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Scrivere è la mia terza passione. Le altre due non me le ricordo, quando scrivo..

AISHA

L’argomento del momento è lei, Silvia Romano, capace di oscurare per un attimo sta cosa del virus coronato, incoronato forse dai cinesi in laboratorio, o forse nei raccapriccianti mercati di animali che la (pur rispettabile) cultura asiatica annovera tra le sue principali cazzate, le quali – in nome della tradizione – ogni qualche annetto fanno partire un virus potenzialmente letale per l’umanità.
Un miliardo di persone con pessime abitudini: eccellente. Avanti così.

Silvia Romano, dicevamo. Un tipico caso italiano il suo, pronto ad essere strumentalizzato dal governo, dalle opposizioni, dai cittadini… e persino dai terroristi, che oggi leggo dichiarare, tramite tale Ali Dehere, che nella vita fa il portavoce di Al Shabaab, noto gruppo terroristico, che “Si è convertita perchè ha visto un mondo migliore pregando maometto e leggendo il corano“. E poi ha escluso che possa trattarsi di sindrome di Stoccolma. Ali Dehere lo esclude. Anche medico/psicologo oltre che portavoce, il signor Ali.
Direi bene, no? Terroristi, rapitori, malviventi che ci fanno la morale, tramite un portavoceMedicoPsicologo.
Non posso non farmi domande su Ali Dehere; avrà un contratto a tempo indeterminato?  Gli verseranno i contributi? A quanti anni si va in pensione da quelle parti? Che poi a ben pensarci vista la governance, sarà ostaggio di un tempo determinato.

Sono tre le categorie coinvolte in questa storia che urtano e imbarazzano.
1. I titolisti-giornalisti 2. Gli Haters 3. I Buonisti.

I titolisti non sono i giornalisti che scrivono il pezzo, essi si occupano solo di esporre la merce in vetrina per accattivare il cliente e farlo entrare nel negozio. In parte li posso giustificare perchè fanno il loro mestiere, e il loro mestiere è sintetizzare. Però c’è un però. Ed è che delle 4-5 ore di colloquio coi carabinieri hanno fatto sembrare (loro e la stampa tutta) che la nostra Silvia sia arrivata e abbia detto: “Ehi raga, è stata lunghetta, però figata, mi han trattata strabene, pensione completa, mi sono convertita, ora mi vesto a cazzo come loro e ho cambiato nome, alla faccia di tutti voi cristiani che credete nel Dio sbagliato.. Ora fatemi mangiare una pizza, un bella dormita, poi vi spiego la vita. Ps. No Tav e no Tap

Gli Haters, odiatori ai quali chiedere di approfondire un argomento significa più o meno comunicargli che la loro madre intrattiene rapporti occasionali con chicchessia. Non vedono l’ora di prendere quella sintesi e rigirarla sui propri spazi social, urlando a squarciagola il proprio indignamento (che significa scrivere tutto in STAMPATELLO !!! e mettere tanti punti esclamativi). Insulti di ogni tipo, a lei, al governo, alla famiglia, addirittura minacce. Senza sapere assolutamente nulla, per loro Silvia è “… una Zoccola andata là perchè non aveva voglia di lavorare, in quei postacci dove è normale che ti rapiscono e poi ti dobbiamo riportare a casa a suon di milioni di euro pagati da noi (GOVERNO LADRO!!!!) per il tuo capriccio di salvare il mondo.. e ora addirittura sei passata dalla loro parte, la parte dei kamikaze, ma stai a casa, baldracca. VERGOGNA!!!!!!

I buonisti, che a tutti i costi vorrebbero ergerla ad Icona, eroina dei nostri tempi, in missione per il prossimo, che tiene alti i colori della nostra bandiera, un esempio di resilienza, che ce l’ha fatta, ha saputo resistere a condizioni di tortura insegnandoci la forza di potercela fare, l’esempio che serviva! Tra questi c’è anche l’istituzione governativa, presente ad accoglierla, a darle il bentornato come fosse un valoroso soldato di trincea che ha eluso ogni tentativo di cattura e ha riportato a casa La Gioconda. O la Corsica.

Dannati francesi.

E poi ci sono io. Che ho aspettato e mi sono informato prima di lasciarmi andare agli impulsi della pancia, che occupano tutte e tre le sopracitate categorie. Io che credo che Silvia non sia null’altro che una normalissima persona, che ha scelto una strada come un’altra, più nobile di tante altre.
E sostengo – in definitiva – che non fosse necessario creare tutto questo casotto mediatico, sarebbe bastato gioire per il suo rientro, dirsi l’un l’altro “… meno male che la storia di quella ragazza ha avuto un lieto finale..“. E lasciare lei tranquilla a vivere la sua ritrovata vita. Unica cosa che credo sia al centro dei suoi interessi.
Certo la comunicazione ha lasciato portoni spalancati agli haters, avrebbe giovato evitare di ostentare i suoi orientamenti religiosi e parlare bene dei suoi rapitori.. Come dice il mio amico Simon, “Avrebbero dovuto istruirla a rilasciare come prima dichiarazione qualcsa di molto simile aÈ stato un incubo, ora per fortuna è finito.. grazie alle istituzioni“. Avrebbero vinto tutti.
E invece.. e invece ora che ci penso è mancata una figura che poteva risolvere al meglio tutto questo.. È mancato un Ali Dehere italiano.

Ma ora fate come me per favore: Laishatela in pace.

 

 

ISO-LAMENTO

La storia delle mie ultime quattro settimane non è affatto interessante. Credetemi, neanche un po’. Eppure sono state giornate liete, lontane da contagi e condivise con la mia compagna con cui condivido un appartamento di quaranta metri quadri, forse meno, in cui non prende il telefono, ma che annovera un gradevolissimo terrazzino (raggiungibile soltanto attraversando il bagno, ma va beh, di questi tempi non stiamo a focalizzarci su tutto).
I giorni sono scanditi da tanti piccoli riti, tra i quali spiccano un allenamento via Skype con amici, musica, Radio Deejay, Radio 24, podcast, scrittura, lettura e studio. E Mentana. E la Gruber.
Fatico a distinguere i giorni l’uno dall’altro, e le notizie che arrivano da tv e radio sono costantemente piuttosto disperanti. I Social tendo ad evitarli per il loro contenuto di sostanziale lamento. Si dice che quando gioca la nazionale, in Italia diventano tutti allenatori. Allo stesso modo ora c’è in gioco la Nazione e sui social sono tutti Presidenti del Consiglio e virologi. E va beh.
Nel mio piccolo cerco di eseguire un compito che ci ha affidato chi ha la responsabilità di prendere decisioni, stare a casa. Mi rendo conto che le casistiche siano differenti da caso a caso: io vivo in 40mq, il mio vicino ha una villa col parco. Ma va bene così, mi adeguo, non mi lamento. Sto in isolamento, senza lamento. Sto in iso. Comprendo il divieto generale e cerco il più possibile di rispettarlo, comprendendo il fine ultimo di tutto ciò: evitare contatti e di conseguenza contagi, aspettando tempi migliori, sperando arrivino alla svelta. Già, perchè una volta arrivati quelli, ci sono tanti punti interrogativi da affrontare, soprattutto economici, sistemici, finanziari.. ma poi c’è il ritorno alla vita, e la vita è anche svago, è teatro, cinema, ristorante, museo.. stadio.

È un pallone, ora sgonfio, che tornerà a rotolare alle giuste atmosfere.

Dovessi descrivere il calcio con un immagine, ora esso è un ologramma, vaporoso, intangibile; un non luogo. È come se ci trovassimo in una bolla fatta di pareti dai contorni molli, suoni ovattati, nebbia.

Eppure in mezzo a quella foschìa riesco a vederli quegli occhi vivi di chi, come noi, credeva nell’impresa, riesco a vedere la sontuosa cavalcata, vedo e ricordo bene le cinque vittorie su sette partite, i tanti sorrisi, gli abbracci a fine partita.. e mi vengono i brividi. Qualcosa è rimasto in sospeso…
Quando si ricomincia?

CHE POI IL VIRUS …

Cronaca di un giorno di marzo. Marzo di quel fatidico duemilaventi, periodo in cui alcuni termini desueti come “assembramenti” e “contingentamenti” ritornarono ad antico splendore e l’amuchina fu introvabile al pari del gronchi rosa o per chi se la ricorda, la torre di pisa nelle schede telefoniche; leggendaria.
Contingentate furono le entrate ai supermercati, pochi alla volta per evitare all’interno del market assembramenti rischiosi per la diffusione del subdolo virus, il corona, detto anche Co-Vid-19 o anche Sars-coV-2 se non sbaglio. E io non sbaglio.
Gli assembramenti erano perciò all’esterno del supermercato, all’aria aperta, ben separati da almeno un metro l’uno dall’altro, incolonnati in lunghe serpentine che si snodavano dall’ingresso sino ai parcheggi. L’attesa era composta, si discuteva, ci si interrogava sulla possibile evoluzione della situazione, c’era ancora il sospetto che potessero essere misure esagerate, che tutto si sarebbe risolto in breve tempo, che la scienza e le tecnologie avrebbero dato risposte istantanee. Abituati come eravamo al tuttoesubito, doveva essere certamente cosi, non c’era altro scenario possibile. Eppure una linea tensiva di fondo c’era, eccome se c’era.

La surreale quiete di quel momento fu presto interrotta dall’arrivo di un individuo a bordo della sua grossa Audi, guida decisa, finistrini abbassati con musica aaaalta, un remix di una qualche canzone neomelodica che in quel contesto, in quella forma, era più fuori luogo di un pagliaccio a un funerale. E in qualche modo lo era, pagliaccio.
Con tutto un ampio parcheggio a disposizione, individuò in un parcheggio prossimo all’ingresso il giusto posto per la sua auto; poco importa se la coda per l’ingresso fosse di transito proprio lì davanti. Guardato con una certa incredulità da tutti quanti, si impuntò davanti a noi pedoni in coda indicando il parcheggio. Consentitogli – non senza imbarazzo – di avere spazio, parcheggiò l’auto. Se non altro, staccando la chiave pose fine all’inadeguatezza di quella colonna sonora. La sua discesa dall’auto non fece che confermare tutti i luoghi comuni del caso. Spocchioso quarantenne, occhiali da sole, fisico un po’ gonfiato, pancetta da bevitore che lo iscriveva di diritto ad assiduo frequentatore di pub. Pareva alterato da qualche dose di droga, ma più probabilmente era soltanto una buona dose di ignoranza, sta di fatto che forse volendo fare il simpatico, a voce alta cominciò a blaterale qualche idiozia, tra cui “Morirete tutti..” – così come se fosse normale.
Indomito, prese i sacchetti dal baule e sparati un paio di “Mannaggi’al Signore” si recò – la volpe – direttamente verso l’ingresso, dove fu prevedibilmente respinto e invitato a fare la coda, come tutti. Visibilmente offeso, si lasciò andare a un turpiloquio in campano stretto se non sbaglio, e io non sbaglio, risalì a bordo della sua auto e riprese la strada verso casa, facendo rombare il motore mentre dal finestrino insultava noi ligie persone normali, dandoci dei pazzi.
Lui. A noi. Dei pazzi.

Lui. A noi.

“Che poi il virus, tutto sommato, in certi casi..”

No?

IN CORONAVIRTUS

Lunedi 9 Marzo 2020. Poche ore dopo il decreto zona rossa “State a casa”

Seduto in questo treno semivuoto, in viaggio verso il lavoro, mi sento colpevole di una qualche sorta di malefatta. Incrocio fugacemente lo sguardo con un altro raro passeggero; quell’intenso e infinitesimo attimo contiene un poema. Con lo stesso denudato pudore torniamo ognuno a lavare i propri panni sporchi nel lavatoio dei nostri display, io intento a scriverne per smacchiare la coscienza, e lui.. beh lui non so, come potrei?
Strofinarmi le mani con gli ultimi profumati residui di un’amuchina non di marca acquistata mesi prima in un negozio di cianfrusaglie per meno di due soldi europei, mi fa sentire un po’ più civile della media, e quindi una persona migliore.
Ma poi perchè tutto questo disagio? Il treno va. Voglio dire, copre la tratta… e quindi è lecito servirsene, cioè, vuoi dirmi che all’improvviso Greta Thunberg non conta più niente? Dovrei mettermi a inquinare a bordo della Jeep Diesel, peraltro stando bene attento a non praticare quella virtuosa pratica che è il car pooling? Suvvia, siamo seri..“ – cerco così di convincermi della linearità della mia azione, proprio mentre si fa spazio la vera e unica ragione dell’interior disagio, efficacemente espressa dal mio lato moralizzatore, che chiameremo insensatamente Ingegner Pini: “Si ok, il treno va, e allora spiegami perché stamane la tua premurosa madre si è tenuta ben distante da te, meschino utilizzatore di treni e metropolitane in tempo di pandemia! Sei la feccia della società, redimiti, farabutto!

Sa essere molto crudo l’Ing. Pini quando si siede al tavolo delle riunioni con me stesso.

Il regime di vita adottato negli ultimi mesi, totalmente improntato su treni e metropolitane, veicolatori piuttosto noti di mali stagionali, già di per sè mi eleva a potenziale untore, e la percezione di esserlo aumenta considerando la surreale assenza di presenze intorno a me.
Insomma, tornassi indietro, stamattina avrei preso l’auto, non c’è dubbio. Ma non sapendo ancora viaggiare a ritroso nel tempo, facciamo che per oggi va bene così.

Il treno prosegue puntuale, nessun controllore viene a sondare le mie ragioni di viaggio. Tutto sembra nella norma, quando all’improvviso uno strano crescendo di solletico risale il setto nasale creando attimi di panico; è uno starnuto. Con abilità lo contengo e lo implodo, attutendo al massimo il rumore per non attirare le attenzioni delle forze speciali armate di cui tanto si parla. Nessuno le ha mai viste, e chi le ha viste non è più tra noi per poterlo raccontare. Dicono. Tempi strani questi. Tempi in cui crea più imbarazzo starnutire che scoreggiare.

Giorni difficili, direi particolari, ma assolutamente non tragici. Non è la fine del mondo. Volete dirmi che la razza umana non è in grado di resistere a una ventina di giorni di.. ferie a casa?
Più che mai, non c’è da lamentarsi. Non c’è da criticare niente e nessuno, non c’è da additare nè pretendere.. c’è da eseguire un semplice compito che ci hanno affidato: stare principalmente a casa.
E coscienti che vale sempre la regola che non per forza bisogna dire la propria opinione sui social se non si conosce l’argomento. Non sottovalutiamo la virtù del silenzio.
E allora forse tutto questo, che ora è soltanto disagio, potrebbe divenire occasione per meglio calibrare il sistema artificiale discutibile che abbiamo creato, e ritrovare qualche essenziale, utile, vera priorità per la propria vita.

Si, bravo, minimizza.. fai la morale a tutti! E mi raccomando, evita di dire che col crollo delle borse hai perso migliaia di euro in poche ore, e chissà ancora quante ne brucerai, tu e il tuo odiato (a parole) sistema finanziario, sempre pronto a collassare pesantemente ad ogni minima stronzata. Sei solo un inutile ingranaggio del sistema che millanti di voler combattere

Quel tizio riesce sempre a rovinarmi la giornata.

TRENO MERCI – Sembrava mestizia..

” In principio eravamo semplici, energici, liberi, spensierati e leggeri. Crescendo, alla nostra potente locomotiva è stato dato un indirizzo culturale, dei binari, e qualche vagone che abbiamo accolto come naturale evoluzione.
L’educazione, l’ambiente sociale, geografico, politico: tutto questo aggiunge a suo modo un nuovo carico che accettiamo e come tale accatastiamo lì, confusamente dentro a quei vagoni, riempiti, appesantiti uno dopo l’altro.
Ma poi col tempo la nostra trazione ha cominciato ad essere più farraginosa, lenta. E solo allora, con colpevole ritardo, voltandoci scopriamo che quei vagoni ci hanno trasformati in un interminabile treno merci.”

Il pezzo precedente, “Sembrerebbe un pezzo di pura mestizia” – che potete leggere qui – e che sbrigativamente riassunto tratta dell’ammissione della mia bruttezza, a me stesso prima che agli altri, è l’esatto esempio di come iniziare ad alleggerire il convoglio, cominciando a sganciare alcuni pesantissimi vagoni, e farlo per una semplice ragione; perchè osservandone il contenuto li scopriamo pieni zeppi di robaccia totalmente inutile, vecchie convinzioni a cui non crediamo più da un pezzo. Inutili ancore incagliate a un fondale che non più ci appartiene.

Curiosamente, persone a me molto legate hanno preso sin troppo seriamente il contenuto del precedente pezzo, preoccupati che avesse a che fare con una sorta di crisi personale profonda, crollo di autostima, depressione.. niente di tutto questo. Non era mia intenzione auto commiserarmi, non troppo seriamente quantomeno.. e il filo auto ironico presente credevo potesse spiccare nel senso generale dell’opera, così come il titolo stesso attraverso quel condizionale “Sembrerebbe..” sarebbe dovuto essere indizio di uno scenario alternativo, parallelo; un upside-down.
Evidentemente rimasto solo nella testa del poco bravo e pure brutto autore: io.

L’obiettivo era avversare la logica di questa malata era Social che esige sempre e solo l’immagine migliore di sè, ritoccata, filtrata, dopata.. non la verità – o la versione più possibile vicina ad essa – ma la menzogna travestita da verità, a cui finiamo noi stessi pateticamente per credere.
Testimoniare la mia bruttezza. Mettere in risalto i miei difetti anzichè nasconderli. Perchè in fondo a ben pensarci… ma chissenefrega? Qual è il problema? Vi domando; che cosa cambia? Esatto, nulla. È solo roba pesante e inutile che con un po’ di auto-ironia svanisce mostrandosi per quello che è: esatto, nulla.
Vuole essere una sveglia per chi vive questo tempo con perenne insoddisfazione e non sa spiegarsi il perchè, per chi compra cose perchè la moda va in quella direzione, per chi segue il flusso passivamente lasciandosi convincere che la felicità passi dall’avere anzichè dall’essere, e che le priorità della vita siano quelle raccontate dal sistema mediaticonsumisticapitalistico, abilmente studiato per omologare, rendere simili e quindi meglio controllabili, influenzabili.

Questo ipotetico regime occulto esiste, eccome. Ma è astratto, non costringe nessuno a restare con la forza. È semplicemente attraente nella sua forma, confortante nella sua stessa estetica, ti ammalia con una narrazione che promette di porre fine ai tuoi problemi, con la sola “innocente” colpa di omettere gli effetti collaterali, spesso simil mortali che porta con sè, specie se somministrata come unico “pasto” della giornata.
Si è così creata un’infantile rincorsa a inseguire ciò che non si possiede, piagnucolando, riconoscendo in quella mancanza la ragione del proprio malessere, onde poi ottenerlo e presto scoprire che non era quello, ancora una volta, il motivo del disagio.

Che sia dunque sbagliato cercare all’esterno la cura?
Che si debba partire dall’ascoltare dentro cosa siamo prima di affacciarci làffuori?
Che sia forse questo sistema divenuto troppo materiale e razionale?
Che ne è del (non necessariamente religioso) lato interiore spirituale, lento, introspettivo? È forse travolto dal famelico bisogno di istantaneità, 5G, fibra, tutto e subito in cui ci siamo cacciati?

Giovani generazioni, soprattutto voi che nascete già digitali, siate vigili. Io credo che solo rispettando il proprio essere autentico si possa ambire ad una vita quanto più serena possibile in termini di pace interiore. Solo rispettando e riconoscendo noi stessi, anche e soprattutto attraverso il riconoscere cosa non siamo, possiamo avvicinarci al nostro potenziale.. e a quel punto, solo a quel punto riusciremo ad affacciarci al mondo senza più scomode zavorre. Finalmente sereni.

Occorre un pensiero proprio, intimo, per avversare tutto ciò. Un lavoro interiore costante, una vera e propria sfida, per vivere nel proprio tempo, senza rinnegarlo, accettare le regole del gioco, utilizzare gli strumenti che esso offre, restare aggiornati, ma costruirsi la propria tana, il proprio spazio interiore, immateriale, inattaccabile, fondato sulla consapevolezza di sè, rispettoso della propria natura autentica, attratti ma non inghiottiti da tutto questo gran trambusto. Sempre coscienti.
Serve arredare se stessi col giusto stile, riconoscere le omologazioni, attraenti ma impersonali, che gli influencer inculcano, siano essi influenzatori social, del cinema, delle pubblicità, della musica, o siano essi i grandi padroni del mondo commerciale, o gli algoritmi dei big data, che ci veicolano ove conviene a loro per perseguire (più o meno) giustamente il proprio modello di business. Serve essere fieramente originali, simili ma orgogliosamente differenti, unici.

È un percorso singolo, che ognuno deve compiere da solo, una sfida, forse l’unica vera rivoluzione culturale possibile, certamente utopistica.
Ma in attesa di idee migliori, io comincio da qui, dal mio mondo: da me.

Questo. Tutto questo. Dentro quel pezzo che sembrava essere fatto di pura mestizia, dietro le quinte di quel pezzo, tra le righe di quel pezzo, nelle sue sfumature… c’era tutto questo.

 

 

SEMBREREBBE UN PEZZO DI PURA MESTIZIA

Guardandomi allo specchio realizzo di esser brutto. Finalmente. Era ora che arrivassi a formulare questa verità, sopita e latente, sempre rimandata, evitata, censurata: mai definitivamente espressa. Ed ora eccola qua, in tutto il suo non spendore; sono brutto. Che peccato.
Mi spiace non tanto per me, quanto per i miei amici, per la mia ragazza, per la mia famiglia. Costretti a rapportarsi e andar in giro con uno brutto. Poveretti.
Eppure capita che a volte non mi veda poi così brutto, ma dev’essere una questione di prospettiva, di abitudine, che attinge anche dallo stato d’animo, credo. Che quando ci si osserva, lo si fa da un punto di vista essenzialemente frontale, e quindi parziale. E quindi lacunoso.
Calvo, i capelli mi hanno abbandonato quando mi sono arreso all’evidenza, dieci anni fa. Ad anni ventisei. Ma sto bene anche così, mi dicono. Per circostanza credo.
Vivo nel costante scherno da spogliatoio, in cui il simpatico guascone di turno mi chiede in prestito lo shampoo, il gel.. o l’asciugacapelli. Non-li-ho. Ma arriverà il giorno in cui mi scoccio e li compro, solo per vedere la faccia che fa. Ma chi voglio prendere in giro, non lo farò mai, perchè mi scoccia buttar via soldi solo per una Gag. Perchè oltre che brutto, sono anche avaro.
Che amarezza.
Ho un naso ingombrante, che col tempo e l’abitudine, i miei occhi hanno imparato a riconoscere come presentabile, quando in realtà oltre ad essere enorme, è pure storto, segnato da dolorose storie di segnanti traumi sportivi, e da una impressionante facciata sul volante di un autoscontro al luna park. Ahia. Non ti aspetteresti problemi inalatori, viste le dimensioni. Non è il mio caso; respiro pure piuttosto male. Che disdetta.
Noto di avere crescente barba, elemento che apprezzo, ma la mia è come dire.. brutta. Non mi cresce sulle guance, ma solo nell’area del pizzetto e sotto il mento, seguendo la mandibola verso l’orecchio; ma in maniera non speculare. Non simmetrica. Così sul lato destro si interrompe presto e si dirada, su quello sinistro prosegue dignitosa fin verso il comparto uditivo. Ma perchè? Per rendermi ancor più brutto presumo. E poi è nera, ma nera di un nero arrogante e netto, non in linea con la mia natura castana. Non si sa bene il perchè, credo sia sempre un aspetto legato al rendermi il più possibile ridicolo agli occhi della gente.
Un paio di volte in carriera sono stato ammonito ingiustamente; ora che ci penso, avrà inciso il mio essere brutto. Si, dev’essere così.
La gente in treno, dopo una lunga giornata di lavoro, piuttosto che sedersi di fronte a me, sta in piedi nel corridoio. Soffrendo.
I bambini quando mi vedono piangono. Forte.
E poi gli occhi troppo incavati.
Il busto stretto.
Le gambe storte.

Sono un mostro. Scusate.

AWAY FROM HOME

E così al mio arrivo c’era troppa luce, credetemi troppa, rimbalzata su case bianche fatiscenti, credetemi, troppo. A una rotonda un tale mi taglia la strada infilandosi nell’imbuto trafficato della corsia poco oltre, ma io non do a vedere la mia perplessità; solo un folle lo farebbe dopo aver letto dell’accoltellamento per una mancata precedenza accaduta nella stessa città poche dozzine di ore prima. A terra, una segnaletica orizzontale pressoché assente, della quale di tanto in tanto si intravedono degli sbiaditi e struggenti resti.
“Alla rotonda prendi la prima uscita a destra” – suggerisce il navigatore, e così entro in rotonda tenendo la destra e mi fermo in coda. Pochi istanti e noto che nessuno è alla guida dell’auto davanti a me. E nessuno neanche in quelle più avanti; sono auto parcheggiate. Parcheggiate dentro una rotonda.

Percorro altre strade sconosciute e caotiche. Tra gli innumerevoli e continui incroci di questa terribile città, c’è un tale, palesemente parcheggiato contromano che intralcia in modo scioccante il traffico, mentre è intento a riempire una tanica d’acqua dal rubinetto di una fontana pubblica posta sul marciapiede. Tutti incastrati, cercando cmq di farsi largo in attesa che l’incivile finisca di riempire i suoi tre litri d’acqua del rubinetto. Che verrebbe da chiedersi se a questo punto l’acqua di casa non sia la stessa, ma non chiediamocelo. Osserviamolo e basta.

Un semaforo rosso sbuca all’ultimo impallato da un lampione sito davanti a esso, a non più di tre metri. Freno. Rido. Ho paura. Voglio la mamma.

Benvenuto al sud, amico mio” – dico con ironia all’unico amico che avrò in queste prime ore, l’altra parte di me; il fermo oppositore della superficialità. Colui che rifiuta slogan e luoghi comuni, combattendoli con la profonda osservazione della realtà oggettiva, scremata da ogni pregiudizio. E che infatti non fa attendere la sua versione:
Non essere severo, è pur vero che i segnali ci sono, ma è prematuro sentenziare” – suggerisce con pacatezza. È un’entità che stimo, questo non posso negarlo.

Lasciata l’auto al sicuro, perché a quanto mi dicono gli stessi abitanti del posto “.. qui le fanno sparire volentieri”, mi incammino per il centro. C’è la festa del patrono. Per l’occasione uno stuolo di bancarelle arredano i viali, e la piazza centrale è inaccessibile, transennata e supervisionata da quel genere di Bodyguard non di professione ma che per l’occasione si sentono tali e da tali si atteggiano, rispondendo supponenti senza guardarti negli occhi ma scrutando oltre, come per non cadere in facili distrazioni e farsi scappare il furfante di turno. C’è un chè di melodrammatico e divertente in tutto questo.

Mi scusi c’è qualche evento particolare stasera” – domando con garbo. “Eh certo, sta Enzo Avitabile” – mi risponde mentre già sta intimando ad altri dietro di me – con tono seccato – che lì “Sta chiuso, fate il giro di là” indicando una lunga e stretta via che porta verso un’altra direzione. Vorrei domandare di più, ma ho perso la sua già scarsa attenzione, e decido di imboccare quella via, seguendo altra gente dirottata mentre il pensiero plana morbidamente affiancando un quesito: “E chi cazzo è Enzo Avitabile?”

Cammino. Siamo ormai ad orari prossimi alle diciannove, inizio ad avere fame quando arrivo di fronte al Duomo. In una città che di bello ha ben poco, il Duomo, ecco il Duomo.. non è un granché. Vi entro.
Ho motivo di credere che sia in virtù della festa del patrono, ne avrò conferma solo dopo, ma quel che mi si palesa davanti è uno sconcertante spettacolo, col duomo corredato di svariate Tv appese alle colonne della navata centrale, e un rosario in atto ma senza prete a intonare la prima parte della lunga serie di “Ave oh Maria”. Al suo posto una voce registrata, ma è più corretto dire “interpretata” da un doppiatore professionista. Immaginatevi la voce del documentarista di Super Quark, quello che dice che “Il leone può arrivare a mangiare fino a 24kg di carne al giorno”. Trovo la cosa sacrilega. Al di là del credere o meno all’esistenza di tutto ciò che ci raccontano, l’ambiente ecclesiastico possiede indiscussa spiritualità, quel senso di solennità, storia, cultura, che ti fanno percepire il lato misterioso dell’appartenenza a questa buffa esistenza… a questo inconcepibile universo. Non oggi, non qui.

Solo, in compagnia di me stesso, mi sento spaesato. E lo sono. Mi si accumulano in testa una foresta di interrogativi. Che ci faccio qui? Ho fatto bene ad accettare un lavoro quaggiù? Alla mia matura età, e probabilmente all’ultimo anno di carriera? Ma non era forse meglio il piano B? Non sarebbe stato più saggio.. bla bla bla.. ?

“Non farti troppe domande tutte insieme. Non serve. La scelta l’hai fatta, ora vivila. E poi è sempre la stessa storia, i primi momenti ti sembra tutto strano, sbagliato.. e dopo stai alla grande e sei felice. Ancora non l’hai capito? Che qualunque cosa, anche sulla carta sbagliata, se vissuta nel modo giusto, assume tutto un altro senso e porta con sè un mare di cose positive? E poi.. uuuh, guarda là, c’è la bancarella delle caramelle, io voglio le coca cola frizz”.
Quante volte gli ho detto di non esagerare con le coca cola frizz” – penso, mentre estraggo il portafoglio e assecondo quel saggio e infantile lato di me, che intanto è già al banco ad aggiungere anche i coccodrilli e le liquirizie. E le fragoline.

Quel viziato.

 

LA VITA È

Il 18 Luglio è data nefasta. Sono oggi Ventisette anni da quel giorno terribile, e oggi come allora mi chiedo quale senso abbia avuto ciò che accadde. Eppur la verità a cui sono giunto, è che voler trovare un senso all’esistenza significa affrontare la questione da una prospettiva profondamente sbagliata. La Vità è già di per sè un Senso. La vita non ha, ma è. Ausiliari simili eppur differenti. La fragilità dei nostri corpi, che il tempo dapprima cresce e rinforza, e poi deteriora e distrugge. La discrepanza tra corpo e mente, che quando quest’ultima raggiunge una coscienza rassicurante, il primo è ormai non più prestante per esprimere tutte le potenzialità che avrebbe invece potuto esplodere in passato. Una specie di condanna quella della mente, ostaggio di un corpo che non necessariamente la rappresenta, intrappolata in limiti fisici, estetici a volte, che non la fanno emergere appieno. A cui aggiungere le leggi chimiche e fisiche di questo pianeta, che come Ventisette anni fa, per futili motivi possono annientare una giovane vita. Mi perdo in queste pieghe, pensieri ondivaghi che hanno un capo ma non una coda, mi perdo mentre i miei giorni scorrono, ora particolarmente ricchi di stimoli, novità, incognite belle e meno belle, questioni esistenziali forti, necessità via via sempre più vitali, futuro non più così anteriore da onorare con scelte forti e coraggiose, scelte che cambieranno tutto e in fondo.. niente. Che in fondo basta vivere togliendosi un po’ di lucchetti, vivere come meglio viene, condividendo, con le braccia spalancate e un sorriso fiero rivolto al cielo. Anche quando piove. Consapevoli che se piove prima o poi tornerà il sole. E se c’è il sole, prima o poi tornerà la pioggia. Usando il senno.. ma coscienti che tanto la vita è già un senso. È già tutto qui.

A Carol.

CITARE NIETZSCHE SENZA SAPERNE UN GRANCHÈ

Lo scorrer del tempo offusca le unità di cui son composte le misure, decifrar se stessi e comprender a fondo che il lento sovrapporsi delle stagioni ti ha reso differente, maturo, sin anche vecchio in relazione a certi ambienti, divien di non facil acquisizione.

Non forse i tuoi occhi vedon attorno a lor lo stesso mondo? Non forse ancor continui ad esser quello stesso ragazzo che mestiera da anni in codesto ambiente?

Eppur la realtà ti prende a schiaffi quando citi ai tuoi scudieri quel gran giocatore che fu Rui Costa ed essi ti rispondon ch’eran sin troppo piccini per ben rimembrar le eleganti gesta del portoghese, che lo conoscon certo per la fama, come io di Pelè potrei dire, il chè mi lascia silenziose ferite nel constatar che ventanni quasi son passati dai miei esordi e trentasei son le primavere che mi appresto a festeggiar, e a dir il vero nacqui ad agosto, e allora son estati, le trentasei, e poi da festeggiar c’è ben poco, che nel mestier mio “trentasei” è l’autunno della carriera e il futuro è raggelante, spoglio; inverno.

È un proseguir continuo, una lenta evoluzione del proprio io che va silenziosamente aggiornandosi, stillicidio di gocce accatastate l’una sull’altra entro quel vaso che come da copione la goccia di troppo a un tratto fa traboccar e crear un fottuto sconquasso tutto intorno.

Sai che arriverà quel nefasto dì, quella goccia, dannazione se lo sai, ma poi nebbiosamente il pensier s’accantona, ridotto a icona, sommerso come sei dal quotidiano vivere.

Subentra l’umana propensione a difender se stessa da scenari infausti, quel senso di ineluttabilità che sfugge alla razional ragione, il cui manifesto è ben espresso dal secolar interrogativo su quale sia il senso della vita, e quindi della morte.

Il proprio io trova dunque necessario rifugio nel tepore dello Spirito Apollineo, acutamente da Nietzsche definito come ordine artificiale necessario a crear armonia e razionalità là dove il caos prospererebbe e indurrebbe a smarrimento.

Eppur ciclico come ruota, ritorna quel dì in cui Apollo lascia spazio a Dioniso, il suo alter ego, e riemerge il pensier nichilista sull’assenza di senso, tilt cerebrale in cui il gelo polare torna prepotente a seppellirti sotto una coltre di nevosi interrogativi.

Orbene è questa la condanna umana? Richieder ostinatamente il senso delle cose sin anche là dove il senso non s’ha da avere? 

Forse.

Ma è altresi vera verità che la vita ha una sola direzione temporale; va in avanti. Par banale, ma ogni volta che lo riscopri il presente si veste di nuovi panni, e acquisisce più consistenza, più valore.

Prendi coscienza di avere coscienza. Oggi. Adesso. Qui.

E così io, ora, come a scuola il preside fa con l’indisciplinato alunno, recito il ruolo di preside di me stesso, e convoco l’indisciplinato io, per aggiornarlo sulle priorità che cambiano, e lo induco a liberarsi di zavorre che prima mai avrei ritenuto tali, fondanti priorità ora non più essenziali, in fondo non funzionali. Non più.

Significa forse questo, crescere? Saper rinunziar a qualcosa che pur ancora ami, prendendo coscienza che essa ha ormai esaurito la sua forza? E fino a che punto lottar per mantenere in vita un amore.. in fin di vita? Quando, mi domando, smettere di lottare per esso, senza sentirsi vigliacchi e vili?

Il pensier qui si placa, al cospetto di interrogatori colmi di tali e tanti interrogativi, e il bello è forse proprio codesto; Non saper, a questi, replicar.

L’umana condizione prevede il ragionamento e prevede interrogativi da snodare, ma prevede altresì l’assenza di risposte nette, chiare e certe. Esse son semmai da ricercar nella pratica, sul campo, giorno per giorno, con incontri, relazioni, esperienze.. perché in mezzo a questo meraviglioso postaccio che è la vita, ciò su cui si può agire, per provare a determinare qualcosa che consenta di aver ricordi lustri e futuro migliore, accade solo in diretta.

E la vita cos’altro è se non una lunga, folle, eterna diretta?

PILLOLE METROPOLITANE

Solito treno, solito ritardino, non eccessivo ma perfetto per farmi sfuggire di un niente la successiva coincidenza. Talmente al limite da indurmi a credere di potercela fare e servirmi così dell’ormai collaudata modalità “passo meneghino” un genere di passo svelto, frenetico, ben lontano dalla mia natura che invece è notoriamente lenta e svagata. Col risultato di scomodare il muscolo involontario cardiaco a pompare più sangue in giro per il corpo, annesso stress provocato al comparto visivo adibito a ricercare le traiettorie migliori per farsi largo fra la disomogenea folla in disordinato flusso e conseguente annientamento del lume della ragione, cestinato a favore di randagi istinti, che ingenerosamente sentenziano a male parole – sintetizzabili in “fate largo razza di idioti” – tutti quei tizi che si frappongono tra me e il traguardo. Su tutti, coloro i quali mostrano lentezza, incertezza, esitazione, flemma, distrazione, fin anche semplice errata postura… insomma, gente normalissima, dei potenziali “me stesso” dei restanti 364 giorni dell’anno.

Tutto sto trambusto per ritrovarmi a fissare quel binario, tristemente vuoto, che la metro per Gessate è già all’orizzonte, perduta per una manciata di secondi e costretto ad attendere, nervoso e sconfitto, il successivo treno.

Che poi passa dodici minuti dopo. Mica settantatre. Dodici.