Archivi tag: Pensieri

NON HO CAPITO BENE LE COSE

Dev’essere stata colpa del fatto che son stato bocciato in seconda liceo. Fieramente bocciato posso dire, a vederla da qui, dal 2017.
Oppure la colpa è del mio professore di estimo, che non stimo.. e stimo che sia in pensione, immeritata pensione vista l’inadeguatezza palesata a insegnare, estimo.
Non escludo sia colpa di Weinstein che mi stuprò quando ero piccolo se non ricordo male. Facendomi bocciare. #metoo.
Può essere colpa di Donald Trump che possiede il bottone rosso per far saltare in aria tutto, che è un po’ come dare in mano le chiavi del parco giochi sotto casa al bullo del quartiere.
Ho ragione di credere che abbia le sue colpe il capitalismo, la cuccia in cui sono nato, che ti fa sentire azzurro, coccolato, poi più marrone, cioccolato, e ti affida al goloso.
Di colpe ne ha la televisione, che intrattiene passivamente e ti adagia sul tuo cazzo di divano annientando la creatività, e se ora sono qui e sto scrivendo è perché l’ho spenta forzosamente, e niente Liverpool Chelsea, non questa volta, che stavolta devo creare cose che prima non esistevano e ora stanno prendendo forma, e belle o brutte è irrilevante, perché fare ti da il controllo, ai posti di comando della propria vita che lo dico ai più distratti, è l’unica cosa che abbiamo.
La colpa poi è certamente dell’essere umano tutto, che a partire dal condominio, rione, Provincia, REgione, NAZione, SeSSo, DENARO, RELIGIONE, POTERE, mette a pecorina il rispetto della propria e altrui vita e perde energie, salute, tempo, denaro.. VITA.. inseguendo cose. Cose non poi così chiare, onestamente.
Ho ragioni, molte, di credere sia colpa della Religione, testi antichi, obsoleti, anacronistici elevati a Sacri e strumentalizzati da ogni fazione che in cuor suo deride l’altra per l’assurdità di alcune credenze, ignorando la ridicolezza delle proprie.
E colpa ne ha Padre Livio, direttore di Radio Maria, che nei miei viaggi notturni ascolto diviso fra la curiosità di capire, e l’incredulità nell’ascoltare aria fritta raccontata con convinzione, come genitore che abbindola il bimbo con la storia della fatina dei denti. Padre Livio che sostiene come se fosse la cosa più normale del mondo che la Madonna appaia regolarmente a quattro veggenti slave lasciando messaggi un po’ criptici, da decriptare se vogliamo salvarci da un presunto Satanasso.
Così fosse colpe ne avrebbero anche loro dunque, La Regina della Pace e la Trinità tutta, per l’inopportuna non chiarezza. Già che appari sii chiara, dico io, Maria.
E la colpa è indubbiamente anche mia, che sono travolto da tutto questo, connivente, parte dell’ingranaggio, coccolato, cioccolato, sgocciolato, annientato, idiota, che a volte riemerge, come ora, e spegne la tv, accende la radio, Spotify, Brunori Sas e affini, e crea qualcosa, non so cosa, ma qualcosa. Qualcosa che comunque vada resterà, e che un giorno rileggere sarà bello, difficilmente brutto, sarà una testimonianza di me, di una accattivante versione non aggiornata di me.

Sia di chi sia la colpa di tutto questo, resta il fatto che in questo mondo, ad oggi, novembre 2miladicias7, ecco io, sostanzialmente.. Non ho capito bene le cose.

Annunci

QUASI QUASI RISCRIVO

Non ricordo, forse un distaccamento voluto, sicuramente non sofferto, smettere di scrivere per un po’, per lasciare tempo al pensiero, che scrive a suo modo lui, su fogli di nebbia ove l’inchiostro non s’attacca, eppur non tutto si disperde, qualcosa rimane fluttuante in quelle nubi, che serve un temporale per scaricarsi in parole che restano, sotto forma di flusso, fiume in piena di intenzioni mal spiegate ma ben affilate, agopuntura, qualcosa riattiva, micro circolazione, di nuovo qui a pender parte a qualcosa che non sposta gli equilibri di un cazzo di niente nel mondo, semplici parole, a volte ironiche spesso riflessive di certo sempre scelte con accuratezza per donar senso e direzione a un pensiero che si è gonfiato, uragano Irma, paura per Miami e di Cuba nessun cenno, schifosi informatori, mi occuperò di voi, non adesso che non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è intenzione. Che vi importi o no, sono tornato.


L’ERBA DEL VICINO È VERDE GIUSTA

Dopo mesi di freddo, il locale torna ad avere un significato. Il grande terrazzo con accesso diretto alla spiaggia è il suo punto di forza e si distende rivolto allo spettacolo offerto dalla natura che in quel tratto di costa ne disegna una rientranza che definisce un piccolo golfo.
L’ora in più di sole, il cielo limpido, i ritmi pacati del giorno libero, la bella stagione che va a iniziare in contrasto con la bella stagione sportiva che va a tramontare, riempiono di significati – percepiti ma non espressi – il momento. Significati agrodolci, che rimandano a immagini.

IMG_6349

L’immagine di una birra con gli amici di una vita, sul far della sera.
Che se cambi la punteggiatura viene tipo;
L’immagine di una birra con gli amici, di una vita sul far della sera,
che ne dipinge la versione nostalgica da cui sono travolto se penso al continuo inesorabile accumulo uno dopo l’altro dei secondi/minuti/ore/giorni/mesi/anni. Secoli.
Inevitabile tratteggio del mio carattere, perpetua percezione del contrasto tra bellezza e fragilità dell’esistenza, visione di insieme che non lascia spazio a facili entusiasmi nè a profondi crolli emotivi.

C’è un gruppo di ragazzi pochi tavoli oltre il nostro, è una festa di laurea, festeggiano forte, forte come io non so fare da anni. E li invidio. Non che io sia infelice, ma.. come dire.. mi si rovesciano addosso tante questioni irrisolte, tanti avrei dovuto e avrei potuto, tempo passato, tempo gettato, occasioni non colte, cose rimandate e mai più riconsiderate.
E il tempo scorre mentre io mi sento troppo giovane per certe cose per cui in realtà sono abbastanza vecchio, questione famiglia, bambini, io, ma no, sto cosi bene adesso, ma quali bambini, che quelli poi continuano a piangere e vogliono cose, cose che se non gli dai poi piangono, ancora, ma non aveva già pianto prima? Si si, ma piange ancora. Ok, va bene, ma se posso permettermi, tutto quel liquido lacrimoso, di preciso, dove lo tengono? Non so, ma piange. Si si ho capito, smetterà. Dici? Si. Dico.
Il punto è che bisogna stargli addosso h24 e addio viaggi, ozio, amici, libertà.
Però poi guardo bene la mia carta di identità che mi urla addosso che ho quasi anni trentaquattro, e continuo a vivere come dieci anni fa, quindici anni fa, innamorato di un pallone a cui corro dietro, con la differenza che allora ero contornato da uomini dieci/quindici anni più vecchi, e avevo una carriera davanti, mentre ora da ragazzi dieci/quindici anni più giovani, e ho una carriera alle spalle, e tanti pensieri imminenti, che non ho ancora capito bene se una casa la voglio comprare, o stare in affitto, mutuo, tasso fisso o variabile, che cazzo ne so, apro una attività? Non è il caso, non sai quanti casini, mi dicono. A Varese? A Varese non funziona niente mi dicono degli altri. Si ma altri chi? Eh, voci, voci di corridoio. Ma quali corridoi, corridoi di un tribunale? Corridoi Vasariani? Di quali corridoi stiamo parlando? Eh, voci che si sentono, rumors. Ah.

Parte un coro, un coro che interrompe i miei pensieri, un coro festoso rivolto al laureando, e in alto i calici, gente euforica, una corona di alloro sulla testa dell’ennesimo dottore italiano, tutti con la camicia bianca, tutti giovani e bellissimi, tatuaggi che sbucano dal colletto, dalla manica, dal risvoltino del pantalone, acconciature folte e alla moda, occhiali da sole, in piedi sui divanetti, padroni del mondo.
La bella vita. Vivono il sogno di tutti.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, pronto a brindare, che ho sentori di simil invidia per un gruppo di festanti venticinquenni qualunque? Ma perchè? Qualcosa non torna.

E infatti è tutto un bluff ! Che sbadato, quasi subivo l’ennesimo inganno della “Sindrome delle cheerleader“. Quella sindrome che ti fa apparire come un gruppo di fighe stratosferiche un gruppo di ragazze pon-pon, fino a quando non scomponi l’insieme e ti concentri su ognuna di esse, separatamente, scoprendole al più carine, sovente veri e propri sgorbietti. Ma nell’insieme fanno un figurone.
Così scandaglio meglio i singoli che compongono l’insieme e ne traggo ragazzi normali, alcuni con chiari problemi di linea che prima avevo incredibilemnte ignorato, altri ancora eccessivamente pallidi, chi con una postura poco invidiabile, chi stempiato, non tutti poi così euforici come mi apparivano quando li vedevo come unica entità festante-bene. Alcuni addirittura annoiati in disparte, ai margini della festa, intenti a smanettare con lo smartphone.

Ennesima lezione di vita che sbiadisce l’intensità del verde che siamo soliti ammirare nell’erba del vicino.

Il locale si riempie, tutt’intorno siamo circondati da coppiette, amici, amiche, un trionfo di selfie uguali a tanti altri che solo instagram ci dirà quanto valgono grazie alla ghigliottina dei Mi piace. Il popolo del futuro, super connesso, è tutto lì.

E poi ci sono loro, tre anziani in salute, verso i settanta che bevono birra, appaiono felici, niente smartphone sul tavolo, sembrano sapere cose che io non so, sarà saggezza, sarà esperienza, sarà quel che sarà ma sta di fatto che sono perfettamente a loro agio in un contesto giovanile che bada molto all’apparenza; se ne fottono, loro.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, brindante, li guardo con stima, con invidia anticipata, sarà la mia ambizione arrivare a fin lì, arrivare a quell’immagine:

“Una birra con gli amici di una vita sul far della sera”

E la punteggiatura, in fondo, è irrilevante.


EVENTI DA NORD EST

Il mattino alle 7e30 sono già lì sveglio. Inusuale.

La giornata nella città veneta è un antipasto di primavera. La Sala colazione riservata alla squadra è deserta a quell’ora, sono primissimo. Appoggio il libro che mi sono portato e mi appresto ad avvicinarmi al buffet, ancora rintronato e con gli occhi che devono abilitarsi a tanta luminosità. L’ovale salone è molto ampio, e il buffet è di quelli in cui è sconsigliabile imbattersi se -come me- non hai ancora deciso cosa vuoi mangiare.
Diviso lungo tutto il perimetro della sala in quattro postazioni, un po’ di roba qua un po’ di la, le marmellate fatte in casa laggiù, quelle confezionate qua, la macchinetta del caffè lì, il thermos col latte caldo là, le posate già in tavola tranne il cucchiaio, che se vuoi il cucchiaio è vicino ai cereali, e i cereali eccoli là in fondo.
Abbondanza in ordine sparso.
In stato confusionale post risveglio il rischio di vagare da una parte all’altra per diverse dozzine di secondi è garantito, e infatti così faccio, riuscendo soltanto a impossessarmi delle fette biscottate che si sono poi rivelate essere frantumate. Che le fette biscottate frantumate sono più inopportune di una pozzanghera in salotto. Nel mio girovagare ero accompagnato dalla netta sensazione di essere osservato e giudicato come un una specie di idiota delle colazioni da parte delle due cameriere più servizievoli del pianeta, che in questo deserto avevano occhi solo per me e che infatti hanno presto iniziato a incalzarmi con domande troppo premature e insistenti se rapportate al mio stato psicofisico ancora in fase non lucida: “Le porto qualcosa?” “Cosa cerca?” “Se vuole le marmellate sono laggiù” “La tazza preferisce questa o quella..”
Al che nella mia testa è successa una cosa tipo così;

“NON LO SOOOOOOO, HO UN RITARDO MENTALE, HO LA GIUSTIFICA, NON SONO IN GRADO DI INTENDERE E VOLERE, HO LASCIATO LE 500 LIRE NEL CARRELLO, HO TROVATO IL PASSAGGIO A LIVELLO ABBASSATO, È GIA USCITO IL TRENTASETTE? VOGLIO PARLARE COL MIO AVVOCATO”

E invece non riuscendo neppure a sostenere lo sguardo delle inservienti tanto gli occhi erano socchiusi, ho inserito il pilota automatico che mi ha condotto al porto sicuro, cappuccino e brioche, che va sempre bene, nonostante non fosse la mia reale prima scelta. La ragazza mi indica la macchina fai da te multifunzione alla mia sinistra chiedendo se volessi servirmi da solo altrimenti avrebbe fatto lei.. boh faccio io dai, anche se a questo punto il tuo ruolo è depotenziato cara mia – penso. Prendo la prima tazza che vedo, è da thè e me lo fa prontamente notare, dice che quelle dei cappucci sono le altre, io accuso il colpo ma minimizzo sostenendo con espressione sorniona che non è un problema l’importante è che sia buono il contenuto. Mah. Classiche frasi che spostano l’attenzione sul filosofico spiccio, finemente ironico e polemico nei confronti di un mondo che bada più alla forma che ai contenuti, come fece la mia vicina di casa col cane, incontrata in ascensore mentre portavo nei bidoni sotto casa i miei quattro differenziati sacchetti di spazzatura. “Tu fai la differenziata” – le chiesi vedendola osservarmi. “No no, io già mi occupo di differenziare le persone” – mi ha risposto. A me. Lei. 23 anni al massimo. Mi ha detto. Di differenziare le persone. Si occupa. Lei. A me.
Al che nella mia testa è successa una cosa tipo cosi;

“MA VATTENE AFFANCULO, CHE CAZZO OOOOOOOOH CI AZZECCA, MA PUTTANA LA EVA, MA CHI TI CREDI DI SEI CHI*? (*quando sbrocco parlo un po male) MA VACCA BOIA, ORA TI ACCAREZZO MALE IL CANE, MA DI CHE MINCHIA PARLIIIIIIII????”

E invece ho glissato dicendole; “Ah capisco… Che bella cagna”
“No, non è femmina è un maschio”

Si si okay, ma io non parlavo del cane.


CANI DA ASFALTO

Apnea. Suoni ovattati, visibilità scarsa, gravità modificata, fluttuazione, precarietà, bolle d’aria, nessuna parola, pensieri a breve termine, spirito di sopravvivenza che quando l’ossigeno manca spinge, agita. Emergere o affogare, vivere o morire, bianco o nero. Non c’è più tempo per rimandare. Agire, bisogna agire, piuttosto sbagliare, ma agire perchè restare fermi significa arrendersi e morire da idioti, senza combattere, senza dignità.
E cosi agisco, reagisco, riemergo, rimasto in apnea in quel fluido gelatinoso per troppo tempo e troppo silenzio, ora ho voglia di parlare, di cantare, persino di gridare, per smuovere quel qualcosa di me che si è ghiacciato o forse cementato o perché no, gratinato. Dire cose senza senso, come il titolo di questo pezzo; per sentirmi vivo, per uscire dal sensato, per sfuggire a tutta quella logica che delimita la mia magnifica e insulsa vita, sterzare tirando il freno a mano, rischiare qualcosa, a costo di fallire, voglioso di fallire e risollevarmi, ancora e ancora, a braccia larghe con lo sguardo rivolto al cielo sentire la pioggia sul mio viso, ascoltarla, sentirmi vivo con la semplice e immensa essenza della vita, sfuggendo a tutto quel superfluo che distrae, inganna, imprigiona, gelatina. Apnea.


TRUMP ALL-IN DI LANCIO

E niente, mi è venuto in mente sto titolo, mi faceva un po’ ridere, e tutto sommato ha pure senso vista la partenza di Mister President, che è stata subito come dire.. bella lanciata e nella quale in pochi giorni ha già messo tutto sul piatto, all-in.
Ho un’opinione altalenante sul biondo, trovo ottime le politiche di riportare le aziende all’ovile, pessime quelle ambientali, sciocche quelle sull’immigrazione, ma ho sempre il sospetto che la stampa tenda a massacrarlo oltre ogni demerito, quindi mi informerò meglio prima di sparare sentenze come tende a fare l’essere umano social-bar.
Ad ora mi affascina e mi terrorizza al contempo.
La sensazione è che potrebbe rivelarsi l’uomo di cui il mondo aveva bisogno, oppure l’uomo a causa del quale esploderà il definitivo gran merdone.

Quel che è certo, è che non sarà una presidenza che passerà cazzo-inosservata (cit.)


GRIGIE PERPLESSITÀ

Stamattina mi sono svegliato ed ero perplesso. Ed è inevitabile quando la sera vai a letto perplesso. Inoltre l’apprezzatissimo orologio SparaOrarioSulSoffitto per qualche ragione non sparava orario sul soffitto, la qual cosa ha aggiunto dell’altra perplessità, rendendomi così perplessissimo.
Pochi istanti di rimessa a fuoco dei pensieri ed eccomi di nuovo in verticale: pipì denti faccia vestirsi e al bar. Avere il giorno completamente libero è una bella sensazione se sei sereno. Ma stamane non ero sereno, ero perplesso appunto.
Provo a spiegare meglio lo stato d’animo. Tipo un frullato di delusione-stupore-incazzatura. Alcuni esempi:
– Schiaffo inaspettato preso da un genitore 
– Nota sul registro per futili motivi
– Cacciato a far la doccia senza spiegazioni
– Multa salatissima per piccola infrazione
– Finire in nomination per mano di un tuo amico
Questioni per cui scatta l’esame di coscienza, che nel mio caso prevede iniziale Vaffanculo di massima verso l’istituzione, per poi convergere in valutazione il più imparziale possibile delle mie effettive responsabilità per l’accaduto, per poi sfociare in infinite rimuginazioni che tendono a creare una posizione finale ufficiale riguardo all’accaduto.
Ecco, questa fase finale è ancora piuttosto lontana, i lavori si stanno protraendo nel mio cranio dall’intera giornata.
E nel tornare a casa, avvolto in questi grigi pensieri, in un grigio e freddo giorno di gennaio, un signore dai grigi capelli è uscito spedito da una oscura sala slot spalancando la porta che dava sul grigio marciapiede in cui io grigiamente passeggiavo, tagliandomi di netto la strada e non urtandomi per pochi centimetri grazie soltanto alla mia rinomata abilità di frenatore. Fosse stato per lui ci saremmo grigiamente scontrati. L’ho guardato allontanarsi verso la sua grigia vettura parcheggiata in sosta vietata.
Nervoso. Alle 11. Lunedì. Appena uscito da una sala slot. Quello si che è un ebete – ho pensato, perplessissimo. E immotivatamente ho sorriso.


FINI PENSIERI DI FINE ANNO

All’improvviso, durante un poker online (che per la cronaca è tuttora in corso) e senza ragione alcuna, mi è balzato alla mente questo termine; imperituro. Aggettivo? .. direi di si.

Scusate ho un intrigante JK a quadri…
… Perso.

Va beh. Imperituro.
Non lo sento nominare da anni, è più desueto del termine “desueto”. A dire tutta la verità non so neanche cosa significhi, sempre che esista. Già perchè per un attimo ho anche avuto il dubbio che esistesse realmente. Tra poco vado a cercarlo.
Contestualizzato in una frase sono piuttosto confidente di riuscire a carpirne le significanze, anche perché non ci vuole un genio onestamente.
Dovessi avventurarmi direi che è sicuramente un termine cazzuto, che indica uno che si impone in modo, come dire .. imperituro! Senza esitazioni, pronto a calpestare tutti e tutto per perseguire un proprio fine.

Vado a consultare la Treccani..

Imperituro. Destinato a non perire, che non avrà mai fine. Eterno. Immortale.

Avevo ragione a dire che era un termine cazzuto, potevo fermarmi lì. Invece no, la mia ignoranza si è rivelata ancora una volta, come dire.. imperitura.

 


TUTTO MOLTO BULLO

“Una mela al giorno leva il medico di torno” – disse un giorno un imprecisato tizio. E mai avrebbe immaginato di riscuotere tanto successo da passare alla storia. Presumo.
Erano tempi in cui anche una banalissima rima era capace di elevare a poeta chiunque.. e in cui una barzelletta brutta – ma in rima – ti incoronava ‘simpatico guascone‘ del villaggio. Tempi immaturi, visti da angolazione odierna.
Perché ho detto questo? Boh ho iniziato a scrivere a caso ed eccomi qui.

L’approccio all’ironia comunque è un tema curioso. Da infante ad esempio – tipo all’asilo – ricordo che andavano per la maggiore un trittico di tranelli in rima che facevano tanto ridere. Senza la benchè minima ragione.

Hai sete? Vai dal prete. Hai fame? Vai dal cane. Hai sonno? Vai dal nonno.
E giù a ridere. Beata senilità infantile.

Se mi imbattessi oggi in un bimbo che mi invita ad andare dal cane se ho fame, cercherei di sensibilizzarlo razionalmente sul non-senso della cosa.
Anzitutto gli farei notare che non fa rima, in secondo luogo lo torchierei di domande sul senso di approssimarsi a un cane quando si è in cerca di cibo.

Che cani conosci tu, bimbo? Sentiamo, avanti.. cani-chef forse? Ora mi spieghi che senso ha quello che hai detto.
E non credere che nasconderti dietro alla gamba del papà dissipi il mio desiderio di risposte, vieni fuori da lì, codardo
!”

Facile nascondersi dietro alla gamba del papà. Pagliaccio.


HOLIDAY ILLUSION

Viaggiare aggiunge un senso ai cinque già noti; vedi-annusi-tocchi-ascolti-gusti e.. impari.
Viaggiare è insegnamento, notare cose e collegarle ad altre in un connubio causa/effetto, se/allora.
E se ci pensi, vivere di passaggio un luogo è ancor meglio di viverlo stabilmente perché sei in quella fase di inizio “.. quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora..* 
Le vacanze sono un trailer della vita, momenti salienti racchiusi in un ristretto arco di tempo; accadono più cose in tre giorni di vacanza che in un mese di indistinguibile routine.
Viaggiando hai la chiara convinzione che così dovrebbe essere la vera vita, ti prometti di allungare la mano in quella direzione da lì in poi, e provare ad afferrare ciò che è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, inafferrabile. Ma in quello stato mentale leggiadro te ne sei scordato e tutto sembra facile, chiaro, naturale.
Fino al giorno in cui si rientra a casa, come noi, oggi; ci si guarda negli occhi.. e sembra di non esser mai veramente partiti.
Illusione.

*(cit. Niccolò Fabi - Costruire)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: