IN CORONAVIRTUS

Lunedi 9 Marzo 2020. Poche ore dopo il decreto zona rossa “State a casa”

Seduto in questo treno semivuoto, in viaggio verso il lavoro, mi sento colpevole di una qualche sorta di malefatta. Incrocio fugacemente lo sguardo con un altro raro passeggero; quell’intenso e infinitesimo attimo contiene un poema. Con lo stesso denudato pudore torniamo ognuno a lavare i propri panni sporchi nel lavatoio dei nostri display, io intento a scriverne per smacchiare la coscienza, e lui.. beh lui non so, come potrei?
Strofinarmi le mani con gli ultimi profumati residui di un’amuchina non di marca acquistata mesi prima in un negozio di cianfrusaglie per meno di due soldi europei, mi fa sentire un po’ più civile della media, e quindi una persona migliore.
Ma poi perchè tutto questo disagio? Il treno va. Voglio dire, copre la tratta… e quindi è lecito servirsene, cioè, vuoi dirmi che all’improvviso Greta Thunberg non conta più niente? Dovrei mettermi a inquinare a bordo della Jeep Diesel, peraltro stando bene attento a non praticare quella virtuosa pratica che è il car pooling? Suvvia, siamo seri..“ – cerco così di convincermi della linearità della mia azione, proprio mentre si fa spazio la vera e unica ragione dell’interior disagio, efficacemente espressa dal mio lato moralizzatore, che chiameremo insensatamente Ingegner Pini: “Si ok, il treno va, e allora spiegami perché stamane la tua premurosa madre si è tenuta ben distante da te, meschino utilizzatore di treni e metropolitane in tempo di pandemia! Sei la feccia della società, redimiti, farabutto!

Sa essere molto crudo l’Ing. Pini quando si siede al tavolo delle riunioni con me stesso.

Il regime di vita adottato negli ultimi mesi, totalmente improntato su treni e metropolitane, veicolatori piuttosto noti di mali stagionali, già di per sè mi eleva a potenziale untore, e la percezione di esserlo aumenta considerando la surreale assenza di presenze intorno a me.
Insomma, tornassi indietro, stamattina avrei preso l’auto, non c’è dubbio. Ma non sapendo ancora viaggiare a ritroso nel tempo, facciamo che per oggi va bene così.

Il treno prosegue puntuale, nessun controllore viene a sondare le mie ragioni di viaggio. Tutto sembra nella norma, quando all’improvviso uno strano crescendo di solletico risale il setto nasale creando attimi di panico; è uno starnuto. Con abilità lo contengo e lo implodo, attutendo al massimo il rumore per non attirare le attenzioni delle forze speciali armate di cui tanto si parla. Nessuno le ha mai viste, e chi le ha viste non è più tra noi per poterlo raccontare. Dicono. Tempi strani questi. Tempi in cui crea più imbarazzo starnutire che scoreggiare.

Giorni difficili, direi particolari, ma assolutamente non tragici. Non è la fine del mondo. Volete dirmi che la razza umana non è in grado di resistere a una ventina di giorni di.. ferie a casa?
Più che mai, non c’è da lamentarsi. Non c’è da criticare niente e nessuno, non c’è da additare nè pretendere.. c’è da eseguire un semplice compito che ci hanno affidato: stare principalmente a casa.
E coscienti che vale sempre la regola che non per forza bisogna dire la propria opinione sui social se non si conosce l’argomento. Non sottovalutiamo la virtù del silenzio.
E allora forse tutto questo, che ora è soltanto disagio, potrebbe divenire occasione per meglio calibrare il sistema artificiale discutibile che abbiamo creato, e ritrovare qualche essenziale, utile, vera priorità per la propria vita.

Si, bravo, minimizza.. fai la morale a tutti! E mi raccomando, evita di dire che col crollo delle borse hai perso migliaia di euro in poche ore, e chissà ancora quante ne brucerai, tu e il tuo odiato (a parole) sistema finanziario, sempre pronto a collassare pesantemente ad ogni minima stronzata. Sei solo un inutile ingranaggio del sistema che millanti di voler combattere

Quel tizio riesce sempre a rovinarmi la giornata.

LA VITA È

Il 18 Luglio è data nefasta. Sono oggi Ventisette anni da quel giorno terribile, e oggi come allora mi chiedo quale senso abbia avuto ciò che accadde. Eppur la verità a cui sono giunto, è che voler trovare un senso all’esistenza significa affrontare la questione da una prospettiva profondamente sbagliata. La Vità è già di per sè un Senso. La vita non ha, ma è. Ausiliari simili eppur differenti. La fragilità dei nostri corpi, che il tempo dapprima cresce e rinforza, e poi deteriora e distrugge. La discrepanza tra corpo e mente, che quando quest’ultima raggiunge una coscienza rassicurante, il primo è ormai non più prestante per esprimere tutte le potenzialità che avrebbe invece potuto esplodere in passato. Una specie di condanna quella della mente, ostaggio di un corpo che non necessariamente la rappresenta, intrappolata in limiti fisici, estetici a volte, che non la fanno emergere appieno. A cui aggiungere le leggi chimiche e fisiche di questo pianeta, che come Ventisette anni fa, per futili motivi possono annientare una giovane vita. Mi perdo in queste pieghe, pensieri ondivaghi che hanno un capo ma non una coda, mi perdo mentre i miei giorni scorrono, ora particolarmente ricchi di stimoli, novità, incognite belle e meno belle, questioni esistenziali forti, necessità via via sempre più vitali, futuro non più così anteriore da onorare con scelte forti e coraggiose, scelte che cambieranno tutto e in fondo.. niente. Che in fondo basta vivere togliendosi un po’ di lucchetti, vivere come meglio viene, condividendo, con le braccia spalancate e un sorriso fiero rivolto al cielo. Anche quando piove. Consapevoli che se piove prima o poi tornerà il sole. E se c’è il sole, prima o poi tornerà la pioggia. Usando il senno.. ma coscienti che tanto la vita è già un senso. È già tutto qui.

A Carol.

CITARE NIETZSCHE SENZA SAPERNE UN GRANCHÈ

Lo scorrer del tempo offusca le unità di cui son composte le misure, decifrar se stessi e comprender a fondo che il lento sovrapporsi delle stagioni ti ha reso differente, maturo, sin anche vecchio in relazione a certi ambienti, divien di non facil acquisizione.

Non forse i tuoi occhi vedon attorno a lor lo stesso mondo? Non forse ancor continui ad esser quello stesso ragazzo che mestiera da anni in codesto ambiente?

Eppur la realtà ti prende a schiaffi quando citi ai tuoi scudieri quel gran giocatore che fu Rui Costa ed essi ti rispondon ch’eran sin troppo piccini per ben rimembrar le eleganti gesta del portoghese, che lo conoscon certo per la fama, come io di Pelè potrei dire, il chè mi lascia silenziose ferite nel constatar che ventanni quasi son passati dai miei esordi e trentasei son le primavere che mi appresto a festeggiar, e a dir il vero nacqui ad agosto, e allora son estati, le trentasei, e poi da festeggiar c’è ben poco, che nel mestier mio “trentasei” è l’autunno della carriera e il futuro è raggelante, spoglio; inverno.

È un proseguir continuo, una lenta evoluzione del proprio io che va silenziosamente aggiornandosi, stillicidio di gocce accatastate l’una sull’altra entro quel vaso che come da copione la goccia di troppo a un tratto fa traboccar e crear un fottuto sconquasso tutto intorno.

Sai che arriverà quel nefasto dì, quella goccia, dannazione se lo sai, ma poi nebbiosamente il pensier s’accantona, ridotto a icona, sommerso come sei dal quotidiano vivere.

Subentra l’umana propensione a difender se stessa da scenari infausti, quel senso di ineluttabilità che sfugge alla razional ragione, il cui manifesto è ben espresso dal secolar interrogativo su quale sia il senso della vita, e quindi della morte.

Il proprio io trova dunque necessario rifugio nel tepore dello Spirito Apollineo, acutamente da Nietzsche definito come ordine artificiale necessario a crear armonia e razionalità là dove il caos prospererebbe e indurrebbe a smarrimento.

Eppur ciclico come ruota, ritorna quel dì in cui Apollo lascia spazio a Dioniso, il suo alter ego, e riemerge il pensier nichilista sull’assenza di senso, tilt cerebrale in cui il gelo polare torna prepotente a seppellirti sotto una coltre di nevosi interrogativi.

Orbene è questa la condanna umana? Richieder ostinatamente il senso delle cose sin anche là dove il senso non s’ha da avere? 

Forse.

Ma è altresi vera verità che la vita ha una sola direzione temporale; va in avanti. Par banale, ma ogni volta che lo riscopri il presente si veste di nuovi panni, e acquisisce più consistenza, più valore.

Prendi coscienza di avere coscienza. Oggi. Adesso. Qui.

E così io, ora, come a scuola il preside fa con l’indisciplinato alunno, recito il ruolo di preside di me stesso, e convoco l’indisciplinato io, per aggiornarlo sulle priorità che cambiano, e lo induco a liberarsi di zavorre che prima mai avrei ritenuto tali, fondanti priorità ora non più essenziali, in fondo non funzionali. Non più.

Significa forse questo, crescere? Saper rinunziar a qualcosa che pur ancora ami, prendendo coscienza che essa ha ormai esaurito la sua forza? E fino a che punto lottar per mantenere in vita un amore.. in fin di vita? Quando, mi domando, smettere di lottare per esso, senza sentirsi vigliacchi e vili?

Il pensier qui si placa, al cospetto di interrogatori colmi di tali e tanti interrogativi, e il bello è forse proprio codesto; Non saper, a questi, replicar.

L’umana condizione prevede il ragionamento e prevede interrogativi da snodare, ma prevede altresì l’assenza di risposte nette, chiare e certe. Esse son semmai da ricercar nella pratica, sul campo, giorno per giorno, con incontri, relazioni, esperienze.. perché in mezzo a questo meraviglioso postaccio che è la vita, ciò su cui si può agire, per provare a determinare qualcosa che consenta di aver ricordi lustri e futuro migliore, accade solo in diretta.

E la vita cos’altro è se non una lunga, folle, eterna diretta?

PILLOLE METROPOLITANE

Solito treno, solito ritardino, non eccessivo ma perfetto per farmi sfuggire di un niente la successiva coincidenza. Talmente al limite da indurmi a credere di potercela fare e servirmi così dell’ormai collaudata modalità “passo meneghino” un genere di passo svelto, frenetico, ben lontano dalla mia natura che invece è notoriamente lenta e svagata. Col risultato di scomodare il muscolo involontario cardiaco a pompare più sangue in giro per il corpo, annesso stress provocato al comparto visivo adibito a ricercare le traiettorie migliori per farsi largo fra la disomogenea folla in disordinato flusso e conseguente annientamento del lume della ragione, cestinato a favore di randagi istinti, che ingenerosamente sentenziano a male parole – sintetizzabili in “fate largo razza di idioti” – tutti quei tizi che si frappongono tra me e il traguardo. Su tutti, coloro i quali mostrano lentezza, incertezza, esitazione, flemma, distrazione, fin anche semplice errata postura… insomma, gente normalissima, dei potenziali “me stesso” dei restanti 364 giorni dell’anno.

Tutto sto trambusto per ritrovarmi a fissare quel binario, tristemente vuoto, che la metro per Gessate è già all’orizzonte, perduta per una manciata di secondi e costretto ad attendere, nervoso e sconfitto, il successivo treno.

Che poi passa dodici minuti dopo. Mica settantatre. Dodici.

 

DISORDINE CICLICO

Disordinato nei pensieri, il tempo mi scavalca, resto indietro, accuso il colpo, il cielo si oscura. Lunedi, una metro milanese, mi dileguo dalla folla, lo faccio addentrandomi nelle pagine di un libro di Terzani, che col suo genio intellettuale aggiunge ceppi di interrogativi alla mia foresta di dubbi con l’effetto inatteso di regalarmi quietezza anzichè il suo contrario. “Singolare” – penso.

Poi lo capisco il motivo, con ritardo, perché si, è vero, ci sono oggi troppe cose materiali che distraggono me, te, noi.. ma non in quelle in quanto tali affogano le ansie, di per se nessun fattore esterno confonderebbe una così acuta mente come si fregia d’esser la mia, non sarebbe sufficiente a dominarmi se solo avessi uno stratagemma, se avessi idee limpide, un piano, una direzione. Invece senza quelli, il vento a favore non può soffiare ben diceva il proverbio e si aggrappano alla mente quei pensieri scaleni, si accoppiano dispari, creando una matassa illeggibile, mischiata, confusa, disordine nei pensieri, che il tempo scavalca, e resto indietro, accuso il colpo.. e poi è di nuovo, inevitabilmente, buio.

READ IT, PAGLIACCIO

Scruto la mia stessa specie come ne fossi osservatore esterno, consapevole di farne parte, di esserne in grande percentuale compatibile, riservandomi una qualche unità percentuale di consolante distacco, con cui cerco di avversare la sconsolante deriva spirituale che l’ha contagiata. Sento voci tutto intorno, in autobus, in treno, in metropolitana, in tv, nei giornali, in radio, sul web. Osservo e ascolto, acquisisco e imparo. Mi interesso. Ne riporto una personale rielaborazione, spesso imprecisa per quanto più possibile onesta.

Non mi riconosco nei ritmi insensatamente frenetici del consumismo, eppur ne son attivo ingranaggio, lasciandomi da esso cullare e incantare. Vittima d’una strana forma di sindrome di Stoccolma, dimentico ciclicamente il male che mi infligge, lasciandomi attrarre dalla sua rassicurante estetica. E il dilemma allora si fa ancor più intrigante; riconoscere il misfatto è un segnale confortante? O forse ancor più allarmante rispetto a chi il problema neanche se lo pone?

Apprezzo il mezzo Social Network, il suo potenziale sarebbe travolgente, se non fosse inzuppato di ignoranza e presunzione che ne sconvolgono il senso. Trovo sciocco, a tratti imbarazzante, l’uso ostentato che se ne fa; se non ho niente da dire di interessante, preferisco restare silente. Se non ho niente da mostrare di rilevante, non pubblico selfie, non faccio dirette, non creo storie edulcorate della mia esistenza. Voi che lo fate, chiaritemi, e chiaritevi; chi sarebbe di preciso il vostro pubblico, i followers? A quanti interessano realmente sapere i vostri aggiornamenti sui piatti che mangiate, o quanto vi siete allenati in palestra? Chiedetevi, vi prego, quanti sono i veri Like, quelli cliccati con onesto interesse? Conteranno pure qualcosa, avranno più valore degli altri, non è forse così? La risposta la conosco. No, non lo è. Nella logica bizzarra in cui ci siamo cacciati, ammetto io stesso per primo che, per quanto inconsistenti nella sostanza, il numero di Like e Followers abbia un indubbio effetto nutriente su noi stessi. Essi sfamano, dissetano. Sono in grado di far sentire inclusi, adatti.. o al contrario alienati, incompresi. Di più, oggigiorno sono un vero e proprio Status Sociale, un’unità di misura, per vedere chi piscia più lontano. Non è forse questo un classico caso di grattacielo costruito sul fango? La costruzione della propria coscienza e della conoscenza di sè, non meriterebbe forse fondamenta ancorate a valori più solidi?

Attratto dalle mode del mio tempo, ma pronto a derapare, frenare, riconoscermi slow in un mondo sempre più fast, dove hai tutto a portata di clic, pronto ad essere scansato, dimenticato. Superato.
Troppi contenuti, troppi input, smarrimento di una direzione, e allora vincono gli slogan, vince il 5G, vince il clic, vincono le barrette dietetiche, vince Amazon, tutto e subito, veloce, istantaneo, che non c’è tempo da perdere per passare alla prossima schermata, al prossimo impegno, scollegato dal precedente e dal successivo, chiamare, messaggiare, essere reperibile, efficiente, pronto, rapido.

Ancora una volta, ancora di più, Avere è più importante di Essere. Uniformazione, smarrimento della propria unicità, questo vedo io, malinconicamente.

Credo semplicemente a rapporti più veri, profondi, basati sul rispetto dello scorrere naturale del tempo vitale e non da quello dopato da famelici divoratori di denari, che ti propinano tutto e subito per i propri interessi, nella cui narrazione sostengono siano anche i tuoi. Per questa ragione scelgo un blog, scelgo la scrittura come mezzo di espressione, meno immediata di un’immagine, meno impattante di uno slogan. Più lenta, più vera. Arriva soltanto a chi ha vero interesse, a chi crede che in queste righe possa esistere sempre qualche spunto di riflessione, o una costruzione del pensiero interessante, un’ironia di fondo per cui valga la pena essere arrivati fino qui, lentamente, in fondo al pezzo. Perché “..di essere attraente circondato da idioti, non me ne frega niente” (Zen CircusViva)

DEV’ESSERE SOLO UNA QUALCHE COINCIDENZA

L’anno scorso successe qualcosa che doveva essere solo una qualche coincidenza.

Era il Novembre 2017, era l’8 e il calendario vedeva la mia squadra impegnata a Fano. Non una data banale per la mia famiglia. È la data di nascita della mia cugina Carolina, come me classe ’83, un angelo che a 8 anni ha lasciato questa fragile esistenza. Inutile dire che il dramma abbia avuto un impatto distruttivo su tutti, non di meno su un bimbo della stessa età, suo compagno di giochi. La coincidenza volle che in quella partita io che non sono un assiduo realizzatore di reti, feci goal. I miei pensieri in quell’istante furono indirizzati immediatamente a lei “È per te.. sei stata tu Carol” – indicai il cielo.. e mi commossi.
La mia cruda e irremovibile razionalità subì una gran spallata quel giorno; Possibile che fosse un caso? Si.. certo che è possibile. Probabile direi. Una bella casualità però. Una coincidenza non banale. Magica.

Sarà così. Dev’essere così. Però poi.. 

Poi l’Aprile successivo, successe che il nostro ricercare un Casolare tra Romagna e Marche, ci condusse in quella che a settimane diverrà la nostra nuova casa e col tempo la nostra nuova attività. Dove? A Fano. A venti minuti da lì. Curioso, slegato emotivamente ma credetemi per me di già rilevante. Simpaticamente rilevante. Chiaramente una coincidenza che riporto giusto per la cronaca. Va bene.

Basta, tutto qui.. volevo solo raccontarvelo.

Ah no aspetta..

Ottobre 2018, questa settimana eccoci a Fano. Nel fare colazione la mattina del match ripenso all’anno scorso, a quel temporale di emozioni e penso che quest’anno però non è Novembre. È Ottobre. Ottobre. Già, Ottobre. Ottobre?Guardo il telefono e.. ecco, ho letto 14 ottobre. Un lampo, e poi un brivido ha percorso la mia colonna vertebrale, di nuovo un temporale dentro me: 14 ottobre, compleanno dello Zio Lucio, papà di Carol, amato Zio anch’egli andatosene prematuramente qualche anno fa.
Altra coincidenza? Si.. probabilmente si. Iniziano a essere tantine.

Vorrei credere che siano dei messaggi, che loro ci sono, da qualche parte nell’universo.. e abbiano mandato uno squillo. Un “Ciao”

Dev’essere solo una qualche coincidenza?
Dev’essere solo una qualche coincidenza.

Però..

ASSIEME SI EVINCE

Sono solo pensieri evasi, frasi, qualcosa di cui parlare, che par ilare, che lo leggi e stai bene, apre la mente, lamenta lamenti la mente – molto spesso, come un muro portante, muro importante per la propria casa, per la propria proprietà privata, per la propria età privata, privata dal tempo che si accatasta su se stesso, su sè steso, disteso lungo la time line dell’esistenza, appesi a un filo come d’autunno sugli alberi le foglie, follíe, un filo pronto a spezzarsi, precarietà di cui preoccuparsi in precaria età, e quelle promesse d’amore, che promettono cuore, premettendo dolore, donando in pegno l’impegno, promesse oneste ma grosse, che son grosse e oneste ma pur sempre promesse, basate sulla poca conoscenza, materia che sfugge alla tradizionale scienza, quell’umano intelletto e le sue grotte, in cui si annidano trame rotte, assenze di logiche cause/effetto che spiazzano, confondono, ti fondono, ti fan dono di ignoto, ti illudono che esista un disegno, di positivo segno, un destino che a te è riservato, già scritto su presunti fogli di nebbia, fumo, polvere, cenere e sabbia.

È soltanto illusione, di realtà elusione, di concetto allusione. Siamo soli, splendenti soli, solitari soli, ognun con la propria galassia interiore, tutto il resto è proiezione, che proietta all’azione, da una direzione ma non garantisce alla realtà adesione. Ognun per sè, monoposto, ma in pista con chi scegliamo, con chi amiamo, perché solo insieme si evince, che solo insieme si vince.

SOCIAL NETWORK

Tutto mutò col loro avvento, sottovalutammo la potenza del mezzo, ci rendemmo conto della sua influenza quando ormai il virus aveva infettato le nostre teste. Acconsentimmo l’utilizzo dei cookies, biscottini virtuali coi quali sfruttano noi per arricchir se stessi. Ci sentimmo liberi: liberi di scegliere, di esprimerci, di urlar noi stessi al mondo, senza peraltro che il mondo lo richiedesse. Una vetrina in cui espor se stessi, rigorosamente il solo meglio, che il peggio lo nascondiam sotto il tappeto, esteti, come il nostro tempo insegna.

Dai al popolo la libertà di esprimersi
e la confonderà con il dovere di farlo

Ma qual imbarazzo provo, oh utenti, a mirar le vite di voi ch’io nel real conosco, narrate attraverso il mezzo social, quanta maschera, quanto mascara, per edulcorar vite tranquille e dignitose elevate a sublimi, mirate a mostrar esistenze festose e ridanciane, che nel vero lontane son da quelle.

Necessitate forse di farvi schiacciare una costellazione di Like? Vi disseta questo? Ch’io poi son critico e attento a far uso giudizioso del mezzo, eppur a voi egual talvolta e non lo nego, nossignori, non nego di provar soddisfazione ad aver riscontro di un mio dire ironico, creativo, fotografico o vaghissimo che sia.

Da cosa nasce cotanto necessitar, mi interrogo. Bisogno di consenso? Di simbolico sostegno forse? Per sentir se stessi parte attiva d’un globo che uragana su se stesso, sospinto da venti tecnologici repentini assai troppo, che confondono e distolgono dall’umana vera esigenza, dalla vera essenza che dal principio dei tempi – quella no – non è mutata. Manipolatori sleali che spostano i cartelli verso sentieri inesatti, vicoli ciechi ove possano poi borseggiarti lontani da indescreti sguardi.
Non mi è chiaro come evitar di viver nell’insistito errore, così come non è claro questo mio italiano arcaico che talvolta mi vien da scomodar, che in fondo necessita di ometter qualche final vocale e il gioco è bell’e fatto.

Non è chiaro, andavo dicendo, ma la direzione è codesta ritengo; più possibil rivolta al pensier autonomo, conscio di viver – social – tra la gente, influenzato da essa, attratto come pianeta orbitante, che in circolo rotea attorno alla magna massa senza esser da essa inglobato, alla maniera del satellite lunar che così da millenni con la Terra interagisce.

Attratto. Ma non risucchiato.

DAL TRAMONTO ALL’ALBA

Gennaio 2018. Stazione Centrale, Milano.

È già buio quando arrivo e sarà ancora buio quando ripartirò. Dal tramonto all’alba. Soggiorno netto previsto; undici ore e spicci. C’è una logistica farraginosa ad attendermi. L’hotel prenotatomi è distante sia dalla Stazione che dallo Studio e non raggiungibile dalle linee metro, la qual cosa vista su una cartina disegnerebbe un triangolo – con tutta probabilità scaleno – e prevederebbe perdita di tempo nonchè diverse monete uniche europee da smerciare ai tassisti che, per quanto efficienti, sono notoriamente cari.
Farò ciò che mi pare giusto fare, andrò in un fast food, mi mal nutrirò, con tutta calma prenoterò un hotel in zona Stazione su Booking e disdirò l’altro.

Appena fuori dalla stazione, Milano.

C’è una nuova scultura impattante lì davanti, una mela alta 6-7 metri volutamente riferita ad Apple presumo, col morso però ricucito. Non mi dispiace affatto.
Tutto intorno palazzi moderni, zona riqualificata. Le luci della sera la vestono d’eleganza, hai la sensazione di essere al centro di qualcosa di grande, forse grandioso. Lusso, costi esagerati – a tratti esorbitanti – a contatto col degrado sociale, ben mascherato però. Lo noti dopo, quando torni con lo sguardo ad altezza uomo. C’è tutta un’estetica corale che fa sfuggire i particolari. C’è qualcosa di profondamente insano nel nostro sistema, direi disonesto, ma non lo dico.
Attraversando Piazza Duca d’Aosta sono decine gli uomini di colore assiepati sui muretti, divisi in gruppi, musica alta alcuni, urlano altri, di fondo sembrano felici, portano certamente folclore e chi sono io per mal giudicare, nessuno, però ecco.. in tutta onestà mi creano disagio. Disagio perché tentano di adescarti e venderti cose, tra cui droga, così, come se fosse normale. La droga.
Più di un paio di considerazioni populiste mi sorgono spontanee come ruttino di infante dopo poppata:

Uno. Ma cosa ci vuole a sgominare chi spaccia e da dove arriva la droga, se io in dieci secondi ne ho già incontrati due? Vien da pensare non ci sia una ferrea volontà. Vergogna, Stato connivente!
Due. Ma come fanno a vivere in una città così costosa se sono sostanzialmente poveri e senza lavoro? (Sicuramente vivono in sovraffollati appartamentacci di periferia, ok, ma alle considerazioni populiste non basta, vogliono risposte più trancianti)
Tre. Ma c’ho la faccia da drogato io?
Quattro. Salvini non ha tutti i torti, ruspe, ruspe, ruspe!

Ma per fortuna il populista che è in me ha la minoranza nel parlamento del mio senno, così vedo anche il lato umano di persone sfuggite a qualsivoglia problematica in cerca del benessere raccontato dall’occidente, benessere che esiste ma non per tutti, forbice sociale in allargamento e tutte quelle cose lì che conosciamo, che tutti tendono ad affrontare con visioni troppo parziali per essere accettabili e che anche se studiate a fondo non hanno neppure lontanamente una soluzione che sappia mettere tutti d’accordo in un clic. Detto questo, ma quanti sono?! E che cosa fanno per vivere, punto interrogativo? Ruspe. No, calma populismo. Vai a sederti.

Dopo il fast pasto io e il mio trolley rotoliamo fino all’hotel dove il milanese per eccellenza Massimo ci receptiona e con la tipica parlata meneghina mi da del pistola per aver prenotato con Booking, che se passavo direttamente riusciva a trattarmi meglio “che quelli lì si ciucciano il 18% dell’importo” – mi ha detto. È partito un dissing a Booking che non vi dico, che probabilmente sarà pure cara, ma “Va anche detto che senza Booking un terzo delle persone, immagino, non verrebbero qui” – mi sono permesso di asserire, ma lui ha tirato dritto, snobbando (secondo me di proposito) il mio sensato appunto.

Prima del mio impegno allo studio, riesco a vedere il primo tempo di Inter Roma in un pub lì a fianco, una Menabrea sei euro, sbam, però mi hanno dato anche un cestello di patatine. Quindi non è caro.
Il taxi per lo studio puntuale, preciso, 18 euri per sette km, senza neanche un cestello di patatine. Quindi è caro.

Nello studio il colloquio fila liscio, due chiacchiere lavorative, ho anche usato un passato remoto che mai ho usato prima, che di solito me la cavo con un passato prossimo, ma volendo usare il verbo soccombere.. abbiamo soccombuto? Cacofonico. Qual è il participio passato di soccombere? Soccosso? Ma no! E quindi il mio pool di esperti dell’intelletto ha virato prontamente sul troppo poco utilizzato passato remoto; Soccombemmo. Bravo, ben fatto, buona soluzione.
Un paio d’ore dopo sono fuori, tutto bene, tutto tranquillo, la mezzanotte è già passata e mentre cerco un taxi, mi imbatto in una fermata del bus 56 che per una simpatica coincidenza ha il capolinea nei pressi della Centrale. Niente taxi dunque, salgo senza il biglietto credendo erroneamente di poterlo fare a bordo, disturbo il conducente infischiandomene della scritta in alto che intima di non farlo, ma lui dice che non c’è bisogno, che sta corsa la offre lui. Me ne lavo le mani e sfrutto il mezzo pubblico gratuitamente, come del resto un tamarro milanese appena maggiorenne, tutto griffato e un po’ sovrappeso, e una inquietante ragazza non so di quale nazionalità che parlava da sola. Gente della notte.

L’ultimo km lo faccio a piedi, nella Milano notturna, un po’ eccitato e un po’ disorientato, viali e controviali, puttane in qualche angolo, gente come me sola a piedi che rientra verso non so dove, palazzi signorili in cui si scorgono tenui luci di Tv accese, immagino le vite al loro interno, immagino la mia come sarebbe se abitassi qui, scenderei in quel bar, andrei da quel panettiere.. e mentre sono disperso in un apprezzatissimo mood riflessivo  mi accorgo che è già l’una di notte, non mi va di dormire e tra cinque ore suona la sveglia. È quasi un peccato non sfruttare l’occasione per farmi un giro, anche se il mattino dopo ho treno e allenamento a Rimini.

E se andassi in piazza Duomo? Mi chiedo.

E se invece non andassi, e me ne andassi comunque a letto? Mi rispondo.

Che poi non è carino rispondere a una domanda con un’altra domanda.