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ORIENT EXPRESS

Non avere nulla da mangiare in casa, uscire, farlo ad ora di cena, raggiungere a piedi il supermarket, prendere solo lo stretto necessario, scegliere cose, avere fame mentre si scelgono cose, riscoprire l’errore di mettersi a scegliere cose quando la fame bussa.
Non prendere solo lo stretto necessario, dilagare, essere a un passo da addizionare persino un’inusuale zuppa di pesce, farlo dopo aver già messo nel carrello minestra di farro, maxi hamburger, bresaola, fesa di tacchino, frutta, verdura, grissini, crostata, cereali frosties, latte, insensatamente anche un block notes. Rimettere al suo posto la zuppa di pesce, con rammarico. Tenere il block notes, con orgoglio. Andare alla cassa, aspettare il proprio turno, non avere la carta fedeltà, chiedere due sacchetti, cercare moneta per agevolare il resto della cassiera, salutare la cassiera, non essere ricambiato, provare amarezza. Tornare in strada verso casa, passare davanti a un Kebab. Avere voglia di un Kebab. Accorgersi che non sarebbe stato male prendere il Kebab. Rientrare a casa. Cenare.
Con il Kebab.

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MAL ESPRESSO

L’autunno è arrivato col fare sbarazzino di un uomo di mezza età che fa il giovane, dando un immagine estiva di se stesso. La colonnina di mercurio si vanta di stare sui venti, ma io mi fido il giusto di tipi come l’autunno troppo estivo, così mi vesto autunnale perché sono stato educato a diffidare delle apparenze, io.

La temperatura percepita nasconde insidie, colpi di freddo, mi fido più del calendario e dell’ingiallirsi delle foglie. Come diceva sempre mia nonna: “Autunno, cadono le foglie e quindi vedi che ti metti la felpa.” Non è vero. Mia nonna non ha mai detto una roba del genere. Poi non parla mica così. Ho mentito. Non sono bravo a mentire. Mento sapendo di mentire. Dopo una mentos, mento sapendo di mentine. Comunque non mentos-spesso. 

Fatto sta che l’ho messa la felpa ma qui in questo caffè sulla spiaggia proprio sotto la ruota panoramica che hanno appena smontato (in quanto autunno), fa un dannato caldo, non mi riesce di leggere felice il bel libro, troppo sole, troppo caldo, troppo non ventilato, troppa felpa che poi una volta tolta.. addirittura troppa t-shirt, pazzesco, il calendario e le gialle foglie raccontano ben altro, mentendo, anch’essi, parrebbe. 

Insisto, leggo ancora un po’, non è un bel leggere, con sto caldo mi sento distratto, o quantomeno distraibile, sto per mollare… e lo faccio quando alle mie spalle una coppia che non vedo ma sento, ordina due caffè, uno ristretto e uno schiumato. 

Schiumato

Chiudo il libro. 

Ristretto. E Schiumato. 



Arrivo presto ad una tesi: finché esiste una persona che chiede un espresso schiumato, significa che nella nostra società c’è un eccesso di benessere. 

Già pretenderlo ristretto è un vezzo, parliamo di una misera tazzina contenente al massimo quattro cl, vale a dire un sorsetto. Ristretto significa gradire una porzione di sorsetto; dai su, si vede che non avete mai fatto il militare voi. 

Al servizio di leva ci facevano bere caffè vecchio di giorni, a volte neanche scaldato, in tazze di latta sopravvissute all’ultima grande guerra. E se osavi anche solo lamentarti con un cenno del sopracciglio tu e la tua camerata finivate in punizione, doppio turno, niente pranzo e serie infinite di piegamenti sotto la pioggia, nel fango. Fango macchiato freddo. Questo è quello che ci succedeva, al dodicesimo battaglione di fanteria, a Treviso nel 1973. 

Che poi, ad essere onesto, non è vero niente. Ho mentito. Non ho mai fatto il militare io. E poi sono nato nel 1983. Non sono bravo a mentire. 

L’avevo detto. 


LA BALA L’È ROTUNDA

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Non stavo capendo. Poi ho capito, ma l’ho lasciato concludere, perché mi faceva ridere.

Diciamo che quando le cose non vanno per il verso giusto, non c’è un bel niente da ridere e infatti non ho riso, ma dentro la mia parte evasiva lo ha fatto.
Ed io – si sappia – ho una grande opinione della mia parte evasiva.

Racconterò i fatti antecedenti che hanno portato alla situazione sopra citata, e non lo farò con una mera cronaca, ma servendomi di percorsi contorti, andrò fuori tema, adotterò soluzioni letterarie disparate, se possibile accattivanti, se non possibile accomodanti, certamente tutto fuorché didascaliche.

La bala l’è rotunda – non perde occasione di dirmi la mia nonna quando le dico che abbiamo perso. Puntuale, da sempre, è una consuetudine che mi accompagna sin dalle prime sconfitte in gioventù, è una sorta di pacca sulla spalla, che vuol dire che la palla è rotonda, e che poi continua con “na volta la và da chì, na volta la và da là”una volta va di qui e una volta va di là. Non l’ho mai apprezzata fino in fondo onestamente, proprio da un punto di vista fisico intendo, una sfera può andare in un sacco di posti, mi sembra un po’ riduttivo sostenere che vada o lì o là, a caso. Va detto che di questi tempi va un tantino troppo di qua, nella nostra porta, anzichè di là, nella loro. E questo è un problema. Un cazzo di problema.

C’è tutto un lavoro in settimana e c’è un esame da superare ogni domenica, e continuare a studiare, applicarsi e non arrivare almeno al 18 è frustrante, questo non lo considerate voialtri che state là fuori, nel mondo normale, che giudicate i calciatori come privilegiati viziatelli, che rincorrono una palla e prendono un sacco di euri, e se perdono tanto è uguale, tanto poi la sera vanno in discoteca.
Stereotipi. Italiani- mafia pizza spaghetti mandolino? C’è qualcosina di più.
La settimana si vive male dopo una sconfitta, ci son tutte delle dinamiche che ti scuotono, svuotano, una rincorsa a trovare la formula giusta capace di invertire la rotta o se preferite, in quanto rotta, aggiustarla… insomma l’obiettivo è vincere e questa domenica è arrivata la terza sconfitta di fila e capite bene che l’umore quello buono, è altrove.
Ed è per questo che in sala stampa poi ci sono andato io, che sono il capitano, perché un 1a5 casalingo va attutito, spiegato, scomposto in numeri primi, per quanto uno e cinque già lo siano, e i primi che è corretto si mostrino, sono allenatore e capitano.
Entro, la mia espressione è cupa, la sconfitta bruciante è appena avvenuta, la voglia di parlare – in tutta franchezza – molto ridotta.

Mi siedo, saluto, microfoni, telecamere, tre due uno… vai.

Inizia con la domanda un tizio, parla di prova convincente, di un inizio incerto ma poi col passare della gara una reazione e nella ripresa una gara senza storia in cui abbiamo legittimato la vittoria.

Legittimato. La vittoria. Abbiamo.

Non stavo capendo. Poi ho capito, ma l’ho lasciato concludere.

L’ho guardato in faccia bene, senza rispondere. Lui mi ha guardato, si è trattato di un’imbarazzante frazione di secondo ma che nel mio ricordo erano almeno venti, nel qual arco di tempo gli spuntavano crescenti orecchie da asino. Mi par di ricordare anche il naso rosso. Si si, c’era anche un naso rosso, come no.
Ho sbottato.
Non ricordo le esatte parole, ma per fini narrativi facciamo che siano state queste: “Mi perdoni buon uomo, passi per il naso rosso e le orecchie da asino, ma almeno abbia la decenza di riconoscere che davanti a lei c’è uno dei disperati che hanno appena raccolto una sacca di palloni dalla propria porta. Un uomo distrutto. Che ora è anche indignato. Si ricomponga, si dia un contegno!!! ”

Perché quello che ho omesso di dire all’inizio, è che mentre la mia parte evasiva – della quale ho una grande opinione – rideva, l’altra parte ha cazzo di sbottato.


PIT STOP

L’essere umano che attende dal gommista è la più spaesata specie animale, appartenente alla famiglia dei mammiferi attenditori del propio turno.

Ne ho fatto parte anche io, un tempo.

Non sai dove mettere la macchina, non sai con chi parlare, tutti hanno una montagna di lavoro e ti passano dinnanzi con cerchioni pesantissimi, fanno rumore, tanto rumore, compressori, macchinari meccanici, cric, trapani, montano e smontano.
Cerchi di individuare il titolare, lo vedi, è spettinato e unto da anni, te lo immagini così anche a casa, sul divano, sporchissimo anche dopo una doccia. Con la tuta da meccanico. Potrebbe levarsela almeno a casa – pensi.
Di norma è un uomo che ha più cazzi per la testa del presidente neo eletto degli Stati Uniti, sempre attorniato da clienti stressati e stressanti che chiedono cose, chiedono prezzi, tempistiche. Col tempo ha sviluppato l’arte di liquidare con risposte sommarie qualunque suddetto mammifero spaesato, che è bisognoso di tutto fuorché risposte sommarie, lasciandolo lì, totalmente allo sbaraglio come prima, peggio di prima. E lo fa con la tecnica efficacissima di continuare a fare quello che sta facendo senza esitare neanche un secondo.. e a un certo punto se ne va, ributtando te e le tue domande in mezzo a tutti gli altri che prima di te ci sono già passati, provando e fallendo, come te, che ora li affianchi lì all’uscio, in attesa del tuo turno, che non hai idea di quando sarà.

Oggi sono qui in una nuova veste, oggi per la prima volta non a disagio grazie all’assidua frequentazione provocata da tre eventi;

1. Il cambio gomme di stagione di un mese e mezzo fa

2. Buca che mi ha squarciato l’anteriore destra dieci giorni fa.

3. Una gran vite che mi ha ingravidato l’anteriore sinistra ieri sera, in pieno centro, a me, ahimè.

Avrei felicemente evitato le ultime due apparizioni, ma la mia filosofia mi induce a togliere spazio alle recriminazioni e prendere quel che c’è di buono: ho imparato come navigare in queste torbide acque, ed oggi ho modo di essere un osservatore esterno, non più appartenente alla spaesata specie. E mi diverte.

Mi diverte vedere l’esitazione di uomini e donne di qualsiasi età ed estrazione sociale, totalmente in balìa degli eventi, guardinghi, in piedi davanti all’officina, timorosi che qualche furbacchione arrivato dopo possa cavarsela prima nonostante ci sia il numerino tipo salumiere.. c’è una sorta di tensione nell’aria, braccia conserte, continui giri in tondo, la voglia di sapere qualcosa in più, quanto manca al proprio turno, in quanto ce la si può cavare, la continua ricerca di un eye-contact da cui gli esperti gommisti – così come il titolare – si tengono abilmente alla larga, consapevoli che concederlo sarebbe come tirare una testata ad un alveare.. e poi quell’astratta sensazione che distrarsi un attimo possa per qualche ragione essere fatale. E allora tutti lì, attenti.

Ero uno di loro, un tempo. Ora invece sono l’unico seduto sulla panchina, qui, ora, rilassato, a scrivere, descrivere i loro comportamenti da piccioni, titubanti.
Anzi, ora vado pure a bermi un caffè al bar qui di fronte.
Prima però, gli faccio una foto.
Clic.

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23 e 24 aprile 2017 in pillole

Succedono poi cose nel weekend, a un bel momento. Tipo un allenatore che si dimentica di farti entrare, ci sta. Fa un po’ ridere, ma ci sta. Soprattutto se poi quella partita l’hai vinta, tutto fila via, scorre, senza attrito, liscio. È così che vanno le cose, sottili equilibri tra torto e ragione, sottili ragioni tra torti e equilibri, sottili torti tra equilibri e ragioni, giusto per mischiare le carte.

Che tanto quest’anno ho imparato a dire “a posto così”. Con chi cerca di aizzare, litigare, confutare io rispondo “A posto così” e se continua rispondo “A posto così” alzando la voce finché non si scoraggia. Nessuno è mai andato oltre al terzo ” A posto così“.

Una giornata in famiglia, il dì seguente, che è lunedì, per molti giorno festivo in quanto ponte che allaccia la domenica al martedì 25 aprile, giorno della liberazione, o della libera azione se preferite, che sarebbe un nome gradevole per una forza politica, peraltro. Mezza giornata in zone collinari, fortezza di San Leo, nei pressi della estera San Marino, a vedere cose belle in bella compagnia, costruzioni vecchie medievali, contenitori di storie piuttosto assurde di torture e prigionìe, annosa questione che testimonia l’incantevole uso improprio delle risorse intellettive umane che perdura lungo tutto il corso della storia, e chissà per quanto ancora ci accompagnerà.

Tempo di sgranchirmi le gambe con una improvvida accosciata ed ecco il mio apprezzato iPhone sette nero opaco non protetto da custodie sfilarsi dalla tasca, toccare non dolcemente il suolo e cominciare una drammatica discesa – schermo a spanciato a terra – per la ripida pendenza del ruvido ciottolato e interrompere la sua traiettoria un paio di metri dopo grazie allo stop d’interno destro di mio zio che evita danni peggiori. Danni che tuttavia non passano cazzo inosservati; graffi diffusi, piccole lacerazioni del vetro qua e là e la sensazione di aver fatto un’ottima scelta ad aggiungere l’Apple care al momento dell’acquisto, che permette riparazioni e/o sostituzioni a costi confortevoli e/o/a abbordabili.

Una piadina classica romagnola crudo squacquerone e rucola a pranzo, e discesa verso il mare, dove raggiungo miei colleghi intenti a godere del sole, e con cui facciamo una sfida a basket in spiaggia, canestri, tiri, mi sento fortissimo, vinco, poi entra sul campo un bambino veramente piccolo tipo cinquenne penso, con un nome veramente deludente quale è Cosimo, secondo solo a Calogero, che la mamma appellava Cocò, il quale con una personalità rara si intromette tra schiere di giganti senza salutare nessuno e facendo suoi quanti più palloni possibili cercando la gioia del goal, non minimamente supportato da forza nè tecnica che lo rendono un impiccio alla nostra gara che intanto però prosegue, ora più spezzettata, con Cosimo che a un certo punto calcia coi piedi il pallone a spicchi colpendo un palo pieno che gli restituisce con forza uguale e contraria il pallone in faccia facendolo cadere come un bambino. Quale è. Il tutto tra le nostre risa mentre la madre riprendeva il suo campione con lo smartphone, video che vorrei fortemente avere prima o poi.

Un altro ragazzino, più grande tipo dodicenne avrebbe voluto anch’egli giocare, ma – più timido – ci guardava seduto a bordo campo, aspettava solo di essere chiamato, ma l’ingombranza di Cocò era già più che sufficiente per noi adulti. Finita la sfida e assecondato Cocò, che tra le altre cose quando ha saputo che sono un tifoso della Juve mi ha guardato e dedicato un sentito “Fai schifo”, ho coinvolto anche il dodicenne, giocatore da subito parso talentuoso, una fluidità di palleggio e tiro che lasciavano trasparire competenza nonché militanza in qualche squadra cestistica giovanile. “Lui si che è bravo, si vede subito” ho subito sentenziato “è più bravo di te” ho aggiunto indicando il mio amico Cat. Poi è partito un due contro uno, io ero l’uno, contro il dodicenne e il mio amico Cat, ho fatto valere i miei centimetri, l’ho stoppato due volte il talentino, pavoneggiandomi anche, tipo Giovanni quando fa braccio di ferro col bimbo in “Tre uomini e una gamba” poi la partita è finita, dovevamo andare e mi sono complimentato col dodicenne, “Bravo, alla prossima.. io sono Daniele come ti chiami tu?” gli ho chiesto. Ha farfugliato un nome, che non ho capito, mi è sembrato abbia detto forse Gabri.. “Come scusa?

“Sabrina”

Ah.

Cioè quindi..

Esatto.

Ho stoppato due volte la dodicenne Sabrina.


L’ERBA DEL VICINO È VERDE GIUSTA

Dopo mesi di freddo, il locale torna ad avere un significato. Il grande terrazzo con accesso diretto alla spiaggia è il suo punto di forza e si distende rivolto allo spettacolo offerto dalla natura che in quel tratto di costa ne disegna una rientranza che definisce un piccolo golfo.
L’ora in più di sole, il cielo limpido, i ritmi pacati del giorno libero, la bella stagione che va a iniziare in contrasto con la bella stagione sportiva che va a tramontare, riempiono di significati – percepiti ma non espressi – il momento. Significati agrodolci, che rimandano a immagini.

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L’immagine di una birra con gli amici di una vita, sul far della sera.
Che se cambi la punteggiatura viene tipo;
L’immagine di una birra con gli amici, di una vita sul far della sera,
che ne dipinge la versione nostalgica da cui sono travolto se penso al continuo inesorabile accumulo uno dopo l’altro dei secondi/minuti/ore/giorni/mesi/anni. Secoli.
Inevitabile tratteggio del mio carattere, perpetua percezione del contrasto tra bellezza e fragilità dell’esistenza, visione di insieme che non lascia spazio a facili entusiasmi nè a profondi crolli emotivi.

C’è un gruppo di ragazzi pochi tavoli oltre il nostro, è una festa di laurea, festeggiano forte, forte come io non so fare da anni. E li invidio. Non che io sia infelice, ma.. come dire.. mi si rovesciano addosso tante questioni irrisolte, tanti avrei dovuto e avrei potuto, tempo passato, tempo gettato, occasioni non colte, cose rimandate e mai più riconsiderate.
E il tempo scorre mentre io mi sento troppo giovane per certe cose per cui in realtà sono abbastanza vecchio, questione famiglia, bambini, io, ma no, sto cosi bene adesso, ma quali bambini, che quelli poi continuano a piangere e vogliono cose, cose che se non gli dai poi piangono, ancora, ma non aveva già pianto prima? Si si, ma piange ancora. Ok, va bene, ma se posso permettermi, tutto quel liquido lacrimoso, di preciso, dove lo tengono? Non so, ma piange. Si si ho capito, smetterà. Dici? Si. Dico.
Il punto è che bisogna stargli addosso h24 e addio viaggi, ozio, amici, libertà.
Però poi guardo bene la mia carta di identità che mi urla addosso che ho quasi anni trentaquattro, e continuo a vivere come dieci anni fa, quindici anni fa, innamorato di un pallone a cui corro dietro, con la differenza che allora ero contornato da uomini dieci/quindici anni più vecchi, e avevo una carriera davanti, mentre ora da ragazzi dieci/quindici anni più giovani, e ho una carriera alle spalle, e tanti pensieri imminenti, che non ho ancora capito bene se una casa la voglio comprare, o stare in affitto, mutuo, tasso fisso o variabile, che cazzo ne so, apro una attività? Non è il caso, non sai quanti casini, mi dicono. A Varese? A Varese non funziona niente mi dicono degli altri. Si ma altri chi? Eh, voci, voci di corridoio. Ma quali corridoi, corridoi di un tribunale? Corridoi Vasariani? Di quali corridoi stiamo parlando? Eh, voci che si sentono, rumors. Ah.

Parte un coro, un coro che interrompe i miei pensieri, un coro festoso rivolto al laureando, e in alto i calici, gente euforica, una corona di alloro sulla testa dell’ennesimo dottore italiano, tutti con la camicia bianca, tutti giovani e bellissimi, tatuaggi che sbucano dal colletto, dalla manica, dal risvoltino del pantalone, acconciature folte e alla moda, occhiali da sole, in piedi sui divanetti, padroni del mondo.
La bella vita. Vivono il sogno di tutti.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, pronto a brindare, che ho sentori di simil invidia per un gruppo di festanti venticinquenni qualunque? Ma perchè? Qualcosa non torna.

E infatti è tutto un bluff ! Che sbadato, quasi subivo l’ennesimo inganno della “Sindrome delle cheerleader“. Quella sindrome che ti fa apparire come un gruppo di fighe stratosferiche un gruppo di ragazze pon-pon, fino a quando non scomponi l’insieme e ti concentri su ognuna di esse, separatamente, scoprendole al più carine, sovente veri e propri sgorbietti. Ma nell’insieme fanno un figurone.
Così scandaglio meglio i singoli che compongono l’insieme e ne traggo ragazzi normali, alcuni con chiari problemi di linea che prima avevo incredibilemnte ignorato, altri ancora eccessivamente pallidi, chi con una postura poco invidiabile, chi stempiato, non tutti poi così euforici come mi apparivano quando li vedevo come unica entità festante-bene. Alcuni addirittura annoiati in disparte, ai margini della festa, intenti a smanettare con lo smartphone.

Ennesima lezione di vita che sbiadisce l’intensità del verde che siamo soliti ammirare nell’erba del vicino.

Il locale si riempie, tutt’intorno siamo circondati da coppiette, amici, amiche, un trionfo di selfie uguali a tanti altri che solo instagram ci dirà quanto valgono grazie alla ghigliottina dei Mi piace. Il popolo del futuro, super connesso, è tutto lì.

E poi ci sono loro, tre anziani in salute, verso i settanta che bevono birra, appaiono felici, niente smartphone sul tavolo, sembrano sapere cose che io non so, sarà saggezza, sarà esperienza, sarà quel che sarà ma sta di fatto che sono perfettamente a loro agio in un contesto giovanile che bada molto all’apparenza; se ne fottono, loro.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, brindante, li guardo con stima, con invidia anticipata, sarà la mia ambizione arrivare a fin lì, arrivare a quell’immagine:

“Una birra con gli amici di una vita sul far della sera”

E la punteggiatura, in fondo, è irrilevante.


EVENTI DA NORD EST

Il mattino alle 7e30 sono già lì sveglio. Inusuale.

La giornata nella città veneta è un antipasto di primavera. La Sala colazione riservata alla squadra è deserta a quell’ora, sono primissimo. Appoggio il libro che mi sono portato e mi appresto ad avvicinarmi al buffet, ancora rintronato e con gli occhi che devono abilitarsi a tanta luminosità. L’ovale salone è molto ampio, e il buffet è di quelli in cui è sconsigliabile imbattersi se -come me- non hai ancora deciso cosa vuoi mangiare.
Diviso lungo tutto il perimetro della sala in quattro postazioni, un po’ di roba qua un po’ di la, le marmellate fatte in casa laggiù, quelle confezionate qua, la macchinetta del caffè lì, il thermos col latte caldo là, le posate già in tavola tranne il cucchiaio, che se vuoi il cucchiaio è vicino ai cereali, e i cereali eccoli là in fondo.
Abbondanza in ordine sparso.
In stato confusionale post risveglio il rischio di vagare da una parte all’altra per diverse dozzine di secondi è garantito, e infatti così faccio, riuscendo soltanto a impossessarmi delle fette biscottate che si sono poi rivelate essere frantumate. Che le fette biscottate frantumate sono più inopportune di una pozzanghera in salotto. Nel mio girovagare ero accompagnato dalla netta sensazione di essere osservato e giudicato come un una specie di idiota delle colazioni da parte delle due cameriere più servizievoli del pianeta, che in questo deserto avevano occhi solo per me e che infatti hanno presto iniziato a incalzarmi con domande troppo premature e insistenti se rapportate al mio stato psicofisico ancora in fase non lucida: “Le porto qualcosa?” “Cosa cerca?” “Se vuole le marmellate sono laggiù” “La tazza preferisce questa o quella..”
Al che nella mia testa è successa una cosa tipo così;

“NON LO SOOOOOOO, HO UN RITARDO MENTALE, HO LA GIUSTIFICA, NON SONO IN GRADO DI INTENDERE E VOLERE, HO LASCIATO LE 500 LIRE NEL CARRELLO, HO TROVATO IL PASSAGGIO A LIVELLO ABBASSATO, È GIA USCITO IL TRENTASETTE? VOGLIO PARLARE COL MIO AVVOCATO”

E invece non riuscendo neppure a sostenere lo sguardo delle inservienti tanto gli occhi erano socchiusi, ho inserito il pilota automatico che mi ha condotto al porto sicuro, cappuccino e brioche, che va sempre bene, nonostante non fosse la mia reale prima scelta. La ragazza mi indica la macchina fai da te multifunzione alla mia sinistra chiedendo se volessi servirmi da solo altrimenti avrebbe fatto lei.. boh faccio io dai, anche se a questo punto il tuo ruolo è depotenziato cara mia – penso. Prendo la prima tazza che vedo, è da thè e me lo fa prontamente notare, dice che quelle dei cappucci sono le altre, io accuso il colpo ma minimizzo sostenendo con espressione sorniona che non è un problema l’importante è che sia buono il contenuto. Mah. Classiche frasi che spostano l’attenzione sul filosofico spiccio, finemente ironico e polemico nei confronti di un mondo che bada più alla forma che ai contenuti, come fece la mia vicina di casa col cane, incontrata in ascensore mentre portavo nei bidoni sotto casa i miei quattro differenziati sacchetti di spazzatura. “Tu fai la differenziata” – le chiesi vedendola osservarmi. “No no, io già mi occupo di differenziare le persone” – mi ha risposto. A me. Lei. 23 anni al massimo. Mi ha detto. Di differenziare le persone. Si occupa. Lei. A me.
Al che nella mia testa è successa una cosa tipo cosi;

“MA VATTENE AFFANCULO, CHE CAZZO OOOOOOOOH CI AZZECCA, MA PUTTANA LA EVA, MA CHI TI CREDI DI SEI CHI*? (*quando sbrocco parlo un po male) MA VACCA BOIA, ORA TI ACCAREZZO MALE IL CANE, MA DI CHE MINCHIA PARLIIIIIIII????”

E invece ho glissato dicendole; “Ah capisco… Che bella cagna”
“No, non è femmina è un maschio”

Si si okay, ma io non parlavo del cane.


SOVRAPPENSIERI

Una gran capigliatura lunga e randagia, una barba abbastanza folta, jeans strappato stile punk/grunge, anarchico il giusto, diverso dalla massa, non influenzabile, coerente, solido… e libero: cosi mi sento. Astrattamente.

E invece sono pelato, la barba mi cresce poco e male, mai avuto un jeans strappato punk/grunge, indosso quasi esclusivamente tute, adoro le tute, perché bado alla comodità, e perché sono pigro, non mi trovo a mio agio con le camicie, non a mio agio in contesti anche solo leggermente eleganti, perché dovrei vestirmi bene e non sono capace e non ne ho voglia, ma in verità un po mi piacerebbe, attratto da un mondo che in fondo detesto, quello “bellavita”, omologazione, ostentazione della ricchezza, esaltazione del futile, e vorrei presentarmi ovunque in tuta ed essere fantasticamente a mio agio, impermeabile al frivolo giudizio altrui. Ma non ci riesco. Ogni tanto si. Spesso no. E mi detesto per questo, influenzato dalle mode che cambiano – anche se tendo a negarlo.
Non so suonare la chitarra, il che lo trovo sciocco, che basterebbe applicarsi, però so un po’ suonare la batteria, ma non bene, ho smesso coi corsi, il che lo trovo sciocco, che basterebbe applicarsi, e ogni anno millanto di volermi iscrivere all’università, pervaso da motivazioni impressionanti che poi si vaporizzano non so bene comedoveeperchè.
Niente tatuaggi, mi piacciono ma sugli altri, non fumo, non esagero col bere, faccio la differenziata, in autostrada occupo sempre la corsia più libera a destra, a differenza di tantissimi guidatori tonti e scarsi, e vorrei avere una macchina elettrica, ma per ora mi godo una Golf diesel che inquina come un trattore, contraddizioni.
E poi sono pelato – già detto, e ho il naso gigante e storto, in generale bruttino diciamocelo, ma simpatico ai più, forse non a tutti, ma a me stesso si ad esempio, che non è poco, felice di essermi conosciuto, poteva andarmi peggio, so stare in mezzo alla gente, noto di risultare intelligente, più di quanto sia reale forse, perché sono acuto forse, un tipo logico, senza forse, e la logica è scienza, e la scienza è dimostrabile, e ciò che è dimostrabile diventa credibile, e sono presuntuoso anche, e mi sono sempre reputato intelligente sopra la media, fino a che ho notato che anche un sacco di idioti si reputano tali, il che mi fa essere assassinato da dubbi, e mi piace usare assassinato in maniera impropria.
E poi provo soddisfazione a passare col semaforo arancione, senso di avercela fatta, qualificazione alla fase successiva sofferta, e le cose sofferte sono sempre le più belle. Adoro cani e gatti, per i cani non ho spazi per i gatti si, e allora cosa aspetto, boh mi arrendo a chi mi dice che è un impegno, che poi mi andrebbe di impegnarmi, ma non agisco mai, lento, ecco sono lento, ci arrivo sulle cose, ma lento. Amo il pallone, ci gioco, ci lavoro io col pallone, era il mio sogno, da grande volevo fare il calciatore, ma quando sei piccolo il “da grande” è relativo, ed ora che è quasi tempo di smettere non sono ancora grande davvero, qua tocca rifarsi domande da scuola elementare, cosa voglio fare io da grande? L’astronauta? No, mai sognato di fare l’astronauta, mi basta il mondo che ho e poi vado in affanno respiratorio al solo pensiero.
Sono ambizioso ma cultore dell’accontentarsi, che essere ambiziosi e volere sempre di più senza rendersi conto e senza gioire dei traguardi raggiunti è un’idiozia, e ho dubbi sul mio futuro, pochi sul mio passato, ho un nome che non mi fa impazzire, ma non ho amici che si chiamano come me, e ne sono contento, tendo a dimenticare in fretta, per difesa a volte, per offesa altre, sono sostanzialmente sereno, felice direi, nonostante reputi l’esistenza un gioco drammatico sbilanciato verso il brutto, ma lo difendo il gioco, per i momenti belli che contiene, che sono tanti e forti e intensi e insomma ne val la pena vivere, che c’è tutto il tempo di restare morti dopo la vita, che secondo me non c’è nessuna vita eterna, nessun Dio che ci conosce per nome e quando andiam di là ci chiama alla cattedra col nostro compito in classe corretto con la penna rossa e il voto finale, e lo spero che ci sia badate bene, io spero ci sia, ripeto, lo spero, davvero, ma scusate se non credo alle storielle incerottate che ci raccontano le religioni, e trovo sciocco chi ci crede come assioma rifiutando di porsi domande, che Dio per quanto mi riguarda è il pianeta terra, madre natura, un dio buono e cattivo, con le sue regole, la sua chimica e la sua fisica, le sue ingiustizie, le sue prede e i suoi predatori. Innocenti. Colpevoli. Tutto insieme.

Vivo tra costanti contraddizioni; amore per il bianco ma affascinato dal nero, come molti di voi suppongo, e allora mi domando se non sia forse questo il vero tormento dell’essere umano; la mancanza di una vera identità.
Chiarezza in fatto di valori, ecco cosa.


GRIGIE PERPLESSITÀ

Stamattina mi sono svegliato ed ero perplesso. Ed è inevitabile quando la sera vai a letto perplesso. Inoltre l’apprezzatissimo orologio SparaOrarioSulSoffitto per qualche ragione non sparava orario sul soffitto, la qual cosa ha aggiunto dell’altra perplessità, rendendomi così perplessissimo.
Pochi istanti di rimessa a fuoco dei pensieri ed eccomi di nuovo in verticale: pipì denti faccia vestirsi e al bar. Avere il giorno completamente libero è una bella sensazione se sei sereno. Ma stamane non ero sereno, ero perplesso appunto.
Provo a spiegare meglio lo stato d’animo. Tipo un frullato di delusione-stupore-incazzatura. Alcuni esempi:
– Schiaffo inaspettato preso da un genitore 
– Nota sul registro per futili motivi
– Cacciato a far la doccia senza spiegazioni
– Multa salatissima per piccola infrazione
– Finire in nomination per mano di un tuo amico
Questioni per cui scatta l’esame di coscienza, che nel mio caso prevede iniziale Vaffanculo di massima verso l’istituzione, per poi convergere in valutazione il più imparziale possibile delle mie effettive responsabilità per l’accaduto, per poi sfociare in infinite rimuginazioni che tendono a creare una posizione finale ufficiale riguardo all’accaduto.
Ecco, questa fase finale è ancora piuttosto lontana, i lavori si stanno protraendo nel mio cranio dall’intera giornata.
E nel tornare a casa, avvolto in questi grigi pensieri, in un grigio e freddo giorno di gennaio, un signore dai grigi capelli è uscito spedito da una oscura sala slot spalancando la porta che dava sul grigio marciapiede in cui io grigiamente passeggiavo, tagliandomi di netto la strada e non urtandomi per pochi centimetri grazie soltanto alla mia rinomata abilità di frenatore. Fosse stato per lui ci saremmo grigiamente scontrati. L’ho guardato allontanarsi verso la sua grigia vettura parcheggiata in sosta vietata.
Nervoso. Alle 11. Lunedì. Appena uscito da una sala slot. Quello si che è un ebete – ho pensato, perplessissimo. E immotivatamente ho sorriso.


UN PEDONE AL QUINTO PIANO

Domenica mattina ore 7.40. Trema tutto. Terrore.
Che faccio? Mi alzo dal letto, il palazzo si muove, oscilla, sembra una nave in un mare non esattamente quieto. Il problema è che è un palazzo, e non una cazzo di nave. Ed io sono al quinto piano.
Raggiungo il salotto e lì mi fermo; penso disordinatamente a cosa sia meglio fare in casi come questi, mentre il cuore martella un ritmo hardcore, e se c’è una musica che disprezzo è proprio l’hardcore. Il mio cervello mi riporta alla mente un imprecisato Qualcuno che disse qualcosa di buono a proposito di rifugiarsi sotto il tavolo, ma l’immagine di me intento a gettarmi sotto il quadrato tavolo del soggiorno mi pare un po’ troppo teatrale, così vi rinuncio rimanendo in piedi, fermo come un semaforo, in attesa che il peggio passi.

Seguendo il manuale del perfetto idiota. Un pedone sdraiato sulle strisce.

All’esterno gente in panico che si fionda giu per le scale, in strada.. allarmi che suonano nel quartiere. La mia reazione invece è stata quella. Un mix di impreparazione, disorganizzazione e pigrizia.
Scarso coi terremoti.

Anche perchè mica ero all’esordio coi nefasti eventi sismici. Anni fa a Modena è stato anche più violento, non per questioni di magnitudo bensì di vicinanza all’epicentro. Erano circa le 9.20 ero a letto, al primo piano e la casa ha cominciato a spostarsi brutalmente in contrastanti direzioni contemporaneamente, sembrava potersi spezzare da un momento all’altro.
Il cuore – allora come ora – produceva lo sgradito ritmo hardcore ed io cosa ho fatto per garantirmi la sopravvivenza in caso di dramma? Niente. Seduto sul letto, pietrificato come un fossile. Ricordo solo tanta paura e un poco epico ripetere “oooh, basta, oooh !!!”
Quante vite umane avrà salvato un “oooh basta oooh” a fronte di un terremoto? Secondo i miei calcoli una; la mia. Mi piace pensare che sia stato risolutivo. Sapendo di mentire.
Il mio istinto di sopravvivenza in pratica totalmente affidato al fato. Mmm, mi sembra un po’ poco.

Il problema è che sono scarso anche in altri campi di primaria importanza dell’esistenza quali primo soccorso, incendi, tsunami, sequestri di persona, febbre oltre i trentasetteedue e risiko. Per il resto vado abbastanza bene.

La prossima volta che accadrà, se mai più accadrà, dovrò mostrare miglioramenti. Più prontezza. Più tempestività. Scelte più rapide e decise. Devo fare il salto di qualità.
Un nipponico che ho sentito parlare nei giorni post sisma sostiene che sia prioritario aprire la porta di casa, perché in caso di storture della muratura potrebbe bloccarsi la porta e tu rimanere intrappolato in una casa pericolante.. It makes sense. Una volta aperta la porta dunque, mi catapulterò sotto il tavolo restandoci fino a ondulamenti in corso, procedura corretta confermata anch’essa dal suddetto giapponese.
E se c’è una cosa che ho imparato in anni di scuole, libri, calcio, religione, finanza e architettura è che i giapponesi vanno sempre ascoltati.


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