LA VITA È

Il 18 Luglio è data nefasta. Sono oggi Ventisette anni da quel giorno terribile, e oggi come allora mi chiedo quale senso abbia avuto ciò che accadde. Eppur la verità a cui sono giunto, è che voler trovare un senso all’esistenza significa affrontare la questione da una prospettiva profondamente sbagliata. La Vità è già di per sè un Senso. La vita non ha, ma è. Ausiliari simili eppur differenti. La fragilità dei nostri corpi, che il tempo dapprima cresce e rinforza, e poi deteriora e distrugge. La discrepanza tra corpo e mente, che quando quest’ultima raggiunge una coscienza rassicurante, il primo è ormai non più prestante per esprimere tutte le potenzialità che avrebbe invece potuto esplodere in passato. Una specie di condanna quella della mente, ostaggio di un corpo che non necessariamente la rappresenta, intrappolata in limiti fisici, estetici a volte, che non la fanno emergere appieno. A cui aggiungere le leggi chimiche e fisiche di questo pianeta, che come Ventisette anni fa, per futili motivi possono annientare una giovane vita. Mi perdo in queste pieghe, pensieri ondivaghi che hanno un capo ma non una coda, mi perdo mentre i miei giorni scorrono, ora particolarmente ricchi di stimoli, novità, incognite belle e meno belle, questioni esistenziali forti, necessità via via sempre più vitali, futuro non più così anteriore da onorare con scelte forti e coraggiose, scelte che cambieranno tutto e in fondo.. niente. Che in fondo basta vivere togliendosi un po’ di lucchetti, vivere come meglio viene, condividendo, con le braccia spalancate e un sorriso fiero rivolto al cielo. Anche quando piove. Consapevoli che se piove prima o poi tornerà il sole. E se c’è il sole, prima o poi tornerà la pioggia. Usando il senno.. ma coscienti che tanto la vita è già un senso. È già tutto qui.

A Carol.

Happy Birthday to Me

Ho trentacinque anni, oggi, 12 agosto. O come amo chiamarlo io, 43 luglio. Trentacinque come gli anni di Cristo dopo due anni che sedeva alla destra del padre. Fermo. Alla destra. Ad oggi sono 1985 anni che è sigillato lì. Discutibile.

Tutto iniziò con gli zero anni nel 1983; nessuno allora mi fece gli auguri. Immagino si complimentassero coi miei genitori, come è giusto che fosse e come sarebbe giusto che fosse tuttora – io sostengo – ad ogni anniversario. Invece poi, anno dopo anno, quel giorno agostiano, è divenuto fonte di interesse per tutte le mie conoscenze che sgomitano per dirmi Auguri, buon compleanno! “Grazie grazie” – rispondo io. Grazie del pensiero. Meriti non ne sento, ma grazie. Il merito è sempre stato dei miei. Mai come ora mi è chiaro: devo assolutamente fare un regalo ai miei per il mio compleanno d’ora in poi, avrebbe molto più senso del contrario se ci pensi bene.

Il mio amico Afi come di consueto è stato il primo a farmi gli auguri, con le consuete 24 ore di anticipo. Ogni anno, in onesta buonafede, sbaglia di un giorno. È semplicemente meraviglioso. I suoi ho imparato a prenderli come un plauso finale all’anno che va terminando, che anche questo avrebbe più senso. “Bravo per i tuoi 34 anni Dane, hai fatto un ottimo lavoro”.

Buon compleanno a me dunque, e che questi anni trentacinque siano lo slancio del mio secondo tempo, reinventarsi dopo un primo tempo vincente, ripartire dalla base e piano piano risalire, in cerca di nuovi interessi, nuovi ruoli, nuove vittorie.. lo sport che mi ha coccolato fino qui è destinato presto a lasciar spazio ad altro, un casale in collina magari, no? Lo dicono tutti che sarebbe bello andare a vivere in collina, e poi nessuno lo fa. E invece io, noi, lo stiamo rendendo reale. Una nuova realtà da plasmare, da adibire a nuova vita, nelle colline delle Marche in mezzo al niente, solo colline, campi, un orto, un B&B con angolo Bike Hotel e altre seicento idee che poi vediamo come metterle in pratica.. vi faccio sapere, giuro.

Un progetto pieno di incognite, pieno di dubbi, che ti pone mille perplessità accostate a mille motivi e mille motivazioni.. una visione.

Che siano questi anni trentacinque una solida base per costruire tutto questo.

Cambiare tutto perché tutto resti uguale.

Andrà bene? Andrà male?

Questo ora, credetemi, è totalmente irrilevante. Ciak, si gira.

Tanti auguri a me.

FUI FURFANTE, ANCHE

Accadde un giorno lontano da questo, non saprei dire con esattezza quando, ma di certo la mia intera esistenza non raggiungeva il decennio. Un essere umano basso insomma.
Erano tempi in cui il mio paese di diecimila teste era l’intero mondo. I rioni non adiacenti al mio erano zone lontane, inesplorate, in qualche modo sinistre, mancine. E io sono destro. Abitavo nel Rione Centro, di fronte alla Chiesa di San Giovanni Battista, a due passi dall’oratorio San Giovanni Bosco. C’era un altro oratorio in paese, San Paolo, i rivali, odiosi bulli di periferia, avevano persino un altro accento, altri tormentoni, un nonsochè di borghese, diversi da noi di Downtown. Tutto questo a tre km di distanza.

Bizzarre percezioni infantili.

Erano anni in cui un ghiacciolo costava Lire 400, una partita a calcetto Lire 200 e le Notti Magiche inseguendo un gol erano un fresco ricordo.
Gli stessi tempi in cui un dì andando a scuola a piedi, a metà strada mi accorsi di indossare i pantaloni del pigiama. Sbadato.
Era l’epoca del Commodore 64, ma soprattutto del Sega Master System 2, la Playstation del tempo, che io ebbi soltanto quando ormai nei negozi usciva il gioiello della scienza e della tecnica, il definitivo e insuperabile (bizzarre percezioni infantili, ancora loro) Sega Mega Drive 16 bit. Fino ad allora ci giocavo accanitamente a casa delle mie amicizie, che erano i bimbi del vicinato nonchè miei compagni di scuola, Roberto e Luca. In tutta onestà sto Luca a me non stava mica simpatico, non amava neanche giocare a calcio, a differenza di Roberto, che benchè interista, condivideva con me la passione del pallone.
Le priorità della vita in quell’età erano poche e semplici. Giocare a calcio, figurine, videogiochi, giocare a calcio dopo la scuola, fare catechismo, giocare a calcio dopo catechismo, poi giocare a calcio prima di andare ad allenamento. Di calcio.

Accadde un giorno dicevo, e fu qualcosa che mi prese dritto in faccia, come fossi pallina di baseball lanciata verso battitore infallibile. Fuoricampo.

Quel presunto amico, Luca, frequentava la compagnia del fratello maggiore, loschi figuri dai quali aveva imparato l’arte del rubacchiare cose, innocenti cose, caramelle, figurine, oggetti da cartoleria.. ricordo dentro me iniziale disagio, ma i colpi gli riuscivano e sembrava facile, e lui sembrava felice, possedeva cose, e possedere cose è la più grande illusione di felicità per l’uomo, figuriamoci per il bambino.
Tra le sue conquiste spiccavano gli ambìti Kombattini (il web ha saputo ridare un nome che avevo smarrito nei caveau della mente) una sorta di moderni soldatini stra pubblicizzati tra un “Mila e Shiro” e un “Holly e Benji” su Italia Uno, dannatamente invitanti ma troppo costosi per piccoli fiammiferai come noi. Iniziai allora anche io a provare l’insana arte, riuscendo dapprima a ottenere un braccialetto di quelli a stecca che se sbattevi sul polso si arrotavano attorno ad esso.. e poi proprio uno di quei soldatini da collezione.
Kombattini. “Eroi Baldi dai Nervi Saldi” – recitava lo slogan.
Slogan francamente sconsolante.

Ma qualcosa andò storto quella volta.

La cartoleria sotto casa era gestita dai nostri vicini, una famiglia del primo piano, con cui i rapporti erano ottimi. Bisognava proprio non avere sale in zucca per anche solo pensare di far loro un torto ed io, evidentemente, ero insipido.
Privo del sale necessario, svolsi il mio furto con chirurgica precisione. Accadde una domenica mattina, il negozio brulicava di persone, dopo la messa. Io e Luca entrammo ad ammirare i nostri aggeggi ed io colsi l’occasione, la quale, come noto, rende l’uomo ladro. Eludendo abilmente i controlli della indaffarata moglie, e allo scuro dello stesso Luca, mi garantii un Kombattino; gesto rapido, articolo morbidamente celato sotto la felpa, un ultimo sguardo innocente ad altri articoli e via. Era fatta. Col cuore che pompava adrenalina, non appena usciti estrassi il mio trofeo mostrandolo a quel bulletto di Luca, con un certo orgoglio. Ricordo il suo stupore. E un istante dopo ricordo il mio stupore.
Stupore di quando dall’interno della vetrina che era intento a sistemare, il marito – il mitico Edo della cartoleria – bussava al vetro richiamando la mia attenzione. Un’espressione di severa amarezza vestiva il suo viso, mentre scuoteva la testa e comunicava un “No furfante, non questa volta..” con un eloquente gesto della mano.

Freddato. Salivazione azzerata. Fermo immagine. Gambe molli.

Fu quello il momento più umiliante della mia neanche decennale esistenza.
Più ancora dei trecento metri in pigiama verso la scuola.
E più ancora di quando all’asilo io e il mio amico di sempre Alessio dopo aver fatto i cattivi bambini – come era prassi del tempo – siamo stati esposti in mezzo alla mensa coi pantaloni abbassati. Derisi, da tutti. Tutti. E nel mio annebbiato ricordo, c’erano almeno trentasettemila bimbi in quella mensa, quel dì.

Il mitico Edo della cartoleria uscì, era più Serio del fiume che passa per Orio – “Ora vieni che lo dico ai tuoi genitori“.. Quel Luca, codardo, sparì all’istante, lasciandomi lì, unico colpevole. E lo ero.
Ricordo che utilizzai una scusa di imbarazzanti contenuti, di cui non vado fiero, qualcosa di molto simile a: “No ma.. l’ho preso solo un attimo..

Mio Dio, qual imbarazzo, quale caduta di stile
per un sedicente fine pensatore come me.

Ma la realtà è che ormai ero un Pedone circondato da Alfieri e Regine, Cernobyl il giorno del disastro, un soldato semplice armato di secchiello e paletta, abbandonato davanti al plotone nemico, in un sabbioso deserto. Insalvabile. Giunto al punto di non ritorno.
Buttarmi di testa contro lo spigolo del marciapiede è l’unica scappatoia sensata che sono riuscito a trovare negli anni a venire.
Se solo ci avessi pensato in tempo, chissà, forse..

Nei miei discutibili ricordi lo scenario di quegli istanti era questo: Edo in piedi, altissimo, muscolosissimo, con una spada dietro la schiena, come He-Man. Io, lì dinnanzi a lui, bassissimo, mestamente in piedi, col capo chino.. e mentre sto riconsegnando la refurtiva mi cedono i pantaloni (del pigiama). E a un certo punto se non sbaglio mi dev’essere anche caduto per terra il pene.

Ero un giovane basso uomo senza più dignità.

Il giorno stesso e quelli seguenti furono nefasti, ricordo di aver utilizzato la poco edificante scusa anche con i miei, prima di accantonarla per sempre. Ricordo scuse ufficiali ai vicini, ricordo lunghi castighi, ricordo di aver detestato i Kombattini.
Ero candidamente pentito, ma quella stretta allo stomaco sembrava non volersene andare mai via. Io, di natura docile ed educato, conobbi in quel modo traumatico cosa fosse il rimorso, il pentimento, il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. Se è vero che come dicono finchè non ci sbatti il naso non capisci, ecco io lì idealmente scelsi di bloccare col naso un destro di Tyson.

… e poi gli anni passano.

Da qualche mese il grande Edo della cartoleria non c’è più, la cartoleria è ancora lì, passata in gestione ad altri paesani, sotto la casa che fu mia e ora non più, in quel mondo che un tempo era il centro di tutto, e che ora è un semplice angolino nascosto, che racchiude storie nascoste, come questa, che mi ero promesso di tenere seppellita nel mio orticello di vergogna e che invece a distanza di una vita, amo ricordare come la piu grande, madornale, disdicevole, turpe, ignobile puttanata, che mi ha rovinato l’esistenza per alcuni semestri ma che, una volta superata, e una volta raccolto di nuovo il pene, ha avuto un ruolo fondamentale nell’indirizzare la mia esistenza verso i virtuosi binari dell’onestà, del rispetto, della correttezza, rendendomi la persona integra che posso dire di essere oggi.

A parte un paio di volte che in autogrill ho pagato un’acqua da 50 cl, e nel frigo ho preso quella da 0,75. Però è questione di principio, di dare il giusto valore delle cose. No? Un euro e venti centesimi ripagano ampiamente tre quarti di litro d’acqua. No? No?

O quella volta a Nizza, aperitivo in un baretto quattro cocktail venivano euro quarantotto.. ne abbiamo lasciati trenta e siamo andati via. Non è rubare, è piu che altro scegliere di non essere derubati. No? No?

O ancora quel giorno che.. no questo non ve lo racconto. Magari fra trentanni si, ma ora no.

Non biasimatemi.

ERO GIÀ UN BAMBINO

Ero piccolo. Ricordo di essere stato in quella località di mare a sette e a dieci anni, non ricordo in quale dei due casi accadde, ma ricordo che accadde. E ricordo che ero piccolo. Già detto. Ero coi miei zii, mio cugino e una zia di mia madre vecchia, che aveva la tendenza a favorire e coccolare sempre il cugino, in quanto più piccolo. Lo notavo, mi sembrava sbagliato, ma lo accettavo.
Avevo un portafoglio, plastica azzurra, un disegno di qualche cartone animato della disney, dico pluto, poco convinto. Avevo sedicimilalire. Dopo giorni di lontananza, i miei sarebbero arrivati, ci avrebbero raggiunto per passare i pochi giorni di vacanza dal lavoro. Ero felice, felice come un bambino. Ed ero un bambino.
Volevo far loro un regalo, forse su consiglio degli zii, questo non lo ricordo. Ma ci tenevo e mi sembrava giusto far loro un pensiero. Al negozio gli articoli non mancavano, e mi ero convinto o mi avevano convinto, ho rimosso, a restare su graziose bottigliette di grappa, che partivano da seimilalire. La più bella di tutte però era quella un po più grossa, vetri colorati e un design nettamente più curato. Visti i soldi contati gli zii caldeggiavano diligentemente quella meno cara, ma io volevo quella bella che, ironia della sorte, costava lire sedicimila, tutti i miei averi. “Se vuoi quella li, devi dare tutti i soldini Dani” – mi disse la zia.
Io ricordo come fosse ieri che ho guardato dentro il portafoglio azzurro con pluto, ho riflettuto – infantilmente immagino – per brevi istanti e ho risposto “Fa niente io voglio quella bella”.
Via tutti i soldi, pluto mi ha guardato, ha scosso la testa e se ne è andato lasciandomi un portafoglio completamente azzurro se non ricordo male. Ma potrei ricordare male.
La gentile commessa ha inscatolato il capolavoro di bottiglia, incassato tutti i miei possedimenti e siamo tornati verso casa. Quanto ero fiero.
All’arrivo dei miei alla pensione, io stavo giocando nel cortile e non appena li vidi, neanche li salutai e corsi su per le scale in camera a prendere il presente con una euforia di portata vulcanica, tornai giù e a pochi passi da loro il fondo della scatola cedette… le mie giovani mani non lo avevano previsto… l’inesperienza si mostrò in tutta la sua crudezza e .. CRASH.. Un cumulo di vetri colorati e grappa sulle beole della pensione. Nelle mie mani solo la vuota scatola. Un secondo di silenzio..
Ricordo immagini appannate e suoni; un “Noooo!” – sincero. Delle risa – ingenerose. E ricordo che il fuoco dell’euforia fu sepolto da una slavina di disperazione. Corsi via, inconsolabile, e piansi.
Come un bambino.

BO e LIUC

DIstrazione

Rientrando a casa sono stato fermato proprio sulla soglia del cancelletto da un bimbo, Ale, che io faccio fatica a dare l’età ai bambini, ma lui avrà avuto cinque anni. Era un cinquenne. Abita nel condominietto di fronte al mio, al piano terra in una di quelle unità abitative con anche un piccolo giardino. Mi ha fermato con una sicurezza di se invidiabile ; “Ehi tu vieni qui un attimo”. Guadagnata la mia attenzione è corso in casa a chiamare il papà che visibilmente imbarazzato da un lato sosteneva il figlio, dall’altro si scusava per l’invadenza della propria creatura. Ale mi ha mostrato un cartello appeso fieramente al suo ingresso di casa recante la scritta “Galleria d’arte, aperto tutti i giorni dalle 16.20” e mi ha guardato con una certa irriverenza pronunciando “Io faccio quadri… e a te posso fare un buon prezzo”..

E la mia mente è volata a quel “IO” piccino quando col cugino Andrea, a Caorle, avevamo allestito un banchetto di conchiglie trovate di prima mattina sul bagnasciuga e fermavamo i passanti per donargli la mercanzia in cambio di poche monete, e per noi quello era un mestiere importante, serio, mica era un gioco! Qualcuno comprava, altri promettevano di ripassare più tardi e noi ci credevamo, non chiudevamo perché la signora aveva detto che ripassava più tardi.. Lo ha detto, se uno lo dice vuol dire che lo fa, pensavamo. Ma il mondo reale lo avremmo scoperto crescendo.

Non sarò come quella signora io, io voglio premiare Ale, che si impegna in qualcosa che per lui ora è la cosa più importante di tutte.

“Caspita che imprenditore, mi hai già convinto” – gli dico – “Ne prendo uno!”
Eccolo festante precipitarsi in casa a prendere un plico di suoi capolavori e subito porgermeli. Ce n’è uno col Generale Lee, la macchina arancione numerata 01 del telefilm Hazzard. “Voglio proprio questa, con Boe e Luke! E siccome mi piace tanto ti do il doppio del prezzo di listino!

Tanta era la gioia che lo abitava mentre metteva il bottino nel salvadanaio..  “Quel ragazzetto ci sa fare” – dico al padre, che sorride mentre lo osserva correre coi pennarelli e foglio in mano verso il tavolo a creare un’altra opera, sulle ali dell’entusiasmo.

Quanto a me.. Beh, i 20 centesimi meglio spesi della settimana. Nonostante gli evidenti errori ortografici? Esatto, nonostante gli evidenti errori ortografici.

Grande Ale.

 

Bo e Liuc