Archivi tag: riflessioni

QUELLA SCRITTA SUL MURO

Esiste, quella scritta sul muro. La trovate percorrendo via Gradisca, una via secondaria, terziaria direi, a Varese, città dove l’autostrada non passa; arriva. Casa.
Di artistico ha ben poco. Non Varese, la scritta dico.
Lo specifico prima che qualche “Sgarbi” della situazione mi dia della “capra” e attacchi con la lezione d’arte fatta di nomi mai uditi di presunti artisti-geni del passato varesino ai quali, mi perdonino, non intendo dare priorità in questa fase della mia vita.
Una bomboletta nera, lettere in stampatello anonimo, calligrafia non invidiabile, andamento incerto, storto, di impatto non piacevole alla vista, deturpatrice di angoli di città. La noti perché è lì – a ore dodici – prima di una svolta a destra obbligata verso – ore tre.
Talmente imperfetta che esclude mire esibizionistiche. E se manca ostentazione di stile (o presunto tale) in un atto forte qual è una scritta sul muro come questa, quel che rimane è una voce, un grido, una traccia che lasci il segno del proprio passaggio in questo misterioso pianeta che fluttua da tempo immemore in una porzione di inspiegabile spazio infinito chiamato universo.

“L’unica cosa che ti prometto è noi”

La considero una delle più belle frasi d’amore che si possano dedicare alla propria donna. Probabilmente sostituirei il noi con io e te. Perchè il noi mi crea un senso di noia, apnea, mi soffoca. Più in generale parlare d’amore mi nausea, l’amore ostentato che vedo in certe coppie, con tutti quei nomignoli, cucci-cucci, piccolina, patatina, orsetto. Che imbarazzo. Infinito. Quel noi che diviene profilo social condiviso lui-lei. Mamma mia, che scelte azzardate, il più delle volte imposto da uno dei due IO che compone quel NOI. Un IO che prevale su un altro IO? Sembra essere l’esatta definizione di Bullismo.

Siete due, siate due.

Sta cosa di diventare un tutt’uno è uno slogan ingannevole, che ti gasa, che se lo segui sei Up, sei il Top, un po’ come la pubblicità dei Fonzies che “se non ti lecchi le dita godi solo a metà“, che la prendi per buona, diventa quello il vero gusto, leccarsi le dita, yeah, evvai! Ma fermatevi e ragionate. Avere le dita impiastrate di fecola di patate che puzzano di piedi è sempre stato un problema. E lo è ancora. Madonne. Ma lo slogan lo ha eclissato. (Ribadisco i complimenti agli autori).

Così come le due metà della mela, che si incontrano e diventano quel tutt’uno. Bella immagine, certo, la mela che si completa. Bellissima. Ma sicuri che abbia davvero senso soffocare l’individuo a favore del tutt’uno? Si? Sicuri Sicuri? Ah beh, allora a posto così. In questo caso ho solo un ultimo appunto;

Aggiungete una A in fondo alla scritta sul muro e troverete la promessa definitiva che più vi appartiene.

Annunci

MAL ESPRESSO

L’autunno è arrivato col fare sbarazzino di un uomo di mezza età che fa il giovane, dando un immagine estiva di se stesso. La colonnina di mercurio si vanta di stare sui venti, ma io mi fido il giusto di tipi come l’autunno troppo estivo, così mi vesto autunnale perché sono stato educato a diffidare delle apparenze, io.

La temperatura percepita nasconde insidie, colpi di freddo, mi fido più del calendario e dell’ingiallirsi delle foglie. Come diceva sempre mia nonna: “Autunno, cadono le foglie e quindi vedi che ti metti la felpa.” Non è vero. Mia nonna non ha mai detto una roba del genere. Poi non parla mica così. Ho mentito. Non sono bravo a mentire. Mento sapendo di mentire. Dopo una mentos, mento sapendo di mentine. Comunque non mentos-spesso. 

Fatto sta che l’ho messa la felpa ma qui in questo caffè sulla spiaggia proprio sotto la ruota panoramica che hanno appena smontato (in quanto autunno), fa un dannato caldo, non mi riesce di leggere felice il bel libro, troppo sole, troppo caldo, troppo non ventilato, troppa felpa che poi una volta tolta.. addirittura troppa t-shirt, pazzesco, il calendario e le gialle foglie raccontano ben altro, mentendo, anch’essi, parrebbe. 

Insisto, leggo ancora un po’, non è un bel leggere, con sto caldo mi sento distratto, o quantomeno distraibile, sto per mollare… e lo faccio quando alle mie spalle una coppia che non vedo ma sento, ordina due caffè, uno ristretto e uno schiumato. 

Schiumato

Chiudo il libro. 

Ristretto. E Schiumato. 



Arrivo presto ad una tesi: finché esiste una persona che chiede un espresso schiumato, significa che nella nostra società c’è un eccesso di benessere. 

Già pretenderlo ristretto è un vezzo, parliamo di una misera tazzina contenente al massimo quattro cl, vale a dire un sorsetto. Ristretto significa gradire una porzione di sorsetto; dai su, si vede che non avete mai fatto il militare voi. 

Al servizio di leva ci facevano bere caffè vecchio di giorni, a volte neanche scaldato, in tazze di latta sopravvissute all’ultima grande guerra. E se osavi anche solo lamentarti con un cenno del sopracciglio tu e la tua camerata finivate in punizione, doppio turno, niente pranzo e serie infinite di piegamenti sotto la pioggia, nel fango. Fango macchiato freddo. Questo è quello che ci succedeva, al dodicesimo battaglione di fanteria, a Treviso nel 1973. 

Che poi, ad essere onesto, non è vero niente. Ho mentito. Non ho mai fatto il militare io. E poi sono nato nel 1983. Non sono bravo a mentire. 

L’avevo detto. 


PIT STOP

L’essere umano che attende dal gommista è la più spaesata specie animale, appartenente alla famiglia dei mammiferi attenditori del propio turno.

Ne ho fatto parte anche io, un tempo.

Non sai dove mettere la macchina, non sai con chi parlare, tutti hanno una montagna di lavoro e ti passano dinnanzi con cerchioni pesantissimi, fanno rumore, tanto rumore, compressori, macchinari meccanici, cric, trapani, montano e smontano.
Cerchi di individuare il titolare, lo vedi, è spettinato e unto da anni, te lo immagini così anche a casa, sul divano, sporchissimo anche dopo una doccia. Con la tuta da meccanico. Potrebbe levarsela almeno a casa – pensi.
Di norma è un uomo che ha più cazzi per la testa del presidente neo eletto degli Stati Uniti, sempre attorniato da clienti stressati e stressanti che chiedono cose, chiedono prezzi, tempistiche. Col tempo ha sviluppato l’arte di liquidare con risposte sommarie qualunque suddetto mammifero spaesato, che è bisognoso di tutto fuorché risposte sommarie, lasciandolo lì, totalmente allo sbaraglio come prima, peggio di prima. E lo fa con la tecnica efficacissima di continuare a fare quello che sta facendo senza esitare neanche un secondo.. e a un certo punto se ne va, ributtando te e le tue domande in mezzo a tutti gli altri che prima di te ci sono già passati, provando e fallendo, come te, che ora li affianchi lì all’uscio, in attesa del tuo turno, che non hai idea di quando sarà.

Oggi sono qui in una nuova veste, oggi per la prima volta non a disagio grazie all’assidua frequentazione provocata da tre eventi;

1. Il cambio gomme di stagione di un mese e mezzo fa

2. Buca che mi ha squarciato l’anteriore destra dieci giorni fa.

3. Una gran vite che mi ha ingravidato l’anteriore sinistra ieri sera, in pieno centro, a me, ahimè.

Avrei felicemente evitato le ultime due apparizioni, ma la mia filosofia mi induce a togliere spazio alle recriminazioni e prendere quel che c’è di buono: ho imparato come navigare in queste torbide acque, ed oggi ho modo di essere un osservatore esterno, non più appartenente alla spaesata specie. E mi diverte.

Mi diverte vedere l’esitazione di uomini e donne di qualsiasi età ed estrazione sociale, totalmente in balìa degli eventi, guardinghi, in piedi davanti all’officina, timorosi che qualche furbacchione arrivato dopo possa cavarsela prima nonostante ci sia il numerino tipo salumiere.. c’è una sorta di tensione nell’aria, braccia conserte, continui giri in tondo, la voglia di sapere qualcosa in più, quanto manca al proprio turno, in quanto ce la si può cavare, la continua ricerca di un eye-contact da cui gli esperti gommisti – così come il titolare – si tengono abilmente alla larga, consapevoli che concederlo sarebbe come tirare una testata ad un alveare.. e poi quell’astratta sensazione che distrarsi un attimo possa per qualche ragione essere fatale. E allora tutti lì, attenti.

Ero uno di loro, un tempo. Ora invece sono l’unico seduto sulla panchina, qui, ora, rilassato, a scrivere, descrivere i loro comportamenti da piccioni, titubanti.
Anzi, ora vado pure a bermi un caffè al bar qui di fronte.
Prima però, gli faccio una foto.
Clic.

IMG_6948.jpg


L’ERBA DEL VICINO È VERDE GIUSTA

Dopo mesi di freddo, il locale torna ad avere un significato. Il grande terrazzo con accesso diretto alla spiaggia è il suo punto di forza e si distende rivolto allo spettacolo offerto dalla natura che in quel tratto di costa ne disegna una rientranza che definisce un piccolo golfo.
L’ora in più di sole, il cielo limpido, i ritmi pacati del giorno libero, la bella stagione che va a iniziare in contrasto con la bella stagione sportiva che va a tramontare, riempiono di significati – percepiti ma non espressi – il momento. Significati agrodolci, che rimandano a immagini.

IMG_6349

L’immagine di una birra con gli amici di una vita, sul far della sera.
Che se cambi la punteggiatura viene tipo;
L’immagine di una birra con gli amici, di una vita sul far della sera,
che ne dipinge la versione nostalgica da cui sono travolto se penso al continuo inesorabile accumulo uno dopo l’altro dei secondi/minuti/ore/giorni/mesi/anni. Secoli.
Inevitabile tratteggio del mio carattere, perpetua percezione del contrasto tra bellezza e fragilità dell’esistenza, visione di insieme che non lascia spazio a facili entusiasmi nè a profondi crolli emotivi.

C’è un gruppo di ragazzi pochi tavoli oltre il nostro, è una festa di laurea, festeggiano forte, forte come io non so fare da anni. E li invidio. Non che io sia infelice, ma.. come dire.. mi si rovesciano addosso tante questioni irrisolte, tanti avrei dovuto e avrei potuto, tempo passato, tempo gettato, occasioni non colte, cose rimandate e mai più riconsiderate.
E il tempo scorre mentre io mi sento troppo giovane per certe cose per cui in realtà sono abbastanza vecchio, questione famiglia, bambini, io, ma no, sto cosi bene adesso, ma quali bambini, che quelli poi continuano a piangere e vogliono cose, cose che se non gli dai poi piangono, ancora, ma non aveva già pianto prima? Si si, ma piange ancora. Ok, va bene, ma se posso permettermi, tutto quel liquido lacrimoso, di preciso, dove lo tengono? Non so, ma piange. Si si ho capito, smetterà. Dici? Si. Dico.
Il punto è che bisogna stargli addosso h24 e addio viaggi, ozio, amici, libertà.
Però poi guardo bene la mia carta di identità che mi urla addosso che ho quasi anni trentaquattro, e continuo a vivere come dieci anni fa, quindici anni fa, innamorato di un pallone a cui corro dietro, con la differenza che allora ero contornato da uomini dieci/quindici anni più vecchi, e avevo una carriera davanti, mentre ora da ragazzi dieci/quindici anni più giovani, e ho una carriera alle spalle, e tanti pensieri imminenti, che non ho ancora capito bene se una casa la voglio comprare, o stare in affitto, mutuo, tasso fisso o variabile, che cazzo ne so, apro una attività? Non è il caso, non sai quanti casini, mi dicono. A Varese? A Varese non funziona niente mi dicono degli altri. Si ma altri chi? Eh, voci, voci di corridoio. Ma quali corridoi, corridoi di un tribunale? Corridoi Vasariani? Di quali corridoi stiamo parlando? Eh, voci che si sentono, rumors. Ah.

Parte un coro, un coro che interrompe i miei pensieri, un coro festoso rivolto al laureando, e in alto i calici, gente euforica, una corona di alloro sulla testa dell’ennesimo dottore italiano, tutti con la camicia bianca, tutti giovani e bellissimi, tatuaggi che sbucano dal colletto, dalla manica, dal risvoltino del pantalone, acconciature folte e alla moda, occhiali da sole, in piedi sui divanetti, padroni del mondo.
La bella vita. Vivono il sogno di tutti.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, pronto a brindare, che ho sentori di simil invidia per un gruppo di festanti venticinquenni qualunque? Ma perchè? Qualcosa non torna.

E infatti è tutto un bluff ! Che sbadato, quasi subivo l’ennesimo inganno della “Sindrome delle cheerleader“. Quella sindrome che ti fa apparire come un gruppo di fighe stratosferiche un gruppo di ragazze pon-pon, fino a quando non scomponi l’insieme e ti concentri su ognuna di esse, separatamente, scoprendole al più carine, sovente veri e propri sgorbietti. Ma nell’insieme fanno un figurone.
Così scandaglio meglio i singoli che compongono l’insieme e ne traggo ragazzi normali, alcuni con chiari problemi di linea che prima avevo incredibilemnte ignorato, altri ancora eccessivamente pallidi, chi con una postura poco invidiabile, chi stempiato, non tutti poi così euforici come mi apparivano quando li vedevo come unica entità festante-bene. Alcuni addirittura annoiati in disparte, ai margini della festa, intenti a smanettare con lo smartphone.

Ennesima lezione di vita che sbiadisce l’intensità del verde che siamo soliti ammirare nell’erba del vicino.

Il locale si riempie, tutt’intorno siamo circondati da coppiette, amici, amiche, un trionfo di selfie uguali a tanti altri che solo instagram ci dirà quanto valgono grazie alla ghigliottina dei Mi piace. Il popolo del futuro, super connesso, è tutto lì.

E poi ci sono loro, tre anziani in salute, verso i settanta che bevono birra, appaiono felici, niente smartphone sul tavolo, sembrano sapere cose che io non so, sarà saggezza, sarà esperienza, sarà quel che sarà ma sta di fatto che sono perfettamente a loro agio in un contesto giovanile che bada molto all’apparenza; se ne fottono, loro.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, brindante, li guardo con stima, con invidia anticipata, sarà la mia ambizione arrivare a fin lì, arrivare a quell’immagine:

“Una birra con gli amici di una vita sul far della sera”

E la punteggiatura, in fondo, è irrilevante.


UN ABBRACCIO AI SONDAGGISTI

Non capisco un sacco di cose io, ma evidentemente neanche chi ne dovrebbe sapere, e allora succede che passa a sorpresa la Brexit, che se passa l’Europa affonda, dicevano, e poi invece no.
E a seguire vince Trump (un abbraccio ai sondaggisti) che se vince il mondo crollerà, dicevano, wall street impazzirà, aggiungevano, e poi invece no, ed ora in tanti si domandano perchè abbia vinto un pupazzo, anzi un tizio presentato dai media come tale, e invece la Clinton no, portata in palmo di mano lei, senza olio di palma lei, in nome di un establishment che tranquillizza tutti, perché i mercati amano l’establishment, altrimenti si spaventano – i mercati – che il sistema ha bisogno di certezze e non importa se sia un sistema del cazzo, meglio un sistema del cazzo ma che si conosce, piuttosto che un salto nell’ignoto. Chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa cosa lascia ma non sa cosa trova, che l’America non si sarebbe mai scoperta dando troppo retta a sto detto bello ma non bellissimo.
Cosi ora i grandi investitori, hanno paura – dicono – e comprano oro, bene rifugio, ne accrescono il valore; accrescono il valore della mia catenina della comunione, e io li ringrazio per questo, una catenina più preziosa è sempre meglio che una pallonata nelle balle.
Con il referendum italiano solita politica del terrore, se vince il no i mercati impazziranno, gli speculatori speculeranno fortissimo, andiamo incontro a instabilità, recessione, inflazione, spread, caccapupù, torna il nazismo selettivo, immigrazione incontrollata, tolgono il Natale, tornano i terremoti, WhatsApp diventerà a pagamento..
The day after: una tendenza al ribasso poi rialzo, tutti tranquilli, tutti minimizzano, no no scherzavamo – dicono alcuni dalle retrovie..
E poi la schiera dei vincenti..
Salvini che pare abbia vinto lui da solo, finge con se stesso di avere la maggioranza degli italiani dalla sua parte, vuole le elezioni subito. Salvini.
Brunetta che fa il bullo, spara a zero su quel ‘povero’ Renzi che con tutti i suoi difetti, non pochissimi, ha passato più di due anni ad essere insultato per ogni singola questione, come se le colpe fossero tutte sue.
I 5stelle (che io supporto) anch’essi fini massacratori del fiorentino (spesso gratuitamente) che paiono pronti a voler governare pur con tutte le problematiche di una macchina ancora da oliare ma che a parer mio nasce sotto presupposti insindacabili.
Berlusconi che è sceso in campo a cinque minuti dalla fine della partita in vantaggio tre a zero che millanta di aver avuto un ruolo decisivo nella vittoria. Il filo tra genio e imbecillità è sempre sottile.
D’Alema e Bersani vecchi strateghi avversi a Matteuccio per ragioni opportunistiche.
La Meloni  odiosa – che senza ragione ho sognato recentemente rivolgersi a me con tono accusatorio, ma zittita da una mia risposta talmente pertinente da farle fare un passo indietro e complimentarsi col sottoscritto rimanendo di diversa opinione ma rispettosa della mia (che sogno è?).

Ed infine lui, M.R. che dopo la sciocchezza dettata dal proprio IO spocchioso di personalizzare il referendum, convinto di essere amatissimo e forse anche di aver proposto una riforma spettacolare, ha dovuto fare una campagna tutta in salita, ricca di mezze verità, (a volte anche quarti di verità), slogan (in cui è bravissimo, va detto), promesse a tutti (soldi a 18enni, mamme, pensionati..), finte prese di posizione forti con l’Europa, endorsement da Obama, tentativi di discostarsi dalla personalizzazione del referendum, ma che alla fine l’hanno visto presentare le proprie dimissioni con un discorso forzatamente snello e brillante per quanto coerente e tutto sommato onesto, prendendosi le colpe della sconfitta e lanciando simbolicamente le chiavi del governo, come fossero un bouquet lanciato da una sposa; di spalle, in mezzo alla più disparata folla festante che popola il carro dei vincitori del NO.
“E mò son cazzi vostri, coglioni” – non l’ha detto, ma tutti lo hanno sentito lo stesso.


TUTTO MOLTO BULLO

“Una mela al giorno leva il medico di torno” – disse un giorno un imprecisato tizio. E mai avrebbe immaginato di riscuotere tanto successo da passare alla storia. Presumo.
Erano tempi in cui anche una banalissima rima era capace di elevare a poeta chiunque.. e in cui una barzelletta brutta – ma in rima – ti incoronava ‘simpatico guascone‘ del villaggio. Tempi immaturi, visti da angolazione odierna.
Perché ho detto questo? Boh ho iniziato a scrivere a caso ed eccomi qui.

L’approccio all’ironia comunque è un tema curioso. Da infante ad esempio – tipo all’asilo – ricordo che andavano per la maggiore un trittico di tranelli in rima che facevano tanto ridere. Senza la benchè minima ragione.

Hai sete? Vai dal prete. Hai fame? Vai dal cane. Hai sonno? Vai dal nonno.
E giù a ridere. Beata senilità infantile.

Se mi imbattessi oggi in un bimbo che mi invita ad andare dal cane se ho fame, cercherei di sensibilizzarlo razionalmente sul non-senso della cosa.
Anzitutto gli farei notare che non fa rima, in secondo luogo lo torchierei di domande sul senso di approssimarsi a un cane quando si è in cerca di cibo.

Che cani conosci tu, bimbo? Sentiamo, avanti.. cani-chef forse? Ora mi spieghi che senso ha quello che hai detto.
E non credere che nasconderti dietro alla gamba del papà dissipi il mio desiderio di risposte, vieni fuori da lì, codardo
!”

Facile nascondersi dietro alla gamba del papà. Pagliaccio.


IMAGINE (lost in New York)

14469597_10210967730330611_4724306106587021622_nE niente, ero lì allo Strawberry Fields, a Central Park, a pochi passi da dove l’esistenza di John Lennon cessò bruscamente la sua appartenenza a questo mondo per colpa di un disadattato che un bel giorno decise di omicidiarlo con qualche bossolo della sua calibro nove. Non so se fosse davvero una calibro nove, ma suonava bene.
Un luogo appartato, intimo, in cui ti viene proprio da tenere un tono di voce basso, come fosse un luogo di culto. E lo è. Ero lì, seduto su una panchina a riposare le mie stanche storte gambe. Intorno a me altra gente, più preoccupata a immortalare il momento che pensare a viverlo in diretta.

Date al popolo la libertà di filmare e fotografare
e la confonderà con la necessità di doverlo fare

Succede anche a me. Il momento più sciocco ove mi sono accorto e vergognato, è stato una volta durante i fuochi d’artificio. Intanto che lo facevo la mia parte intollerante, (che chiameremo per comodità Fabian Cassini) mi ha rivolto testuali parole: “Per chi diavolo filmi un evento del genere? No, ora dimmi: è bello poi rivederlo in tv, idiota? Come on dude (a Fabian Cassini piace inserire qualche termine inglese), non è mai piaciuto a nessuno vedere i fuochi d’artificio in differita in un cazzo di schermo. E lo sai benissimo anche tu. Ora spegni immediatamente sto device e vivi in diretta. Non c’è momento migliore dei fireworks. Sei scarso!”
Fabian Cassini raramente ha torto.

Tutti in silenziosa coda intenti a trovare la giusta angolazione, la giusta faccia, il giusto approccio per immortalare se stessi in quel luogo. Comprensibile.
Io.. beh io.. ero tallonato da Fabian Cassini e siccome soffro la sua pressione quando è arrivato il mio turno ho sbrigativamente scattato un’unica istantanea – quella che vedete sopra – e mi sono allontanato fischiettando immotivatamente ‘Jealous Guy’.
“Perché? Why non “Imagine” dude?”.
In effetti.. boh. Però è una bella canzone anche quella, no?

Non mi ha risposto.


DON’T WASTE YOUR TIME !

Da anni il tempo sfila davanti ai miei occhi e non lo afferro. Non l’ho mai afferrato. E cosi tutti i miei pensieri, tutte le mie idee, tutti i miei progetti – siano essi espressi oppure solamente percepiti – non trovano il proprio meritevole sviluppo e restano sempre lì accatastati tra le scartoffie. Sugli scaffali della mente.

“Don’t waste your time! “ – mi ripeto.

Ma poi l’attenzione cala in fretta e le cose non cambiano e torno puntualmente a cestinarlo banalmente.. e il punto è che me ne rendo conto. Ma da adesso sarà diverso, sono determinato e irremovibile, le cose stanno per prendere una piega diversa.
Ora però scusate ma devo proprio andare. Stanno iniziando i Simpson su Italia uno.

BREVE CONSIDERAZIONE ESTIVA VIOLENTA

Io le zanzare non le ammazzerei; le picchierei. Vogliono il tuo sangue e mica solo se lo prendono, no.. ti lasciano pure il fastidioso prurito.
Robe da matti. Esseri miserabili, le zanzare.
Le prenderei proprio a schiaffoni che tornano a casa tutte picchiate e devono dire a tutti cosa gli è accaduto e perché.
Devono dire a tutti che le ho picchiate io.


LIVE FROM LIFE

Non si può mica sempre vincere. Perdere però pare di sì. Frustrazione.

E allora per distrarmi oggi son venuto a vedere delle bestie in uno zoo, che qui preferiscono chiamare parco faunistico, in un posto in cui venni la prima volta all’asilo 28 anni fa. Come prego? Ventotto. Ah.
Osservo le bestie, ma ancor più osservo gli umani che guardano le bestie. Che teneri, dentro la loro gabbietta senza sbarre, gli umani. Ci sono diversi gruppi di bimbi-insegnanti che mi riportano indietro di quei ventotto anni, proietto un piccolo Me, lì fra tanti, la maestra Maria Teresa, il mio inseparabile amico Alessio, tutti molto rumorosi, euforici e ancora ignari di che insensato casino sia la vita degli adulti, per colpa degli adulti, che una volta erano bambini.. e una considerazione mi appare lampante; un tempo ero veramente basso. Non una gran considerazione.

È un martedì, e il martedì si sa, non è nient’altro che un tardo lunedì e la gente lavora, studia.. Il parco faunistico è semivuoto. Leoni, Tigri, Ghepardi, Scimmie, Giraffe, Rinoceronti, Alligatori and more.. Il momento più intimo l’ho avuto con una tigre, che mi guardava con un attento sguardo felino, con io che di contro gli dedicavo un intenso sguardo mammifero semplice, e lei che insisteva a fissarmi con un’espressione che poteva voler dire “Ehi ma io e te ci conosciamo? Ventotto anni fa? Bambino basso con la classe della Maria Teresa?” – E io che perso nei suoi occhioni e grande amante delle enormi zampe visualizzavo un’amicizia miracolosa uomo-tigre, mentre ci rotoliamo giocosi nella gabbia, tra l’invidia di tutti voi altri esseri umani che invece verreste sbranati dal meraviglioso esemplare carnivoro impropriamente ubicato in Val brembana.
Il sopraggiungere di una scolaresca mi riporta alla realtà e mi induce ad abbandonare il mio scambio di flussi visivi con la bella bestiola felina.

Mi prendo una pausa, vado a ristorarmi mentre mi dedico a leggere due articoli di una rivista che mi sono portato. Si tessono le lodi di Snapchat, ennesimo Social Network che pare avere un successo tanto impressionante quanto – a parer mio – insensato. Lo dico senza paura di essere smentito; una meteora.

La giornata è estiva, mi viene voglia di sdraiarmi su un prato, magari quello dei ghepardi. Che ho scoperto che miagolano. Dal predatore carnivoro più veloce e feroce di tutti di aspetteresti un urlo di battaglia perentorio, invece no: Miao. Prima di andarmene approfitto dell’assenza di bambini per tornare prima da quel pigrone del leone e poi dalla mia tigre che è ancora lì vigile e segue con lo sguardo il mio arrivo. Forse però prima mi sbagliavo. Ora sembra proprio guardarmi come a dire “Ringrazia che c’è la rete, altrimenti ti predo. Preda”.

La vita non è un film a lieto fine. Non si può mica sempre vincere. Perdere però pare di si. Frustrazione.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: