CITARE NIETZSCHE SENZA SAPERNE UN GRANCHÈ

Lo scorrer del tempo offusca le unità di cui son composte le misure, decifrar se stessi e comprender a fondo che il lento sovrapporsi delle stagioni ti ha reso differente, maturo, sin anche vecchio in relazione a certi ambienti, divien di non facil acquisizione.

Non forse i tuoi occhi vedon attorno a lor lo stesso mondo? Non forse ancor continui ad esser quello stesso ragazzo che mestiera da anni in codesto ambiente?

Eppur la realtà ti prende a schiaffi quando citi ai tuoi scudieri quel gran giocatore che fu Rui Costa ed essi ti rispondon ch’eran sin troppo piccini per ben rimembrar le eleganti gesta del portoghese, che lo conoscon certo per la fama, come io di Pelè potrei dire, il chè mi lascia silenziose ferite nel constatar che ventanni quasi son passati dai miei esordi e trentasei son le primavere che mi appresto a festeggiar, e a dir il vero nacqui ad agosto, e allora son estati, le trentasei, e poi da festeggiar c’è ben poco, che nel mestier mio “trentasei” è l’autunno della carriera e il futuro è raggelante, spoglio; inverno.

È un proseguir continuo, una lenta evoluzione del proprio io che va silenziosamente aggiornandosi, stillicidio di gocce accatastate l’una sull’altra entro quel vaso che come da copione la goccia di troppo a un tratto fa traboccar e crear un fottuto sconquasso tutto intorno.

Sai che arriverà quel nefasto dì, quella goccia, dannazione se lo sai, ma poi nebbiosamente il pensier s’accantona, ridotto a icona, sommerso come sei dal quotidiano vivere.

Subentra l’umana propensione a difender se stessa da scenari infausti, quel senso di ineluttabilità che sfugge alla razional ragione, il cui manifesto è ben espresso dal secolar interrogativo su quale sia il senso della vita, e quindi della morte.

Il proprio io trova dunque necessario rifugio nel tepore dello Spirito Apollineo, acutamente da Nietzsche definito come ordine artificiale necessario a crear armonia e razionalità là dove il caos prospererebbe e indurrebbe a smarrimento.

Eppur ciclico come ruota, ritorna quel dì in cui Apollo lascia spazio a Dioniso, il suo alter ego, e riemerge il pensier nichilista sull’assenza di senso, tilt cerebrale in cui il gelo polare torna prepotente a seppellirti sotto una coltre di nevosi interrogativi.

Orbene è questa la condanna umana? Richieder ostinatamente il senso delle cose sin anche là dove il senso non s’ha da avere? 

Forse.

Ma è altresi vera verità che la vita ha una sola direzione temporale; va in avanti. Par banale, ma ogni volta che lo riscopri il presente si veste di nuovi panni, e acquisisce più consistenza, più valore.

Prendi coscienza di avere coscienza. Oggi. Adesso. Qui.

E così io, ora, come a scuola il preside fa con l’indisciplinato alunno, recito il ruolo di preside di me stesso, e convoco l’indisciplinato io, per aggiornarlo sulle priorità che cambiano, e lo induco a liberarsi di zavorre che prima mai avrei ritenuto tali, fondanti priorità ora non più essenziali, in fondo non funzionali. Non più.

Significa forse questo, crescere? Saper rinunziar a qualcosa che pur ancora ami, prendendo coscienza che essa ha ormai esaurito la sua forza? E fino a che punto lottar per mantenere in vita un amore.. in fin di vita? Quando, mi domando, smettere di lottare per esso, senza sentirsi vigliacchi e vili?

Il pensier qui si placa, al cospetto di interrogatori colmi di tali e tanti interrogativi, e il bello è forse proprio codesto; Non saper, a questi, replicar.

L’umana condizione prevede il ragionamento e prevede interrogativi da snodare, ma prevede altresì l’assenza di risposte nette, chiare e certe. Esse son semmai da ricercar nella pratica, sul campo, giorno per giorno, con incontri, relazioni, esperienze.. perché in mezzo a questo meraviglioso postaccio che è la vita, ciò su cui si può agire, per provare a determinare qualcosa che consenta di aver ricordi lustri e futuro migliore, accade solo in diretta.

E la vita cos’altro è se non una lunga, folle, eterna diretta?

DEV’ESSERE SOLO UNA QUALCHE COINCIDENZA

L’anno scorso successe qualcosa che doveva essere solo una qualche coincidenza.

Era il Novembre 2017, era l’8 e il calendario vedeva la mia squadra impegnata a Fano. Non una data banale per la mia famiglia. È la data di nascita della mia cugina Carolina, come me classe ’83, un angelo che a 8 anni ha lasciato questa fragile esistenza. Inutile dire che il dramma abbia avuto un impatto distruttivo su tutti, non di meno su un bimbo della stessa età, suo compagno di giochi. La coincidenza volle che in quella partita io che non sono un assiduo realizzatore di reti, feci goal. I miei pensieri in quell’istante furono indirizzati immediatamente a lei “È per te.. sei stata tu Carol” – indicai il cielo.. e mi commossi.
La mia cruda e irremovibile razionalità subì una gran spallata quel giorno; Possibile che fosse un caso? Si.. certo che è possibile. Probabile direi. Una bella casualità però. Una coincidenza non banale. Magica.

Sarà così. Dev’essere così. Però poi.. 

Poi l’Aprile successivo, successe che il nostro ricercare un Casolare tra Romagna e Marche, ci condusse in quella che a settimane diverrà la nostra nuova casa e col tempo la nostra nuova attività. Dove? A Fano. A venti minuti da lì. Curioso, slegato emotivamente ma credetemi per me di già rilevante. Simpaticamente rilevante. Chiaramente una coincidenza che riporto giusto per la cronaca. Va bene.

Basta, tutto qui.. volevo solo raccontarvelo.

Ah no aspetta..

Ottobre 2018, questa settimana eccoci a Fano. Nel fare colazione la mattina del match ripenso all’anno scorso, a quel temporale di emozioni e penso che quest’anno però non è Novembre. È Ottobre. Ottobre. Già, Ottobre. Ottobre?Guardo il telefono e.. ecco, ho letto 14 ottobre. Un lampo, e poi un brivido ha percorso la mia colonna vertebrale, di nuovo un temporale dentro me: 14 ottobre, compleanno dello Zio Lucio, papà di Carol, amato Zio anch’egli andatosene prematuramente qualche anno fa.
Altra coincidenza? Si.. probabilmente si. Iniziano a essere tantine.

Vorrei credere che siano dei messaggi, che loro ci sono, da qualche parte nell’universo.. e abbiano mandato uno squillo. Un “Ciao”

Dev’essere solo una qualche coincidenza?
Dev’essere solo una qualche coincidenza.

Però..

IO MORIRÒ

 

23e59.. anche oggi è andato, e non sono morto. Buona.

Diceva un tale che la vita è un continuo spostamento da un luogo a un altro cercando di non farsi eccessivamente male e poi comunque a un certo punto, più o meno meritatamente, muori. E a parte un singolo caso del 33 d.C, nessuno è mai guarito dalla morte terrena. Ed anche in quel caso a voler ben vedere, non è che sia tornato a vivere coi suoi compagni terreni, bensì (aiutato dal copione che lo vedeva essere figlio di Dio) è salito al Cielo e siede alla destra del Padre. Dicono. Gli esperti.

Mi piace ironizzare, dissacrare, alleggerire, sdrammatizzare, è così, mi fa stare bene. Però poi il pensiero nichilista ritorna prepotente e si impone, ti colpisce dritto in faccia, e ti mostra tutta la cruda e fragile realtà a cui appartieni, che tu hai addobbato e arredato per renderla più abitabile – giustamente – consapevole altresì che anche se gli metti il parquet e una bella lampada e un tappeto, una fogna resterà sempre una dannata fogna.

Ed è così che accade. All’improvviso riemerge la vocina subdola de “La consapevolezza insabbiata,” (che nella mia testa ha le fattezze di ‘campanellino’ di Peter Pan) che ti si accosta all’orecchio e ti sussurraContinua pure a fare quello che fai, scrivi, suona, gioca, incazzati, urla, salta, spacca, impara, spendi, fai pure, continua; tanto tra un po’ muori
Sta stronza. Dall’alto della sua non esistenza e quindi immunità alla morte, fa la gradassa.

Io morirò. Ma ci pensi..? Cioè, io, IO devo morire? Si. Muoio.

Che amarezza. Argomento che affrontiamo tutti, ne hanno già scritto e si sono tormentati fior di poeti e filosofi in passato, ma a me di questo importa meno di un cubano dagli Usa durante l’embargo (finezza), non mi candido a genio del nostro tempo capitemi, cercate di capire se tutto ciò che è scontato a un certo punto lo osservi da vicino ed è come una nuova rivelazione.
Non vi stupisce forse che il cuore che batte nel nostro petto non abbia bisogno di essere ricaricato mai? A me si. Esso funziona, punto. Sospinto da cosa? Nessuno ne parla. È pazzesco. Siamo wireless, da sempre.
Ho sempre avuto il sospetto che se mi focalizzassi sul mio cuore, pensando di farlo cessare di battere, potrei riuscirci. E per questo motivo non l’ho mai fatto veramente. Vale la pena scoprire di avere ragione su un argomento del genere? Pensa che morte da idiota sarebbe.

“La vita è un film con lo spoiler. Alla fine muori. 

Ma vale la pena girarne ogni scena”

.. diceva quel gran genio di Aldmond Hughes, indimenticato regista britannico del secolo scorso.

È la fragilità di questo giochino a renderlo speciale, la prospettiva della morte dona grandezza alla vita, e non importa se ci saranno giorni bui, non importa neanche se non esista alcun Aldmond Hughes, che me lo sono inventato di sana pianta, il punto è che possediamo molto più di quanto strettamente necessario per fare qualcosa di buono della nostra esistenza, impiegare bene il tempo, smettendo di lamentarci per inezie, smettendo di voler conquistare cose materiali, smettendo di voler imporre questioni spirituali ridicole, in nome delle quali farci stupide guerre ideologiche.

Oppure continuare a farle, tanto poi si muore” direbbe quella cazzo di Campanellino Trilli, diseducativa, subdola e ottusa sostenitrice del pessimismo cosmico.

RIFLESSIONI ACCOMODANTI SCOMODE

In ste vacanze qui del Santissimo Natale duemilaquindici, avendo delle consecutive intere giornate di non lavoro, mi sono imbattuto in quello che voi umani chiamate viaggetto natalizio. Con meta Monaco di Baviera, Germania, che lì chiamano Munich.
Un paio di giorni all’insegna del camminare tanto e sostanzialmente a casaccio per le vie del centro città guardando cose e cercando di non finire sotto a vetture e mezzi di trasporto pubblici. Niente di nuovo insomma.
Ciò che è atipico è iniziare a farlo con delle scarpe che si rivelano troppo strette dopo mezzora di passeggio di una domenica in cui tutti i negozi sono chiusissimi, che li se ne battono le balle dell’imminente Natale, perché lì la domenica è giorno di chiusura. Da noi al massimo è giorno di chi usura. Bel gioco di parole, bravo.
E l’ho portata a termine, sta benedetta domenica, prima di poter acquistare il mattino seguente le prime Jordan della mia stessa vita in un bel negozio del lussuoso centro bavarese.
E tra le gotiche piazze, che lì si chiamano Platz, i monumenti, che li si chiamano in un altro modo, i giardini che li si chiamano Garten, e gli stadi olimpici e non, che li si chiamano Olimpia Stadium e Allianz Arena.. tra tutto questo dicevo, ignoravo l’esistenza in zone cosi prossime alla città di un luogo storico, controverso, vergognoso ma in qualche modo affascinante.. Un campo di concentramento, che li si chiama konzentrationslager e che per tutti è noto come Dachau.

Quello che ha dato vita a questo pezzo è una riflessione accomodante scomoda proprio su posti come Dachau.
Perché sono affascinato da un posto del genere?
Cosa mi portava ad essere lì a passeggiare per quel casermone con un trasporto emotivo composto da sentimenti di disgusto contrapposti a stupore ed eccitazione?
Non so se capite, ma mi è passato per la testa che quel posto fosse “una figata” e che quel fatto storico abbia tutto sommato avuto, col tempo, un significato positivo. Che se non fosse accaduto mancherebbe un pezzo importante (e portante..) di storia. Nel senso che mostrando il peggio della natura umana abbia marcato in grassetto il limite di cosa è bene e cosa è male. Ma pensandolo in termini in qualche modo ‘positivi’ ho avuto uno smottamento interno tipo “Ma che cazzo dici? Vergognati di pensare ci sia del positivo in cose cosi deplorevoli..”. Eppure in qualche modo continuo a pensarlo.

Ma forse ho capito cosa provo..

Consolidato che ormai sia un fatto storico accaduto e non modificabile, per quanto brutto, assume contorni di fascino non negativi. È cazzo di affascinante, è attrazione, come lo è la storia delle guerre mondiali, della bomba atomica, del disastro del Vajont, dell’11 settembre..

Stragi talmente impattanti che entrano nel mito” – Ho pensato.

E poi ho anche pensato che nel mito vi entrano perlopiù cose deprecabili. Le battaglie, le morti eroiche, in nome di pace e libertà certo, ma pur sempre terreni di sangue e morte e disperazione.
Persino nell’arte e nello spettacolo, attori, cantanti, artisti raggiungono il vero apice soltanto dopo la morte, ancor meglio se prematura e magari costellata di problemi di alcol e droghe.
È follìa.

E da qui la mia definitiva riflessione accomodante scomoda:

L’essere umano ha una natura malata, perversa, che professa il bene ma è segretamente attratta dal male. E nel dirlo, provo un po’ di paura.

INTRUSO AL FESTIVAL

E poi sono stato al festival della letteratura, che in questi giorni c’è il festival della letteratura. A Mantova. Che iniziare con “E poi” non ha mai gran senso, ma è una scelta che uno fa.
Festival della letteratura dicevo, non che io sia un letterato o un assiduo lettore – nossignori – ma se uno parla io ascolto.. e talvolta, addirittura, capisco.

E cosi ieri sera sono andato in un conservatorio ad ascoltare Paolo Nori leggere un opera russa di Lev Tolstoj del quale non ho mai letto alcuncosa.

Paolo Nori è uno scrittore, appassionato di letteratura russa, che ha il dono di avere un modo ammaliante di leggere. Egli interpreta i testi usando ripetizioni che unite al dialetto spiccatamente emiliano, stanno di un bene, ma di un bene…
Che è uno che quando parla – lui – si fa ascoltare volentieri, quando parla, Paolo Nori. Ho usato uno stile ripetitivo Paolo Noriano, rende l’idea? No? Ma.. avete usato l’accento spiccatamente emiliano? È importante.

E cosi son riuscito a parteciparvi, nonostante i biglietti fossero esauriti, grazie alla clemenza dei vigili del fuoco che hanno consentito l’over booking vista la trentina scalpitanti privi di biglietto. Posto a sedere.. per terra. Corridoio laterale, prossimo alle uscite di sicurezza.
Eppure a mio agio.
La lettura è durata circa due ore e mezza, nelle quali sono passato dalla iniziale sensazione di aver preso parte a un evento che non faceva per me, a una fase di appassionamento, per finire con la sensazione di aver preso parte ad una delle rappresentazioni artistiche più belle e interessanti della mia vita. Grazie Tolstoj e grazie Nori.
Mentre ascoltavo la lezione di vita inferta, o se preferite offerta, da “La Morte di Ivan Il’Ic” non potevo fare a meno di pensare al senso della vita. Che uno ci capita spesso a pensarci, ma certe immagini e certi contesti ti scuotono più di altri; e quelle cose che già sai, ti sembrano rivelate per la prima volta: Dobbiamo morire.
Ma porca puttana. Son cose inaccettabili se ci pensi bene. Così come inaccettabile è il suo contrario; non moriremo mai. Assurdo.

Applauso finale, lungo, sentito. Io dopo una ventina di secondi ho smesso, ma la gente continuava così ho ripreso ancora anche io, perché sembrava brutto.. o peggio, sembrava non avessi gradito abbastanza. Non sia mai. Giù gli applausi ancora.
I commenti della gente all’uscita erano quelli di gente che se ne va soddisfatta. Sarei tentato a confrontarmi con qualcuno, dilungarmi ad analizzare alcuni passi del racconto, ma come fare ancora non lo so. Per stasera sono sazio così.

Riprendo la mia bicicletta e mi allontano, le 23.30 passate, aria fresca, sellino troppo basso, piazze ormai svuotate dove sino un’ora prima c’erano chitarre e musica e festa. Ora rimane soltanto chi vuole bere e brindare. Alla vita.. o alla morte.
Non so. Sono confuso.

E comunque non cambia un granché.

CHI NON MUORE, DOPO QUALCHE SECOLO VIVE TRISTE

 

A pensare che la morte sia inevitabile girano proprio le palle. Ma come, io, che sto bene, che sono in forma, mi sveglierò un giorno e sarò morto? Ma come è successo che sia stata accettata una cosa del genere? Non è per questo che ho firmato quando sono nato, dev’essere stata una nota, un asterisco imboscato nei cavilli di un contratto senza garanzia quale è la vita. Non sono d’accordo, no cazzo, insomma ma quale assurdo architetto ha acconsentito tacitamente a un simile supplizio? Dannazione.

Quando mi imbatto in tali labirinti esistenziali della mente, esco dall’inevitabile clima di sgomento, servendomi del mai banale ragionamento per assurdo (R.P.A.) ovvero penso a come sarebbe se non si morisse mai. Questa evenienza è forse ancora più folle, una assurdità talmente inconcepibile da essere priva di significato! Ecco che allora mi acquieto e tutto sommato accetto il verdetto. Anche perchè, ho pensato, chi non muore, dopo qualche secolo vive triste, svuotato di motivazioni, sorprese, forze. Una noia mortale. O meglio, una noia immortale.

Allora protesto su altro. La accetto la morte, cazzo. Mi sta bene. Che sia di vecchiaia però! Fanculo alla morte prematura, agli incidenti, alle malattie!! Ma quale assurdo architetto ha acconsentito tacitamente a un simile supplizio? Dannazione.

Anche in questo caso però, il mai banale R.P.A. porta risposte, benchè parziali. Le leggi della fisica sono assiomi, vanno accettati. A fronte di un incidente aereo ad esempio, come potrebbe cavarsela gente precipitata da 9mila metri? Mmm.. già. Non può, è giusto morire… Accettato anche questo.

Le malattie però sono una merda: benvenga la febbre, la tosse.. Di più è una carognata. Virus subdoli che lavorano nell’ombra e ti mangiano la vita.. Dio, potevi fare meglio qui, e non dare la colpa solo al diavolo. Assumiti le tue responsabilità; neanche l’R.P.A. riesce ad intervenire in tuo favore in questo campo. Ma se queste sono le regole, ne prendo atto, non condivido, ma ahimè.. tocca accettarle.

Accettato anche ciò (a fatica) rimane dunque il vero nocciolo della questione, l’unico, vero, infinito tormento. La questione post morte. Lo scrissi già in un vecchio pezzo, ( https://restovaghissimo.com/2013/12/07/lettera-al-creatore/ ) non mi interessa sapere dove si andrà, come sarà, non mi interessa neanche fare grosse chiacchierate.. mi accontenterei di un messaggio, unico, chiaro, in cui sentire i miei zii, mia cugina, i miei nonni dire “Qui tutto bene”.

Sapere che qualcosa oltre il recinto c’è e smetterla di affidarmi a una fantomatica fede che sa tanto di giustificazione universale molto affine ad un tentativo di arrampicata su specchi insaponati.

Non so se questo riuscirò mai ad accettarlo.

Cazzo.

 

A PALERMO SENZA LA GIACCA

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“Amore ho fatto un brutto sogno stanotte, che tu tipo eri morto..” – “Ah, bene tesoro, ora prendo l’aereo tranquillo” – è stata la mia risposta. È iniziato così questo venerdì, con un Whatsapp della mia lady narrante sciagura giusto il giorno dell’aereo per Palermo, che non so perché ma da quando ho visto Lost, se c’è da viaggiare a novemila metri da terra, io non sono mica tranquillo.
Riparte il campionato e riparte col botto in casa della prima. Cosa c’è di peggio di andare in casa della prima e non giocare titolare? Un sacco di cose ci sono. Come ad esempio la fame nel mondo, le guerre e le fette biscottate frantumate appena le apri. Giusto per citarne tre.
Non mi sono portato la giacca, tanto si sa a Palermo è sempre bel tempo e fa caldo.. A Linate mi prendo anche la libertà di deridere qualche mio compagno che ingenuamente ha questo fardello da trascinarsi dietro per tutta la trasferta.. Che sciocchi, lo sanno tutti.. nei viaggi in aereo occorre portarsi lo stretto necessario.

Che non sia un periodo particolarmente fortunato lo si può capire da svariate cose. Tra cui arrivare a Palermo ed imbattersi in vento e acqua come non se ne vedevano da anni che complicano dannatamente la fase di atterraggio, con uno sballottamento proprio in concomitanza dell’appoggio del carrello sulla pista da brivido, capace addirittura di farmi unire, ad approdo completato, allo scrosciante applauso liberatorio di cui sono sempre stato cruento condannatore..

E ciò mi ha insegnato una cosa triste ma vera: quando temi il peggio, sei pronto a venderti al peggior offerente.

Raggiungendo il bus navetta preso a spinte e schiaffi da vento e acqua devo fare i conti con una scomoda verità: serviva la giacca. Se c’è una cosa che non puoi permetterti di fare in uno spogliatoio, è fare il saputello e sbagliare platealmente le previsioni snocciolate con sufficienza. Ed infatti non si fanno attendere insulti e scherni da parte dei derisi di Linate, supportati da altri che quando c’è da insultare sono sempre pronti. Li accetto col sorriso, dichiarandomi solo momentaneamente sfortunato, ma portatore di concetti giusti. Non funziona un granché, ma è l’arringa difensiva più soddisfacente che si potesse offrire. Ne vado fiero.

Arrivato in hotel mi torna in mente il Whatsapp con cui si aprì la giornata e tiro un sospiro, sentendomi più sollevato.. del Tower Bridge di Londra quando devono passare le navi grosse, per dire!
Oggi è andata bene, domani chissà.. c’è il ritorno.