QUI. E ORA?

Nel vagar con la mente attraverso le nubi del misterioso vivere, spesso mi infrango sulla virtuosa pratica del goder del presente, il tanto caro Qui e Ora che intende focalizzar il pensiero sull’attimo stesso in cui esso accade.

Quanto è vero, io stesso lo invoco, che il Qui e Ora è un approdo auspicabile, specie se annaspanti nelle tormentose acque di un tempo, il nostro, in cui abbiamo troppe cose a cui badare, tutte ammalianti eppur quasi per intero futili, benchè accattivanti nella loro estetica.

Reset. Significa ri-settare, reimpostare. A questo esso serve, a riposizionarci sulle giuste frequenze, lontani da quei ritmi poco umani che andiamo inseguendo nella nostra pur umana vita, in nome del progresso, della crescita, della comodità.
Il Qui e Ora come richiamo al presente, uno schiocco di dita che sa dirti: “Ehi amico, fermati e guarda dove sei, respira, pensa a quello che stai facendo, qui, adesso, tu, nel mondo. Placati, ferma i tuoi pensieri, così perpetuamente rivolti al fui e al sarò“.

Brillante.

Talmente brillante che al suo cospetto non è contemplato metter in dubbio alcunché. Chi mai penserebbe di imbarcarsi in una critica all’alta reputazione di un tale inespugnabile concetto divenuto assioma?

Orbene, io stesso.

Con garbo, s’intende. Col piacere di scomporre in numeri primi le definizioni composte, per sviscerarne l’essenza da cui derivano, capire se vi siano delle falle di sistema in esse contenute. E il compimento di tutto il ragionar conduce a una conclusione, che sbrigativo così oso riassumere:

Il Qui e Ora è risposta necessaria, ma nulla più che transitoria, al frastuono dei troppi input moderni. Va sovente richiamato per ristorare l’animo, e presto va riposto poiché elevar il Qui e Ora a costante di vita pare un insensato abbaglio.

Del resto, come si può viver in un perpetuo qui e ora?

Non par conveniente.

Ritengo il Qui e Ora simile per natura alla Felicità; un picco di consapevolezza altamente infiammabile, una vampata che presto esaurisce la sua carica, come un fuoco d’artificio, così spettacolare eppur effimero (Non è forse la sua spettacolarità tale, proprio perché effimera? ).
Per quanto bella, persino la felicità perderebbe di senso senza i momenti di tristezza. Allo stesso modo, il Qui e Ora, non avrebbe egual potenza se costantemente presente.

Rischierebbe di abbattersi sui propri giorni come metadone, capace di placar le ansie – certo – ma a quale prezzo? Annientando l’umana imperfetta natura? Farà davvero male provare un po’ di ansia? Di nostalgia? Sin anche di rabbia, di ambizione, di tristezza, di confusione? Non è forse questo, altresì, il sale dell’esistere? Il motore che stimola a trovare soluzioni ai disagi e quindi a crescere l’individuo interiore?

Ho, al solito, più interrogativi che risposte, e il tremendo dubbio d’esser folle nel giudicar non auspicabile una vita di perpetua felicità. Eppur non è forse questa l’umana condanna?

La necessità di non avere pace?

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