CRYING @ THE (Masnago) DISCOTEQUE

“Ma stai piangendo?” – mi ha chiesto, interrogativa, la mia ragazza. “Non essere ridicola” – le avrei voluto rispondere, mostrandomi ai suoi occhi rassicurante e maschio come Jason Statham. Ma siccome io e J.S. in comune abbiamo soltanto la calvizie, l’ho abbracciata e nascondendo il mio volto lacrimoso tra i suoi capelli, le ho risposto con uno stonato: “SiiIIIi, NOn IMMAginAVo TUtTo quESTOoO..” non riuscendo a controllare bene il volume della voce come accade quando si cerca di trattenere forzosamente il pianto. Perchè in questo mondo pare che mostrarsi vulnerabile non stia mica bene. È un attimo che poi finisci sui social, la tua ragazza ti schifa, gli amici ti emarginano, gli estranei ti bullizzano, la banca ti toglie il Fido, Sky ti porta via il decoder.. Cose così. Sono tempi strani.

Il motivo di tale perdita di dignità non è di facile spiegazione, occorrerebbe un po’ di empatia, cosa che tuttavia dovreste avere “di serie” in quanto esseri umani. Ebbene la causa scatenante è stato il mio ritorno al palazzetto di Varese dopo immemore tempo. Non all’ingresso, ma un po’ più tardi, dopo aver già preso posto. È stato quando una palla rubata dal nostro Thomas Scrubb si è tramutata in un contropiede in campo aperto tra il boato del pubblico diventato un’esplosione quando il biancorosso ha chiuso l’azione con la schiacciata mancina. Eccolo, il preciso istante in cui – inaspettato – è eruttato dentro me un vulcano. Sopite emozioni sono riaffiorate tutte insieme e si sono rovesciate su tutto il comparto sensoriale.. lasciandomi così; in lacrime.
Incontrollate, infantili e inattese lacrime.

Quel contropiede ha schiuso uno scrigno vecchio di ventanni, e il suo contenuto mi ha travolto come l’uragano Sandy fece con New York nel duemiladodici. Idealmente rividi quel sedicenne abbonato che fui, seduto poco più in là, e con lui ricomparire sul parquet gli eroi dello scudetto del 1999: Pozzecco, Meneghin, Mrsic, Galanda, Vescovi, De Pol, Santiago, Zanus Fortes.. e altri comprimari, tra cui l’idolo insensato Marco Van Velsen, che era notoriamente una mezza pippa al sugo, ma era biondo e non soffriva di calvizie. A differenza di me e Jason Statham.

11 Maggio 1999, fu lo scudetto numero dieci: lo scudetto della Stella.

Ricordi freschi, eppur accaduti una vita fa, quegli odori, quel palazzo, un po’ cambiato ma in fondo sempre uguale. Quella stessa passione, spalti sempre colmi a tifare, urlare, cantare come se durante quelle due ore il mondo esterno non esistesse.

È stata una botta di vita pazzesca, un misto di euforia, passione, amore. Ma anche tristezza e nostalgia, alimentate dall’immancabile nichilismo che è parte di me. Quella sensazione di insensatezza di fondo che ha l’esistenza, l’angoscia del tempo che passa e si smarrisce in quel non-luogo che è il passato, che indietro non si torna e si sta a bordo di questo pianeta che ruota intorno a una stella da immemori secoli, da essa attratto ma non inghiottito, a una giusta distanza per non far di noi brace nè ghiaccioli.
Finchè poi a un certo punto, più o meno meritatamente, si muore.

Ma che roba è? Ha un senso tutto questo?
Non serve che lo abbia. È cosi. “Stacce” – direbbero a Roma.

Quindi ecco, capite? Capite quale complessità ci sta dietro a un pianto così spontaneo e inatteso? C’è un pentolone pieno di ingredienti, che tra loro si incontrano, interagiscono. È chimica, complicata fisica quantistica che si imbatte nella logica semplice, è storia, geografia, è geometria che si fonde con la musica, è scienza umanistica. È amore, passione e nostalgia in un unico blocco. Sono ricordi. È un agglomerato miracoloso, esplosivo, non riproducibile da alcuno, non in questa forma.
Siamo simili, ma meravigliosamente differenti, unici.

È stato un pianto bellissimo, che auguro a tutti.

E poi per essere totalmente onesto, sta cosa di io e Jason Statham che in comune abbiamo solo la calvizie.. si è vera, perchè è vera. Però lui sta bene anche calvo. Io mica tanto.

DISORDINE CICLICO

Disordinato nei pensieri, il tempo mi scavalca, resto indietro, accuso il colpo, il cielo si oscura. Lunedi, una metro milanese, mi dileguo dalla folla, lo faccio addentrandomi nelle pagine di un libro di Terzani, che col suo genio intellettuale aggiunge ceppi di interrogativi alla mia foresta di dubbi con l’effetto inatteso di regalarmi quietezza anzichè il suo contrario. “Singolare” – penso.

Poi lo capisco il motivo, con ritardo, perché si, è vero, ci sono oggi troppe cose materiali che distraggono me, te, noi.. ma non in quelle in quanto tali affogano le ansie, di per se nessun fattore esterno confonderebbe una così acuta mente come si fregia d’esser la mia, non sarebbe sufficiente a dominarmi se solo avessi uno stratagemma, se avessi idee limpide, un piano, una direzione. Invece senza quelli, il vento a favore non può soffiare ben diceva il proverbio e si aggrappano alla mente quei pensieri scaleni, si accoppiano dispari, creando una matassa illeggibile, mischiata, confusa, disordine nei pensieri, che il tempo scavalca, e resto indietro, accuso il colpo.. e poi è di nuovo, inevitabilmente, buio.

READ IT, PAGLIACCIO

Scruto la mia stessa specie come ne fossi osservatore esterno, consapevole di farne parte, di esserne in grande percentuale compatibile, riservandomi una qualche unità percentuale di consolante distacco, con cui cerco di avversare la sconsolante deriva spirituale che l’ha contagiata. Sento voci tutto intorno, in autobus, in treno, in metropolitana, in tv, nei giornali, in radio, sul web. Osservo e ascolto, acquisisco e imparo. Mi interesso. Ne riporto una personale rielaborazione, spesso imprecisa per quanto più possibile onesta.

Non mi riconosco nei ritmi insensatamente frenetici del consumismo, eppur ne son attivo ingranaggio, lasciandomi da esso cullare e incantare. Vittima d’una strana forma di sindrome di Stoccolma, dimentico ciclicamente il male che mi infligge, lasciandomi attrarre dalla sua rassicurante estetica. E il dilemma allora si fa ancor più intrigante; riconoscere il misfatto è un segnale confortante? O forse ancor più allarmante rispetto a chi il problema neanche se lo pone?

Apprezzo il mezzo Social Network, il suo potenziale sarebbe travolgente, se non fosse inzuppato di ignoranza e presunzione che ne sconvolgono il senso. Trovo sciocco, a tratti imbarazzante, l’uso ostentato che se ne fa; se non ho niente da dire di interessante, preferisco restare silente. Se non ho niente da mostrare di rilevante, non pubblico selfie, non faccio dirette, non creo storie edulcorate della mia esistenza. Voi che lo fate, chiaritemi, e chiaritevi; chi sarebbe di preciso il vostro pubblico, i followers? A quanti interessano realmente sapere i vostri aggiornamenti sui piatti che mangiate, o quanto vi siete allenati in palestra? Chiedetevi, vi prego, quanti sono i veri Like, quelli cliccati con onesto interesse? Conteranno pure qualcosa, avranno più valore degli altri, non è forse così? La risposta la conosco. No, non lo è. Nella logica bizzarra in cui ci siamo cacciati, ammetto io stesso per primo che, per quanto inconsistenti nella sostanza, il numero di Like e Followers abbia un indubbio effetto nutriente su noi stessi. Essi sfamano, dissetano. Sono in grado di far sentire inclusi, adatti.. o al contrario alienati, incompresi. Di più, oggigiorno sono un vero e proprio Status Sociale, un’unità di misura, per vedere chi piscia più lontano. Non è forse questo un classico caso di grattacielo costruito sul fango? La costruzione della propria coscienza e della conoscenza di sè, non meriterebbe forse fondamenta ancorate a valori più solidi?

Attratto dalle mode del mio tempo, ma pronto a derapare, frenare, riconoscermi slow in un mondo sempre più fast, dove hai tutto a portata di clic, pronto ad essere scansato, dimenticato. Superato.
Troppi contenuti, troppi input, smarrimento di una direzione, e allora vincono gli slogan, vince il 5G, vince il clic, vincono le barrette dietetiche, vince Amazon, tutto e subito, veloce, istantaneo, che non c’è tempo da perdere per passare alla prossima schermata, al prossimo impegno, scollegato dal precedente e dal successivo, chiamare, messaggiare, essere reperibile, efficiente, pronto, rapido.

Ancora una volta, ancora di più, Avere è più importante di Essere. Uniformazione, smarrimento della propria unicità, questo vedo io, malinconicamente.

Credo semplicemente a rapporti più veri, profondi, basati sul rispetto dello scorrere naturale del tempo vitale e non da quello dopato da famelici divoratori di denari, che ti propinano tutto e subito per i propri interessi, nella cui narrazione sostengono siano anche i tuoi. Per questa ragione scelgo un blog, scelgo la scrittura come mezzo di espressione, meno immediata di un’immagine, meno impattante di uno slogan. Più lenta, più vera. Arriva soltanto a chi ha vero interesse, a chi crede che in queste righe possa esistere sempre qualche spunto di riflessione, o una costruzione del pensiero interessante, un’ironia di fondo per cui valga la pena essere arrivati fino qui, lentamente, in fondo al pezzo. Perché “..di essere attraente circondato da idioti, non me ne frega niente” (Zen CircusViva)

VISIONI METROPOLITANE

Una bottiglia di cedrata da 1,5 litri, marchiata Auchan tra le mani. Immerso nei miei pensieri tutt’altro che interessanti sposto lo sguardo dalla bottiglia verso l’alto e incrocio il suo sguardo..

La metropolitana è un posto a tratti interessante, a tratti insignificante.. e mai banale. È un ascensore orizzontale. È un corridoio dal quale ogni minuto e mezzo scendono e salgono persone che freneticamente se ne servono senza quasi mai interagire, senza salutarsi, senza interessarsi. Silenti e con gli occhi dentro agli smartphone si eremitano nei propri angoli di mondo; soli, in mezzo a tanta gente.

Il mio sguardo, dicevo, incontra il suo. Un mezzo ghigno enigmatico sul suo volto di ragazzino qualunque, bruttino a dire il vero, vestito di una tuta sgualcita, un tantino troppo corta che lascia intravedere un deprimente calzino di spugna bianco tra pantalone nero e scarpa ginnica blu visibilmente abbondante di un paio di numeri. Lo accompagna una signora piuttosto ben tenuta, accattivante direi, troppo vecchia per essere la madre ma troppo giovane per essere la nonna, e troppo poco zia per essere una zia. La fierezza dell’enigmatico ghigno permane anche mentre svita il tappo della sua cedrata Auchan e ne trangugia alcuni sorsi pieni come fossimo nel mezzo di una torrida estate. Invece è dicembre. E fa un freddo becco. E sono le 11 di mattina.

Perplesso torno alle mie faccende.. sblocco lo smartphone, apro le note e inizio a scrivere: “Una bottiglia di cedrata da 1,5 litri, marchiata Auchan tra le mani..”
.. mentre la metro prosegue la sua corsa verso est, una fermata dopo l’altra. Ed io mi scopro improvvisamente uguale a tutti; silente, con gli occhi dentro allo smartphone, eremitato nel mio angolo di mondo. Solo, in mezzo a tanta gente.
La maggior parte della quale, ma non tutta, senza cedrata.

DEV’ESSERE SOLO UNA QUALCHE COINCIDENZA

L’anno scorso successe qualcosa che doveva essere solo una qualche coincidenza.

Era il Novembre 2017, era l’8 e il calendario vedeva la mia squadra impegnata a Fano. Non una data banale per la mia famiglia. È la data di nascita della mia cugina Carolina, come me classe ’83, un angelo che a 8 anni ha lasciato questa fragile esistenza. Inutile dire che il dramma abbia avuto un impatto distruttivo su tutti, non di meno su un bimbo della stessa età, suo compagno di giochi. La coincidenza volle che in quella partita io che non sono un assiduo realizzatore di reti, feci goal. I miei pensieri in quell’istante furono indirizzati immediatamente a lei “È per te.. sei stata tu Carol” – indicai il cielo.. e mi commossi.
La mia cruda e irremovibile razionalità subì una gran spallata quel giorno; Possibile che fosse un caso? Si.. certo che è possibile. Probabile direi. Una bella casualità però. Una coincidenza non banale. Magica.

Sarà così. Dev’essere così. Però poi.. 

Poi l’Aprile successivo, successe che il nostro ricercare un Casolare tra Romagna e Marche, ci condusse in quella che a settimane diverrà la nostra nuova casa e col tempo la nostra nuova attività. Dove? A Fano. A venti minuti da lì. Curioso, slegato emotivamente ma credetemi per me di già rilevante. Simpaticamente rilevante. Chiaramente una coincidenza che riporto giusto per la cronaca. Va bene.

Basta, tutto qui.. volevo solo raccontarvelo.

Ah no aspetta..

Ottobre 2018, questa settimana eccoci a Fano. Nel fare colazione la mattina del match ripenso all’anno scorso, a quel temporale di emozioni e penso che quest’anno però non è Novembre. È Ottobre. Ottobre. Già, Ottobre. Ottobre?Guardo il telefono e.. ecco, ho letto 14 ottobre. Un lampo, e poi un brivido ha percorso la mia colonna vertebrale, di nuovo un temporale dentro me: 14 ottobre, compleanno dello Zio Lucio, papà di Carol, amato Zio anch’egli andatosene prematuramente qualche anno fa.
Altra coincidenza? Si.. probabilmente si. Iniziano a essere tantine.

Vorrei credere che siano dei messaggi, che loro ci sono, da qualche parte nell’universo.. e abbiano mandato uno squillo. Un “Ciao”

Dev’essere solo una qualche coincidenza?
Dev’essere solo una qualche coincidenza.

Però..

Happy Birthday to Me

Ho trentacinque anni, oggi, 12 agosto. O come amo chiamarlo io, 43 luglio. Trentacinque come gli anni di Cristo dopo due anni che sedeva alla destra del padre. Fermo. Alla destra. Ad oggi sono 1985 anni che è sigillato lì. Discutibile.

Tutto iniziò con gli zero anni nel 1983; nessuno allora mi fece gli auguri. Immagino si complimentassero coi miei genitori, come è giusto che fosse e come sarebbe giusto che fosse tuttora – io sostengo – ad ogni anniversario. Invece poi, anno dopo anno, quel giorno agostiano, è divenuto fonte di interesse per tutte le mie conoscenze che sgomitano per dirmi Auguri, buon compleanno! “Grazie grazie” – rispondo io. Grazie del pensiero. Meriti non ne sento, ma grazie. Il merito è sempre stato dei miei. Mai come ora mi è chiaro: devo assolutamente fare un regalo ai miei per il mio compleanno d’ora in poi, avrebbe molto più senso del contrario se ci pensi bene.

Il mio amico Afi come di consueto è stato il primo a farmi gli auguri, con le consuete 24 ore di anticipo. Ogni anno, in onesta buonafede, sbaglia di un giorno. È semplicemente meraviglioso. I suoi ho imparato a prenderli come un plauso finale all’anno che va terminando, che anche questo avrebbe più senso. “Bravo per i tuoi 34 anni Dane, hai fatto un ottimo lavoro”.

Buon compleanno a me dunque, e che questi anni trentacinque siano lo slancio del mio secondo tempo, reinventarsi dopo un primo tempo vincente, ripartire dalla base e piano piano risalire, in cerca di nuovi interessi, nuovi ruoli, nuove vittorie.. lo sport che mi ha coccolato fino qui è destinato presto a lasciar spazio ad altro, un casale in collina magari, no? Lo dicono tutti che sarebbe bello andare a vivere in collina, e poi nessuno lo fa. E invece io, noi, lo stiamo rendendo reale. Una nuova realtà da plasmare, da adibire a nuova vita, nelle colline delle Marche in mezzo al niente, solo colline, campi, un orto, un B&B con angolo Bike Hotel e altre seicento idee che poi vediamo come metterle in pratica.. vi faccio sapere, giuro.

Un progetto pieno di incognite, pieno di dubbi, che ti pone mille perplessità accostate a mille motivi e mille motivazioni.. una visione.

Che siano questi anni trentacinque una solida base per costruire tutto questo.

Cambiare tutto perché tutto resti uguale.

Andrà bene? Andrà male?

Questo ora, credetemi, è totalmente irrilevante. Ciak, si gira.

Tanti auguri a me.

SWEET HOME ALABAMA


C’è lui in mezzo a noi; il folle. Salta ed esulta come fosse il Tardelli di Spagna ’82. Che a ben vedere poi se ci pensi bene, forse, lui è.. l’unico normale. È questo il punto: io, tu, loro.. dentro siamo quell’uomo. Lui ha solo l’onestà, il coraggio, l’infantile spontaneità di esternare le emozioni che sta provando, live, senza paura di giudizi, soltanto vivere il momento, senza freni, senza filtri. Lì ed ora.

Si ok d’accordo, poi da un momento all’altro potrebbe vomitare le otto heineken che si è scolato sulla signora lì davanti, ma credetemi, è irrilevante.

Quell’uomo, ci ha dato una lezione oggi. Quell’uomo ci ha insegnato qualcosa.

Adoro quell’uomo. Date un’altra heineken a quell’uomo. Offro io.

FUI FURFANTE, ANCHE

Accadde un giorno lontano da questo, non saprei dire con esattezza quando, ma di certo la mia intera esistenza non raggiungeva il decennio. Un essere umano basso insomma.
Erano tempi in cui il mio paese di diecimila teste era l’intero mondo. I rioni non adiacenti al mio erano zone lontane, inesplorate, in qualche modo sinistre, mancine. E io sono destro. Abitavo nel Rione Centro, di fronte alla Chiesa di San Giovanni Battista, a due passi dall’oratorio San Giovanni Bosco. C’era un altro oratorio in paese, San Paolo, i rivali, odiosi bulli di periferia, avevano persino un altro accento, altri tormentoni, un nonsochè di borghese, diversi da noi di Downtown. Tutto questo a tre km di distanza.

Bizzarre percezioni infantili.

Erano anni in cui un ghiacciolo costava Lire 400, una partita a calcetto Lire 200 e le Notti Magiche inseguendo un gol erano un fresco ricordo.
Gli stessi tempi in cui un dì andando a scuola a piedi, a metà strada mi accorsi di indossare i pantaloni del pigiama. Sbadato.
Era l’epoca del Commodore 64, ma soprattutto del Sega Master System 2, la Playstation del tempo, che io ebbi soltanto quando ormai nei negozi usciva il gioiello della scienza e della tecnica, il definitivo e insuperabile (bizzarre percezioni infantili, ancora loro) Sega Mega Drive 16 bit. Fino ad allora ci giocavo accanitamente a casa delle mie amicizie, che erano i bimbi del vicinato nonchè miei compagni di scuola, Roberto e Luca. In tutta onestà sto Luca a me non stava mica simpatico, non amava neanche giocare a calcio, a differenza di Roberto, che benchè interista, condivideva con me la passione del pallone.
Le priorità della vita in quell’età erano poche e semplici. Giocare a calcio, figurine, videogiochi, giocare a calcio dopo la scuola, fare catechismo, giocare a calcio dopo catechismo, poi giocare a calcio prima di andare ad allenamento. Di calcio.

Accadde un giorno dicevo, e fu qualcosa che mi prese dritto in faccia, come fossi pallina di baseball lanciata verso battitore infallibile. Fuoricampo.

Quel presunto amico, Luca, frequentava la compagnia del fratello maggiore, loschi figuri dai quali aveva imparato l’arte del rubacchiare cose, innocenti cose, caramelle, figurine, oggetti da cartoleria.. ricordo dentro me iniziale disagio, ma i colpi gli riuscivano e sembrava facile, e lui sembrava felice, possedeva cose, e possedere cose è la più grande illusione di felicità per l’uomo, figuriamoci per il bambino.
Tra le sue conquiste spiccavano gli ambìti Kombattini (il web ha saputo ridare un nome che avevo smarrito nei caveau della mente) una sorta di moderni soldatini stra pubblicizzati tra un “Mila e Shiro” e un “Holly e Benji” su Italia Uno, dannatamente invitanti ma troppo costosi per piccoli fiammiferai come noi. Iniziai allora anche io a provare l’insana arte, riuscendo dapprima a ottenere un braccialetto di quelli a stecca che se sbattevi sul polso si arrotavano attorno ad esso.. e poi proprio uno di quei soldatini da collezione.
Kombattini. “Eroi Baldi dai Nervi Saldi” – recitava lo slogan.
Slogan francamente sconsolante.

Ma qualcosa andò storto quella volta.

La cartoleria sotto casa era gestita dai nostri vicini, una famiglia del primo piano, con cui i rapporti erano ottimi. Bisognava proprio non avere sale in zucca per anche solo pensare di far loro un torto ed io, evidentemente, ero insipido.
Privo del sale necessario, svolsi il mio furto con chirurgica precisione. Accadde una domenica mattina, il negozio brulicava di persone, dopo la messa. Io e Luca entrammo ad ammirare i nostri aggeggi ed io colsi l’occasione, la quale, come noto, rende l’uomo ladro. Eludendo abilmente i controlli della indaffarata moglie, e allo scuro dello stesso Luca, mi garantii un Kombattino; gesto rapido, articolo morbidamente celato sotto la felpa, un ultimo sguardo innocente ad altri articoli e via. Era fatta. Col cuore che pompava adrenalina, non appena usciti estrassi il mio trofeo mostrandolo a quel bulletto di Luca, con un certo orgoglio. Ricordo il suo stupore. E un istante dopo ricordo il mio stupore.
Stupore di quando dall’interno della vetrina che era intento a sistemare, il marito – il mitico Edo della cartoleria – bussava al vetro richiamando la mia attenzione. Un’espressione di severa amarezza vestiva il suo viso, mentre scuoteva la testa e comunicava un “No furfante, non questa volta..” con un eloquente gesto della mano.

Freddato. Salivazione azzerata. Fermo immagine. Gambe molli.

Fu quello il momento più umiliante della mia neanche decennale esistenza.
Più ancora dei trecento metri in pigiama verso la scuola.
E più ancora di quando all’asilo io e il mio amico di sempre Alessio dopo aver fatto i cattivi bambini – come era prassi del tempo – siamo stati esposti in mezzo alla mensa coi pantaloni abbassati. Derisi, da tutti. Tutti. E nel mio annebbiato ricordo, c’erano almeno trentasettemila bimbi in quella mensa, quel dì.

Il mitico Edo della cartoleria uscì, era più Serio del fiume che passa per Orio – “Ora vieni che lo dico ai tuoi genitori“.. Quel Luca, codardo, sparì all’istante, lasciandomi lì, unico colpevole. E lo ero.
Ricordo che utilizzai una scusa di imbarazzanti contenuti, di cui non vado fiero, qualcosa di molto simile a: “No ma.. l’ho preso solo un attimo..

Mio Dio, qual imbarazzo, quale caduta di stile
per un sedicente fine pensatore come me.

Ma la realtà è che ormai ero un Pedone circondato da Alfieri e Regine, Cernobyl il giorno del disastro, un soldato semplice armato di secchiello e paletta, abbandonato davanti al plotone nemico, in un sabbioso deserto. Insalvabile. Giunto al punto di non ritorno.
Buttarmi di testa contro lo spigolo del marciapiede è l’unica scappatoia sensata che sono riuscito a trovare negli anni a venire.
Se solo ci avessi pensato in tempo, chissà, forse..

Nei miei discutibili ricordi lo scenario di quegli istanti era questo: Edo in piedi, altissimo, muscolosissimo, con una spada dietro la schiena, come He-Man. Io, lì dinnanzi a lui, bassissimo, mestamente in piedi, col capo chino.. e mentre sto riconsegnando la refurtiva mi cedono i pantaloni (del pigiama). E a un certo punto se non sbaglio mi dev’essere anche caduto per terra il pene.

Ero un giovane basso uomo senza più dignità.

Il giorno stesso e quelli seguenti furono nefasti, ricordo di aver utilizzato la poco edificante scusa anche con i miei, prima di accantonarla per sempre. Ricordo scuse ufficiali ai vicini, ricordo lunghi castighi, ricordo di aver detestato i Kombattini.
Ero candidamente pentito, ma quella stretta allo stomaco sembrava non volersene andare mai via. Io, di natura docile ed educato, conobbi in quel modo traumatico cosa fosse il rimorso, il pentimento, il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. Se è vero che come dicono finchè non ci sbatti il naso non capisci, ecco io lì idealmente scelsi di bloccare col naso un destro di Tyson.

… e poi gli anni passano.

Da qualche mese il grande Edo della cartoleria non c’è più, la cartoleria è ancora lì, passata in gestione ad altri paesani, sotto la casa che fu mia e ora non più, in quel mondo che un tempo era il centro di tutto, e che ora è un semplice angolino nascosto, che racchiude storie nascoste, come questa, che mi ero promesso di tenere seppellita nel mio orticello di vergogna e che invece a distanza di una vita, amo ricordare come la piu grande, madornale, disdicevole, turpe, ignobile puttanata, che mi ha rovinato l’esistenza per alcuni semestri ma che, una volta superata, e una volta raccolto di nuovo il pene, ha avuto un ruolo fondamentale nell’indirizzare la mia esistenza verso i virtuosi binari dell’onestà, del rispetto, della correttezza, rendendomi la persona integra che posso dire di essere oggi.

A parte un paio di volte che in autogrill ho pagato un’acqua da 50 cl, e nel frigo ho preso quella da 0,75. Però è questione di principio, di dare il giusto valore delle cose. No? Un euro e venti centesimi ripagano ampiamente tre quarti di litro d’acqua. No? No?

O quella volta a Nizza, aperitivo in un baretto quattro cocktail venivano euro quarantotto.. ne abbiamo lasciati trenta e siamo andati via. Non è rubare, è piu che altro scegliere di non essere derubati. No? No?

O ancora quel giorno che.. no questo non ve lo racconto. Magari fra trentanni si, ma ora no.

Non biasimatemi.

ASSIEME SI EVINCE

Sono solo pensieri evasi, frasi, qualcosa di cui parlare, che par ilare, che lo leggi e stai bene, apre la mente, lamenta lamenti la mente – molto spesso, come un muro portante, muro importante per la propria casa, per la propria proprietà privata, per la propria età privata, privata dal tempo che si accatasta su se stesso, su sè steso, disteso lungo la time line dell’esistenza, appesi a un filo come d’autunno sugli alberi le foglie, follíe, un filo pronto a spezzarsi, precarietà di cui preoccuparsi in precaria età, e quelle promesse d’amore, che promettono cuore, premettendo dolore, donando in pegno l’impegno, promesse oneste ma grosse, che son grosse e oneste ma pur sempre promesse, basate sulla poca conoscenza, materia che sfugge alla tradizionale scienza, quell’umano intelletto e le sue grotte, in cui si annidano trame rotte, assenze di logiche cause/effetto che spiazzano, confondono, ti fondono, ti fan dono di ignoto, ti illudono che esista un disegno, di positivo segno, un destino che a te è riservato, già scritto su presunti fogli di nebbia, fumo, polvere, cenere e sabbia.

È soltanto illusione, di realtà elusione, di concetto allusione. Siamo soli, splendenti soli, solitari soli, ognun con la propria galassia interiore, tutto il resto è proiezione, che proietta all’azione, da una direzione ma non garantisce alla realtà adesione. Ognun per sè, monoposto, ma in pista con chi scegliamo, con chi amiamo, perché solo insieme si evince, che solo insieme si vince.

SOCIAL NETWORK

Tutto mutò col loro avvento, sottovalutammo la potenza del mezzo, ci rendemmo conto della sua influenza quando ormai il virus aveva infettato le nostre teste. Acconsentimmo l’utilizzo dei cookies, biscottini virtuali coi quali sfruttano noi per arricchir se stessi. Ci sentimmo liberi: liberi di scegliere, di esprimerci, di urlar noi stessi al mondo, senza peraltro che il mondo lo richiedesse. Una vetrina in cui espor se stessi, rigorosamente il solo meglio, che il peggio lo nascondiam sotto il tappeto, esteti, come il nostro tempo insegna.

Dai al popolo la libertà di esprimersi
e la confonderà con il dovere di farlo

Ma qual imbarazzo provo, oh utenti, a mirar le vite di voi ch’io nel real conosco, narrate attraverso il mezzo social, quanta maschera, quanto mascara, per edulcorar vite tranquille e dignitose elevate a sublimi, mirate a mostrar esistenze festose e ridanciane, che nel vero lontane son da quelle.

Necessitate forse di farvi schiacciare una costellazione di Like? Vi disseta questo? Ch’io poi son critico e attento a far uso giudizioso del mezzo, eppur a voi egual talvolta e non lo nego, nossignori, non nego di provar soddisfazione ad aver riscontro di un mio dire ironico, creativo, fotografico o vaghissimo che sia.

Da cosa nasce cotanto necessitar, mi interrogo. Bisogno di consenso? Di simbolico sostegno forse? Per sentir se stessi parte attiva d’un globo che uragana su se stesso, sospinto da venti tecnologici repentini assai troppo, che confondono e distolgono dall’umana vera esigenza, dalla vera essenza che dal principio dei tempi – quella no – non è mutata. Manipolatori sleali che spostano i cartelli verso sentieri inesatti, vicoli ciechi ove possano poi borseggiarti lontani da indescreti sguardi.
Non mi è chiaro come evitar di viver nell’insistito errore, così come non è claro questo mio italiano arcaico che talvolta mi vien da scomodar, che in fondo necessita di ometter qualche final vocale e il gioco è bell’e fatto.

Non è chiaro, andavo dicendo, ma la direzione è codesta ritengo; più possibil rivolta al pensier autonomo, conscio di viver – social – tra la gente, influenzato da essa, attratto come pianeta orbitante, che in circolo rotea attorno alla magna massa senza esser da essa inglobato, alla maniera del satellite lunar che così da millenni con la Terra interagisce.

Attratto. Ma non risucchiato.