DIECI GIORNI DI NETFLIX

Era un tiepido lunedi d’ottobre, era l’anno 2020, il bisestile pandemico anno che ha portato alla ribalta termini desueti, quasi dimenticati, tipo ‘congiunti‘, inutili nella vita di tutti i giorni; ma la vita di tutti i giorni, quell’anno, era cambiata.

Era un tiepido lunedì di ottobre – dicevo. Abitavo in una cascina poco fuori milano, ero un atleta trentasettenne, al presumibile ultimo anno di una dignitosa carriera minore, lontana da riflettori e milioni di dollari, ma non per questo disprezzabile. La partita in programma il giorno precedente alle 17.30 contro l’Albinoleffe fu rinviata al giorno successivo (ovvero alla sera di quello stesso lunedì), a causa di tamponi risultati positivi all’interno della mia squadra. Il protocollo parlava chiaro; partita rinviata, tamponi immediati a tutti per sedare eventuali pericoli di focolai. Per cui alle 8.30 di domenica mattina tutti a fare il tampone. E per protocollo, tampone anche a mezzanotte.
“Ma… a mezzanotte?” – vi starete domandando. Si, a mezzanotte.

I risultati erano attesi per lunedì, il tiepido lunedì d’ottobre di cui sopra.

La cascina offre spazi esterni molto vivibili, tra i quali un ampio porticato esposto al sole ove per un paio d’ore mi intrattenni leggendo uno scritto di Harari, libro iniziato durante la quarantena di marzo e non ancora terminato, evidente segnale della mia scarsa propensione alla lettura, benchè “Sapiens” sia uno dei libri più illuminanti che avessi mai letto.
Perso nella lettura, persi di vista il telefono, silenziosamente appartato sul tavolino lì accanto. Uscito dall’immersione nei fondali rivelatori delle pagine del bravo autore israeliano, toltomi il boccaglio, consultai l’iphone trovando chiamate perse del dottore e messaggi, tra i quali;

“Daniele, ho provato a chiamarti, volevo dirtelo a voce, sono arrivati i risultati dei tamponi, sei positivo. Chiuditi in casa e appena puoi chiamami”

Alla lettura della seccante notizia, ebbi una reazione che solo gli uomini di un certo calibro sanno avere. Chiusi rumorosamente il libro, omisi di respirare per alcuni istanti restando come sospeso in un non-luogo, tre puntini di sospensione… e ripreso fiato sancii: “Morirò di stenti”.

Asintomatico.
Ma la verità è che non ero affatto preoccupato, fintanto che fossi rimasto asintomatico perchè mai avrei dovuto ritenermi malato? Fu questo il grande dilemma di quei mesi, la difficoltà della popolazione di accettare restrizioni così “opprimenti” per questioni tecnicamente inferiori a un raffreddore. Ma il fine ultimo mi era chiaro, non espandere un contagio di cui evidentemente ancora poco si sapeva, di un virus che più fosse stato represso e meno problemi avrebbe creato ai più deboli. Per questo presi la faccenda senza polemiche, senza dar credito alle dietrologie di chi sosteneva che fossimo vittime di un regime di controllo, tutte sciocchezze che in quel tempo trovarono terreno fertile ove riprodursi. Tenni sempre il morale alto, anche perchè – riducendo la cosa ai minimi termini – si trattava di trascorrere dieci giorni in compagnia di Netflix, radio, podcast, scrittura, lettura e.. studio di partite di calcio che poi si dimostrò essere la base da cui prese il via il mio roseo futuro di allenatore.

E fu così che i primi tre giorni trascossero da perfetto asintomatico, spesa online recapitata a casa, ogni genere di comfort a portata di mano. Chiamate di amici parenti e conoscenti preoccupati che si ponevano con toni consolatori fino quando non sentivano che non c’era ragione, che la mia voce non era nasale e neppure interrotta da colpi di tosse. Ero un semplice asintomatico che doveva pazientare giusto qualche giorno per tornare nel mondo laffuori.
Ma poi cominciò a venirmi un prurito alla mano. Strano, non ricordo che mi abbia mai pruduto.. pruso.. prudito.. com’è il participio passato di prudere? Cosa stava accadendo al mio italiano? Stavo forse disimparandolo di colpo? E poi avevo un po’ caldo, come mai, mica faceva caldo? E mi formicolava il gomito. E poi non ricordo come andò a finire, perchè … perchè ho scritto tutto il pezzo al passato, ma la verità è che il prurito alla mano mi è venuto adesso.
Il quarto giorno è adesso.

Morirò di stenti.

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