntuale, nessun controllore viene a sondare le mie ragioni di viaggio. Tutto sembra nella norma, quando all’improvviso uno strano crescendo di solletico risale il setto nasale creando attimi di panico; è uno starnuto. Con abilità lo contengo e lo implodo, attutendo al massimo il rumore per non attirare le attenzioni delle forze speciali armate di cui tanto si parla. Nessuno le ha mai viste, e chi le ha viste non è più tra noi per poterlo raccontare. Dicono. Tempi strani questi. Tempi in cui crea più imbarazzo starnutire che scoreggiare.

Giorni difficili, direi particolari, ma assolutamente non tragici. Non è la fine del mondo. Volete dirmi che la razza umana non è in grado di resistere a una ventina di giorni di.. ferie a casa?
Più che mai, non c’è da lamentarsi. Non c’è da criticare niente e nessuno, non c’è da additare nè pretendere.. c’è da eseguire un semplice compito che ci hanno affidato: stare principalmente a casa.
E coscienti che vale sempre la regola che non per forza bisogna dire la propria opinione sui social se non si conosce l’argomento. Non sottovalutiamo la virtù del silenzio.
E allora forse tutto questo, che ora è soltanto disagio, potrebbe divenire occasione per meglio calibrare il sistema artificiale discutibile che abbiamo creato, e ritrovare qualche essenziale, utile, vera priorità per la propria vita.

Si, bravo, minimizza.. fai la morale a tutti! E mi raccomando, evita di dire che col crollo delle borse hai perso migliaia di euro in poche ore, e chissà ancora quante ne brucerai, tu e il tuo odiato (a parole) sistema finanziario, sempre pronto a collassare pesantemente ad ogni minima stronzata. Sei solo un inutile ingranaggio del sistema che millanti di voler combattere

Quel tizio riesce sempre a rovinarmi la giornata.

TRENO MERCI – Sembrava mestizia..

” In principio eravamo semplici, energici, liberi, spensierati e leggeri. Crescendo, alla nostra potente locomotiva è stato dato un indirizzo culturale, dei binari, e qualche vagone che abbiamo accolto come naturale evoluzione.
L’educazione, l’ambiente sociale, geografico, politico: tutto questo aggiunge a suo modo un nuovo carico che accettiamo e come tale accatastiamo lì, confusamente dentro a quei vagoni, riempiti, appesantiti uno dopo l’altro.
Ma poi col tempo la nostra trazione ha cominciato ad essere più farraginosa, lenta. E solo allora, con colpevole ritardo, voltandoci scopriamo che quei vagoni ci hanno trasformati in un interminabile treno merci.”

Il pezzo precedente, “Sembrerebbe un pezzo di pura mestizia” – che potete leggere qui – e che sbrigativamente riassunto tratta dell’ammissione della mia bruttezza, a me stesso prima che agli altri, è l’esatto esempio di come iniziare ad alleggerire il convoglio, cominciando a sganciare alcuni pesantissimi vagoni, e farlo per una semplice ragione; perchè osservandone il contenuto li scopriamo pieni zeppi di robaccia totalmente inutile, vecchie convinzioni a cui non crediamo più da un pezzo. Inutili ancore incagliate a un fondale che non più ci appartiene.

Curiosamente, persone a me molto legate hanno preso sin troppo seriamente il contenuto del precedente pezzo, preoccupati che avesse a che fare con una sorta di crisi personale profonda, crollo di autostima, depressione.. niente di tutto questo. Non era mia intenzione auto commiserarmi, non troppo seriamente quantomeno.. e il filo auto ironico presente credevo potesse spiccare nel senso generale dell’opera, così come il titolo stesso attraverso quel condizionale “Sembrerebbe..” sarebbe dovuto essere indizio di uno scenario alternativo, parallelo; un upside-down.
Evidentemente rimasto solo nella testa del poco bravo e pure brutto autore: io.

L’obiettivo era avversare la logica di questa malata era Social che esige sempre e solo l’immagine migliore di sè, ritoccata, filtrata, dopata.. non la verità – o la versione più possibile vicina ad essa – ma la menzogna travestita da verità, a cui finiamo noi stessi pateticamente per credere.
Testimoniare la mia bruttezza. Mettere in risalto i miei difetti anzichè nasconderli. Perchè in fondo a ben pensarci… ma chissenefrega? Qual è il problema? Vi domando; che cosa cambia? Esatto, nulla. È solo roba pesante e inutile che con un po’ di auto-ironia svanisce mostrandosi per quello che è: esatto, nulla.
Vuole essere una sveglia per chi vive questo tempo con perenne insoddisfazione e non sa spiegarsi il perchè, per chi compra cose perchè la moda va in quella direzione, per chi segue il flusso passivamente lasciandosi convincere che la felicità passi dall’avere anzichè dall’essere, e che le priorità della vita siano quelle raccontate dal sistema mediaticonsumisticapitalistico, abilmente studiato per omologare, rendere simili e quindi meglio controllabili, influenzabili.

Questo ipotetico regime occulto esiste, eccome. Ma è astratto, non costringe nessuno a restare con la forza. È semplicemente attraente nella sua forma, confortante nella sua stessa estetica, ti ammalia con una narrazione che promette di porre fine ai tuoi problemi, con la sola “innocente” colpa di omettere gli effetti collaterali, spesso simil mortali che porta con sè, specie se somministrata come unico “pasto” della giornata.
Si è così creata un’infantile rincorsa a inseguire ciò che non si possiede, piagnucolando, riconoscendo in quella mancanza la ragione del proprio malessere, onde poi ottenerlo e presto scoprire che non era quello, ancora una volta, il motivo del disagio.

Che sia dunque sbagliato cercare all’esterno la cura?
Che si debba partire dall’ascoltare dentro cosa siamo prima di affacciarci làffuori?
Che sia forse questo sistema divenuto troppo materiale e razionale?
Che ne è del (non necessariamente religioso) lato interiore spirituale, lento, introspettivo? È forse travolto dal famelico bisogno di istantaneità, 5G, fibra, tutto e subito in cui ci siamo cacciati?

Giovani generazioni, soprattutto voi che nascete già digitali, siate vigili. Io credo che solo rispettando il proprio essere autentico si possa ambire ad una vita quanto più serena possibile in termini di pace interiore. Solo rispettando e riconoscendo noi stessi, anche e soprattutto attraverso il riconoscere cosa non siamo, possiamo avvicinarci al nostro potenziale.. e a quel punto, solo a quel punto riusciremo ad affacciarci al mondo senza più scomode zavorre. Finalmente sereni.

Occorre un pensiero proprio, intimo, per avversare tutto ciò. Un lavoro interiore costante, una vera e propria sfida, per vivere nel proprio tempo, senza rinnegarlo, accettare le regole del gioco, utilizzare gli strumenti che esso offre, restare aggiornati, ma costruirsi la propria tana, il proprio spazio interiore, immateriale, inattaccabile, fondato sulla consapevolezza di sè, rispettoso della propria natura autentica, attratti ma non inghiottiti da tutto questo gran trambusto. Sempre coscienti.
Serve arredare se stessi col giusto stile, riconoscere le omologazioni, attraenti ma impersonali, che gli influencer inculcano, siano essi influenzatori social, del cinema, delle pubblicità, della musica, o siano essi i grandi padroni del mondo commerciale, o gli algoritmi dei big data, che ci veicolano ove conviene a loro per perseguire (più o meno) giustamente il proprio modello di business. Serve essere fieramente originali, simili ma orgogliosamente differenti, unici.

È un percorso singolo, che ognuno deve compiere da solo, una sfida, forse l’unica vera rivoluzione culturale possibile, certamente utopistica.
Ma in attesa di idee migliori, io comincio da qui, dal mio mondo: da me.

Questo. Tutto questo. Dentro quel pezzo che sembrava essere fatto di pura mestizia, dietro le quinte di quel pezzo, tra le righe di quel pezzo, nelle sue sfumature… c’era tutto questo.

 

 

READ IT, PAGLIACCIO

Scruto la mia stessa specie come ne fossi osservatore esterno, consapevole di farne parte, di esserne in grande percentuale compatibile, riservandomi una qualche unità percentuale di consolante distacco, con cui cerco di avversare la sconsolante deriva spirituale che l’ha contagiata. Sento voci tutto intorno, in autobus, in treno, in metropolitana, in tv, nei giornali, in radio, sul web. Osservo e ascolto, acquisisco e imparo. Mi interesso. Ne riporto una personale rielaborazione, spesso imprecisa per quanto più possibile onesta.

Non mi riconosco nei ritmi insensatamente frenetici del consumismo, eppur ne son attivo ingranaggio, lasciandomi da esso cullare e incantare. Vittima d’una strana forma di sindrome di Stoccolma, dimentico ciclicamente il male che mi infligge, lasciandomi attrarre dalla sua rassicurante estetica. E il dilemma allora si fa ancor più intrigante; riconoscere il misfatto è un segnale confortante? O forse ancor più allarmante rispetto a chi il problema neanche se lo pone?

Apprezzo il mezzo Social Network, il suo potenziale sarebbe travolgente, se non fosse inzuppato di ignoranza e presunzione che ne sconvolgono il senso. Trovo sciocco, a tratti imbarazzante, l’uso ostentato che se ne fa; se non ho niente da dire di interessante, preferisco restare silente. Se non ho niente da mostrare di rilevante, non pubblico selfie, non faccio dirette, non creo storie edulcorate della mia esistenza. Voi che lo fate, chiaritemi, e chiaritevi; chi sarebbe di preciso il vostro pubblico, i followers? A quanti interessano realmente sapere i vostri aggiornamenti sui piatti che mangiate, o quanto vi siete allenati in palestra? Chiedetevi, vi prego, quanti sono i veri Like, quelli cliccati con onesto interesse? Conteranno pure qualcosa, avranno più valore degli altri, non è forse così? La risposta la conosco. No, non lo è. Nella logica bizzarra in cui ci siamo cacciati, ammetto io stesso per primo che, per quanto inconsistenti nella sostanza, il numero di Like e Followers abbia un indubbio effetto nutriente su noi stessi. Essi sfamano, dissetano. Sono in grado di far sentire inclusi, adatti.. o al contrario alienati, incompresi. Di più, oggigiorno sono un vero e proprio Status Sociale, un’unità di misura, per vedere chi piscia più lontano. Non è forse questo un classico caso di grattacielo costruito sul fango? La costruzione della propria coscienza e della conoscenza di sè, non meriterebbe forse fondamenta ancorate a valori più solidi?

Attratto dalle mode del mio tempo, ma pronto a derapare, frenare, riconoscermi slow in un mondo sempre più fast, dove hai tutto a portata di clic, pronto ad essere scansato, dimenticato. Superato.
Troppi contenuti, troppi input, smarrimento di una direzione, e allora vincono gli slogan, vince il 5G, vince il clic, vincono le barrette dietetiche, vince Amazon, tutto e subito, veloce, istantaneo, che non c’è tempo da perdere per passare alla prossima schermata, al prossimo impegno, scollegato dal precedente e dal successivo, chiamare, messaggiare, essere reperibile, efficiente, pronto, rapido.

Ancora una volta, ancora di più, Avere è più importante di Essere. Uniformazione, smarrimento della propria unicità, questo vedo io, malinconicamente.

Credo semplicemente a rapporti più veri, profondi, basati sul rispetto dello scorrere naturale del tempo vitale e non da quello dopato da famelici divoratori di denari, che ti propinano tutto e subito per i propri interessi, nella cui narrazione sostengono siano anche i tuoi. Per questa ragione scelgo un blog, scelgo la scrittura come mezzo di espressione, meno immediata di un’immagine, meno impattante di uno slogan. Più lenta, più vera. Arriva soltanto a chi ha vero interesse, a chi crede che in queste righe possa esistere sempre qualche spunto di riflessione, o una costruzione del pensiero interessante, un’ironia di fondo per cui valga la pena essere arrivati fino qui, lentamente, in fondo al pezzo. Perché “..di essere attraente circondato da idioti, non me ne frega niente” (Zen CircusViva)

Happy Birthday to Me

Ho trentacinque anni, oggi, 12 agosto. O come amo chiamarlo io, 43 luglio. Trentacinque come gli anni di Cristo dopo due anni che sedeva alla destra del padre. Fermo. Alla destra. Ad oggi sono 1985 anni che è sigillato lì. Discutibile.

Tutto iniziò con gli zero anni nel 1983; nessuno allora mi fece gli auguri. Immagino si complimentassero coi miei genitori, come è giusto che fosse e come sarebbe giusto che fosse tuttora – io sostengo – ad ogni anniversario. Invece poi, anno dopo anno, quel giorno agostiano, è divenuto fonte di interesse per tutte le mie conoscenze che sgomitano per dirmi Auguri, buon compleanno! “Grazie grazie” – rispondo io. Grazie del pensiero. Meriti non ne sento, ma grazie. Il merito è sempre stato dei miei. Mai come ora mi è chiaro: devo assolutamente fare un regalo ai miei per il mio compleanno d’ora in poi, avrebbe molto più senso del contrario se ci pensi bene.

Il mio amico Afi come di consueto è stato il primo a farmi gli auguri, con le consuete 24 ore di anticipo. Ogni anno, in onesta buonafede, sbaglia di un giorno. È semplicemente meraviglioso. I suoi ho imparato a prenderli come un plauso finale all’anno che va terminando, che anche questo avrebbe più senso. “Bravo per i tuoi 34 anni Dane, hai fatto un ottimo lavoro”.

Buon compleanno a me dunque, e che questi anni trentacinque siano lo slancio del mio secondo tempo, reinventarsi dopo un primo tempo vincente, ripartire dalla base e piano piano risalire, in cerca di nuovi interessi, nuovi ruoli, nuove vittorie.. lo sport che mi ha coccolato fino qui è destinato presto a lasciar spazio ad altro, un casale in collina magari, no? Lo dicono tutti che sarebbe bello andare a vivere in collina, e poi nessuno lo fa. E invece io, noi, lo stiamo rendendo reale. Una nuova realtà da plasmare, da adibire a nuova vita, nelle colline delle Marche in mezzo al niente, solo colline, campi, un orto, un B&B con angolo Bike Hotel e altre seicento idee che poi vediamo come metterle in pratica.. vi faccio sapere, giuro.

Un progetto pieno di incognite, pieno di dubbi, che ti pone mille perplessità accostate a mille motivi e mille motivazioni.. una visione.

Che siano questi anni trentacinque una solida base per costruire tutto questo.

Cambiare tutto perché tutto resti uguale.

Andrà bene? Andrà male?

Questo ora, credetemi, è totalmente irrilevante. Ciak, si gira.

Tanti auguri a me.

QUELLA SCRITTA SUL MURO

Esiste, quella scritta sul muro. La trovate percorrendo via Gradisca, una via secondaria, terziaria direi, a Varese, città dove l’autostrada non passa; arriva. Casa.
Di artistico ha ben poco. Non Varese, la scritta dico.
Lo specifico prima che qualche “Sgarbi” della situazione mi dia della “capra” e attacchi con la lezione d’arte fatta di nomi mai uditi di presunti artisti-geni del passato varesino ai quali, mi perdonino, non intendo dare priorità in questa fase della mia vita.
Una bomboletta nera, lettere in stampatello anonimo, calligrafia non invidiabile, andamento incerto, storto, di impatto non piacevole alla vista, deturpatrice di angoli di città. La noti perché è lì – a ore dodici – prima di una svolta a destra obbligata verso – ore tre.
Talmente imperfetta che esclude mire esibizionistiche. E se manca ostentazione di stile (o presunto tale) in un atto forte qual è una scritta sul muro come questa, quel che rimane è una voce, un grido, una traccia che lasci il segno del proprio passaggio in questo misterioso pianeta che fluttua da tempo immemore in una porzione di inspiegabile spazio infinito chiamato universo.

“L’unica cosa che ti prometto è noi”

La considero una delle più belle frasi d’amore che si possano dedicare alla propria donna. Probabilmente sostituirei il noi con io e te. Perchè il noi mi crea un senso di noia, apnea, mi soffoca. Più in generale parlare d’amore mi nausea, l’amore ostentato che vedo in certe coppie, con tutti quei nomignoli, cucci-cucci, piccolina, patatina, orsetto. Che imbarazzo. Infinito. Quel noi che diviene profilo social condiviso lui-lei. Mamma mia, che scelte azzardate, il più delle volte imposto da uno dei due IO che compone quel NOI. Un IO che prevale su un altro IO? Sembra essere l’esatta definizione di Bullismo.

Siete due, siate due.

Sta cosa di diventare un tutt’uno è uno slogan ingannevole, che ti gasa, che se lo segui sei Up, sei il Top, un po’ come la pubblicità dei Fonzies che “se non ti lecchi le dita godi solo a metà“, che la prendi per buona, diventa quello il vero gusto, leccarsi le dita, yeah, evvai! Ma fermatevi e ragionate. Avere le dita impiastrate di fecola di patate che puzzano di piedi è sempre stato un problema. E lo è ancora. Madonne. Ma lo slogan lo ha eclissato. (Ribadisco i complimenti agli autori).

Così come le due metà della mela, che si incontrano e diventano quel tutt’uno. Bella immagine, certo, la mela che si completa. Bellissima. Ma sicuri che abbia davvero senso soffocare l’individuo a favore del tutt’uno? Si? Sicuri Sicuri? Ah beh, allora a posto così. In questo caso ho solo un ultimo appunto;

Aggiungete una A in fondo alla scritta sul muro e troverete la promessa definitiva che più vi appartiene.

SOVRAPPENSIERI

Una gran capigliatura lunga e randagia, una barba abbastanza folta, jeans strappato stile punk/grunge, anarchico il giusto, diverso dalla massa, non influenzabile, coerente, solido… e libero: cosi mi sento. Astrattamente.

E invece sono pelato, la barba mi cresce poco e male, mai avuto un jeans strappato punk/grunge, indosso quasi esclusivamente tute, adoro le tute, perché bado alla comodità, e perché sono pigro, non mi trovo a mio agio con le camicie, non a mio agio in contesti anche solo leggermente eleganti, perché dovrei vestirmi bene e non sono capace e non ne ho voglia, ma in verità un po mi piacerebbe, attratto da un mondo che in fondo detesto, quello “bellavita”, omologazione, ostentazione della ricchezza, esaltazione del futile, e vorrei presentarmi ovunque in tuta ed essere fantasticamente a mio agio, impermeabile al frivolo giudizio altrui. Ma non ci riesco. Ogni tanto si. Spesso no. E mi detesto per questo, influenzato dalle mode che cambiano – anche se tendo a negarlo.
Non so suonare la chitarra, il che lo trovo sciocco, che basterebbe applicarsi, però so un po’ suonare la batteria, ma non bene, ho smesso coi corsi, il che lo trovo sciocco, che basterebbe applicarsi, e ogni anno millanto di volermi iscrivere all’università, pervaso da motivazioni impressionanti che poi si vaporizzano non so bene comedoveeperchè.
Niente tatuaggi, mi piacciono ma sugli altri, non fumo, non esagero col bere, faccio la differenziata, in autostrada occupo sempre la corsia più libera a destra, a differenza di tantissimi guidatori tonti e scarsi, e vorrei avere una macchina elettrica, ma per ora mi godo una Golf diesel che inquina come un trattore, contraddizioni.
E poi sono pelato – già detto, e ho il naso gigante e storto, in generale bruttino diciamocelo, ma simpatico ai più, forse non a tutti, ma a me stesso si ad esempio, che non è poco, felice di essermi conosciuto, poteva andarmi peggio, so stare in mezzo alla gente, noto di risultare intelligente, più di quanto sia reale forse, perché sono acuto forse, un tipo logico, senza forse, e la logica è scienza, e la scienza è dimostrabile, e ciò che è dimostrabile diventa credibile, e sono presuntuoso anche, e mi sono sempre reputato intelligente sopra la media, fino a che ho notato che anche un sacco di idioti si reputano tali, il che mi fa essere assassinato da dubbi, e mi piace usare assassinato in maniera impropria.
E poi provo soddisfazione a passare col semaforo arancione, senso di avercela fatta, qualificazione alla fase successiva sofferta, e le cose sofferte sono sempre le più belle. Adoro cani e gatti, per i cani non ho spazi per i gatti si, e allora cosa aspetto, boh mi arrendo a chi mi dice che è un impegno, che poi mi andrebbe di impegnarmi, ma non agisco mai, lento, ecco sono lento, ci arrivo sulle cose, ma lento. Amo il pallone, ci gioco, ci lavoro io col pallone, era il mio sogno, da grande volevo fare il calciatore, ma quando sei piccolo il “da grande” è relativo, ed ora che è quasi tempo di smettere non sono ancora grande davvero, qua tocca rifarsi domande da scuola elementare, cosa voglio fare io da grande? L’astronauta? No, mai sognato di fare l’astronauta, mi basta il mondo che ho e poi vado in affanno respiratorio al solo pensiero.
Sono ambizioso ma cultore dell’accontentarsi, che essere ambiziosi e volere sempre di più senza rendersi conto e senza gioire dei traguardi raggiunti è un’idiozia, e ho dubbi sul mio futuro, pochi sul mio passato, ho un nome che non mi fa impazzire, ma non ho amici che si chiamano come me, e ne sono contento, tendo a dimenticare in fretta, per difesa a volte, per offesa altre, sono sostanzialmente sereno, felice direi, nonostante reputi l’esistenza un gioco drammatico sbilanciato verso il brutto, ma lo difendo il gioco, per i momenti belli che contiene, che sono tanti e forti e intensi e insomma ne val la pena vivere, che c’è tutto il tempo di restare morti dopo la vita, che secondo me non c’è nessuna vita eterna, nessun Dio che ci conosce per nome e quando andiam di là ci chiama alla cattedra col nostro compito in classe corretto con la penna rossa e il voto finale, e lo spero che ci sia badate bene, io spero ci sia, ripeto, lo spero, davvero, ma scusate se non credo alle storielle incerottate che ci raccontano le religioni, e trovo sciocco chi ci crede come assioma rifiutando di porsi domande, che Dio per quanto mi riguarda è il pianeta terra, madre natura, un dio buono e cattivo, con le sue regole, la sua chimica e la sua fisica, le sue ingiustizie, le sue prede e i suoi predatori. Innocenti. Colpevoli. Tutto insieme.

Vivo tra costanti contraddizioni; amore per il bianco ma affascinato dal nero, come molti di voi suppongo, e allora mi domando se non sia forse questo il vero tormento dell’essere umano; la mancanza di una vera identità.
Chiarezza in fatto di valori, ecco cosa.

FINI PENSIERI DI FINE ANNO

All’improvviso, durante un poker online (che per la cronaca è tuttora in corso) e senza ragione alcuna, mi è balzato alla mente questo termine; imperituro. Aggettivo? .. direi di si.

Scusate ho un intrigante JK a quadri…
… Perso.

Va beh. Imperituro.
Non lo sento nominare da anni, è più desueto del termine “desueto”. A dire tutta la verità non so neanche cosa significhi, sempre che esista. Già perchè per un attimo ho anche avuto il dubbio che esistesse realmente. Tra poco vado a cercarlo.
Contestualizzato in una frase sono piuttosto confidente di riuscire a carpirne le significanze, anche perché non ci vuole un genio onestamente.
Dovessi avventurarmi direi che è sicuramente un termine cazzuto, che indica uno che si impone in modo, come dire .. imperituro! Senza esitazioni, pronto a calpestare tutti e tutto per perseguire un proprio fine.

Vado a consultare la Treccani..

Imperituro. Destinato a non perire, che non avrà mai fine. Eterno. Immortale.

Avevo ragione a dire che era un termine cazzuto, potevo fermarmi lì. Invece no, la mia ignoranza si è rivelata ancora una volta, come dire.. imperitura.

 

ME, MYSELF AND I

Stavo parlando con me stesso l’altro giorno, che era da un po’ che non lo facevo perché non so mai come prendermi, a volte sembra quasi di darmi fastidio a giudicare dall’atteggiamento che mostro, e a me non mi va di passare per quello che sta addosso alla gente, quindi piuttosto mi lascio stare. E niente, mi sono imbattuto in una questione veramente spinosa riguardo ai cambiamenti futuri piuttosto imminenti e la chiacchierata si è un po’ animata fino a diventare una vera e propria discussione che ho anche rischiato di arrivare alle mani. Meno male che sono intervenuto io a dividermi, altrimenti finivo per fare a botte.

HO ME

Sono su questo pianeta da 389 mesi. E quattro giorni. Fate pure i calcoli, tenendo presente che oggi è il sedici gennaio del 2milasedici, anche se ancora per soli venti minuti.
Sto per compiere 400 mesi. Caspita.
Fuori fa un cazzo di freddo, e io sono a casa di JJ, la mia ragazza, da solo – che lei è fuori a cena. Sto ascoltando musica in modalità casuale da Spotify. Ho selezionato la playlist Melancholia che ho motivo di credere abbia a che fare con la Malinconia. Sono solo e solo vorrei restare. Vorrei una casa mia in verità, è in progetto. Non viviamo assieme nonostante i miei quasi 4cento mesi e i suoi quasi 360 mesi, per questioni lavorative distanti tra loro di non meno di 150 miglia. Fate pure i calcoli, tenendo presente che un miglio è circa un km e seicento metri.
Cosi ci vediamo poco e viviamo poco assieme, a casa sua. E se vi state chiedendo se la distanza ci pesa la risposta è IG. Il giusto.
A volte scherzando, ma anche un po’ no, le dico che il rapporto perfetto sarebbe vivere ognuno per se, vicini di casa, come in “Friends”. Indipendenza, perché l’essere umano è una entità distinta e il “noi” dovrebbe essere un “uno più uno, non un “due. Mantenere scomposta l’addizione, almeno finché un marmocchio non unisca. Inevitabilmente.
Il motivo per cui vorrei restar da solo stasera è perché son un po’ giu. Niente drammi, anzi sono in quel genere di stato emotivo che ha un nonsochè di affascinante, quel misto deluso/incazzato/nostalgico/determinato che nessuno si deve permettere di spaccarmi i maroni.
E nel caso di JJ, beh non avrei voglia di farla imbattere in questo mio mood, non saprei come conciliarlo col suo prevedibile rientro sorridente accompagnato da frasi amorevoli di cui, credetemi, non sento alcun bisogno, stasera.
Intrattabile. Asociale.
Atteggiamento che plausibilmente comporterà preoccupate domande da parte sua, quelle tipo “CoshaiSeiincazzatoconmeDevidirmiqualcosa?..” e conseguente sottile tensione di fondo condita di sospetti e proiezioni distorte di possibili realtà parallele. Con io – assieme alla mia non pazienza – che mi dovrei metter lì a fornire convincenti versioni di faccende che riguardano soltanto me.
Ecco perché vorrei una casa mia, solo mia. Solo li mi sentirei a casa davvero. Solamente lì avrei il me che vorrei stasera. E poter dire.. Home. Ho me.