LA VITA È

Il 18 Luglio è data nefasta. Sono oggi Ventisette anni da quel giorno terribile, e oggi come allora mi chiedo quale senso abbia avuto ciò che accadde. Eppur la verità a cui sono giunto, è che voler trovare un senso all’esistenza significa affrontare la questione da una prospettiva profondamente sbagliata. La Vità è già di per sè un Senso. La vita non ha, ma è. Ausiliari simili eppur differenti. La fragilità dei nostri corpi, che il tempo dapprima cresce e rinforza, e poi deteriora e distrugge. La discrepanza tra corpo e mente, che quando quest’ultima raggiunge una coscienza rassicurante, il primo è ormai non più prestante per esprimere tutte le potenzialità che avrebbe invece potuto esplodere in passato. Una specie di condanna quella della mente, ostaggio di un corpo che non necessariamente la rappresenta, intrappolata in limiti fisici, estetici a volte, che non la fanno emergere appieno. A cui aggiungere le leggi chimiche e fisiche di questo pianeta, che come Ventisette anni fa, per futili motivi possono annientare una giovane vita. Mi perdo in queste pieghe, pensieri ondivaghi che hanno un capo ma non una coda, mi perdo mentre i miei giorni scorrono, ora particolarmente ricchi di stimoli, novità, incognite belle e meno belle, questioni esistenziali forti, necessità via via sempre più vitali, futuro non più così anteriore da onorare con scelte forti e coraggiose, scelte che cambieranno tutto e in fondo.. niente. Che in fondo basta vivere togliendosi un po’ di lucchetti, vivere come meglio viene, condividendo, con le braccia spalancate e un sorriso fiero rivolto al cielo. Anche quando piove. Consapevoli che se piove prima o poi tornerà il sole. E se c’è il sole, prima o poi tornerà la pioggia. Usando il senno.. ma coscienti che tanto la vita è già un senso. È già tutto qui.

A Carol.

CITARE NIETZSCHE SENZA SAPERNE UN GRANCHÈ

Lo scorrer del tempo offusca le unità di cui son composte le misure, decifrar se stessi e comprender a fondo che il lento sovrapporsi delle stagioni ti ha reso differente, maturo, sin anche vecchio in relazione a certi ambienti, divien di non facil acquisizione.

Non forse i tuoi occhi vedon attorno a lor lo stesso mondo? Non forse ancor continui ad esser quello stesso ragazzo che mestiera da anni in codesto ambiente?

Eppur la realtà ti prende a schiaffi quando citi ai tuoi scudieri quel gran giocatore che fu Rui Costa ed essi ti rispondon ch’eran sin troppo piccini per ben rimembrar le eleganti gesta del portoghese, che lo conoscon certo per la fama, come io di Pelè potrei dire, il chè mi lascia silenziose ferite nel constatar che ventanni quasi son passati dai miei esordi e trentasei son le primavere che mi appresto a festeggiar, e a dir il vero nacqui ad agosto, e allora son estati, le trentasei, e poi da festeggiar c’è ben poco, che nel mestier mio “trentasei” è l’autunno della carriera e il futuro è raggelante, spoglio; inverno.

È un proseguir continuo, una lenta evoluzione del proprio io che va silenziosamente aggiornandosi, stillicidio di gocce accatastate l’una sull’altra entro quel vaso che come da copione la goccia di troppo a un tratto fa traboccar e crear un fottuto sconquasso tutto intorno.

Sai che arriverà quel nefasto dì, quella goccia, dannazione se lo sai, ma poi nebbiosamente il pensier s’accantona, ridotto a icona, sommerso come sei dal quotidiano vivere.

Subentra l’umana propensione a difender se stessa da scenari infausti, quel senso di ineluttabilità che sfugge alla razional ragione, il cui manifesto è ben espresso dal secolar interrogativo su quale sia il senso della vita, e quindi della morte.

Il proprio io trova dunque necessario rifugio nel tepore dello Spirito Apollineo, acutamente da Nietzsche definito come ordine artificiale necessario a crear armonia e razionalità là dove il caos prospererebbe e indurrebbe a smarrimento.

Eppur ciclico come ruota, ritorna quel dì in cui Apollo lascia spazio a Dioniso, il suo alter ego, e riemerge il pensier nichilista sull’assenza di senso, tilt cerebrale in cui il gelo polare torna prepotente a seppellirti sotto una coltre di nevosi interrogativi.

Orbene è questa la condanna umana? Richieder ostinatamente il senso delle cose sin anche là dove il senso non s’ha da avere? 

Forse.

Ma è altresi vera verità che la vita ha una sola direzione temporale; va in avanti. Par banale, ma ogni volta che lo riscopri il presente si veste di nuovi panni, e acquisisce più consistenza, più valore.

Prendi coscienza di avere coscienza. Oggi. Adesso. Qui.

E così io, ora, come a scuola il preside fa con l’indisciplinato alunno, recito il ruolo di preside di me stesso, e convoco l’indisciplinato io, per aggiornarlo sulle priorità che cambiano, e lo induco a liberarsi di zavorre che prima mai avrei ritenuto tali, fondanti priorità ora non più essenziali, in fondo non funzionali. Non più.

Significa forse questo, crescere? Saper rinunziar a qualcosa che pur ancora ami, prendendo coscienza che essa ha ormai esaurito la sua forza? E fino a che punto lottar per mantenere in vita un amore.. in fin di vita? Quando, mi domando, smettere di lottare per esso, senza sentirsi vigliacchi e vili?

Il pensier qui si placa, al cospetto di interrogatori colmi di tali e tanti interrogativi, e il bello è forse proprio codesto; Non saper, a questi, replicar.

L’umana condizione prevede il ragionamento e prevede interrogativi da snodare, ma prevede altresì l’assenza di risposte nette, chiare e certe. Esse son semmai da ricercar nella pratica, sul campo, giorno per giorno, con incontri, relazioni, esperienze.. perché in mezzo a questo meraviglioso postaccio che è la vita, ciò su cui si può agire, per provare a determinare qualcosa che consenta di aver ricordi lustri e futuro migliore, accade solo in diretta.

E la vita cos’altro è se non una lunga, folle, eterna diretta?

READ IT, PAGLIACCIO

Scruto la mia stessa specie come ne fossi osservatore esterno, consapevole di farne parte, di esserne in grande percentuale compatibile, riservandomi una qualche unità percentuale di consolante distacco, con cui cerco di avversare la sconsolante deriva spirituale che l’ha contagiata. Sento voci tutto intorno, in autobus, in treno, in metropolitana, in tv, nei giornali, in radio, sul web. Osservo e ascolto, acquisisco e imparo. Mi interesso. Ne riporto una personale rielaborazione, spesso imprecisa per quanto più possibile onesta.

Non mi riconosco nei ritmi insensatamente frenetici del consumismo, eppur ne son attivo ingranaggio, lasciandomi da esso cullare e incantare. Vittima d’una strana forma di sindrome di Stoccolma, dimentico ciclicamente il male che mi infligge, lasciandomi attrarre dalla sua rassicurante estetica. E il dilemma allora si fa ancor più intrigante; riconoscere il misfatto è un segnale confortante? O forse ancor più allarmante rispetto a chi il problema neanche se lo pone?

Apprezzo il mezzo Social Network, il suo potenziale sarebbe travolgente, se non fosse inzuppato di ignoranza e presunzione che ne sconvolgono il senso. Trovo sciocco, a tratti imbarazzante, l’uso ostentato che se ne fa; se non ho niente da dire di interessante, preferisco restare silente. Se non ho niente da mostrare di rilevante, non pubblico selfie, non faccio dirette, non creo storie edulcorate della mia esistenza. Voi che lo fate, chiaritemi, e chiaritevi; chi sarebbe di preciso il vostro pubblico, i followers? A quanti interessano realmente sapere i vostri aggiornamenti sui piatti che mangiate, o quanto vi siete allenati in palestra? Chiedetevi, vi prego, quanti sono i veri Like, quelli cliccati con onesto interesse? Conteranno pure qualcosa, avranno più valore degli altri, non è forse così? La risposta la conosco. No, non lo è. Nella logica bizzarra in cui ci siamo cacciati, ammetto io stesso per primo che, per quanto inconsistenti nella sostanza, il numero di Like e Followers abbia un indubbio effetto nutriente su noi stessi. Essi sfamano, dissetano. Sono in grado di far sentire inclusi, adatti.. o al contrario alienati, incompresi. Di più, oggigiorno sono un vero e proprio Status Sociale, un’unità di misura, per vedere chi piscia più lontano. Non è forse questo un classico caso di grattacielo costruito sul fango? La costruzione della propria coscienza e della conoscenza di sè, non meriterebbe forse fondamenta ancorate a valori più solidi?

Attratto dalle mode del mio tempo, ma pronto a derapare, frenare, riconoscermi slow in un mondo sempre più fast, dove hai tutto a portata di clic, pronto ad essere scansato, dimenticato. Superato.
Troppi contenuti, troppi input, smarrimento di una direzione, e allora vincono gli slogan, vince il 5G, vince il clic, vincono le barrette dietetiche, vince Amazon, tutto e subito, veloce, istantaneo, che non c’è tempo da perdere per passare alla prossima schermata, al prossimo impegno, scollegato dal precedente e dal successivo, chiamare, messaggiare, essere reperibile, efficiente, pronto, rapido.

Ancora una volta, ancora di più, Avere è più importante di Essere. Uniformazione, smarrimento della propria unicità, questo vedo io, malinconicamente.

Credo semplicemente a rapporti più veri, profondi, basati sul rispetto dello scorrere naturale del tempo vitale e non da quello dopato da famelici divoratori di denari, che ti propinano tutto e subito per i propri interessi, nella cui narrazione sostengono siano anche i tuoi. Per questa ragione scelgo un blog, scelgo la scrittura come mezzo di espressione, meno immediata di un’immagine, meno impattante di uno slogan. Più lenta, più vera. Arriva soltanto a chi ha vero interesse, a chi crede che in queste righe possa esistere sempre qualche spunto di riflessione, o una costruzione del pensiero interessante, un’ironia di fondo per cui valga la pena essere arrivati fino qui, lentamente, in fondo al pezzo. Perché “..di essere attraente circondato da idioti, non me ne frega niente” (Zen CircusViva)

VISIONI METROPOLITANE

Una bottiglia di cedrata da 1,5 litri, marchiata Auchan tra le mani. Immerso nei miei pensieri tutt’altro che interessanti sposto lo sguardo dalla bottiglia verso l’alto e incrocio il suo sguardo..

La metropolitana è un posto a tratti interessante, a tratti insignificante.. e mai banale. È un ascensore orizzontale. È un corridoio dal quale ogni minuto e mezzo scendono e salgono persone che freneticamente se ne servono senza quasi mai interagire, senza salutarsi, senza interessarsi. Silenti e con gli occhi dentro agli smartphone si eremitano nei propri angoli di mondo; soli, in mezzo a tanta gente.

Il mio sguardo, dicevo, incontra il suo. Un mezzo ghigno enigmatico sul suo volto di ragazzino qualunque, bruttino a dire il vero, vestito di una tuta sgualcita, un tantino troppo corta che lascia intravedere un deprimente calzino di spugna bianco tra pantalone nero e scarpa ginnica blu visibilmente abbondante di un paio di numeri. Lo accompagna una signora piuttosto ben tenuta, accattivante direi, troppo vecchia per essere la madre ma troppo giovane per essere la nonna, e troppo poco zia per essere una zia. La fierezza dell’enigmatico ghigno permane anche mentre svita il tappo della sua cedrata Auchan e ne trangugia alcuni sorsi pieni come fossimo nel mezzo di una torrida estate. Invece è dicembre. E fa un freddo becco. E sono le 11 di mattina.

Perplesso torno alle mie faccende.. sblocco lo smartphone, apro le note e inizio a scrivere: “Una bottiglia di cedrata da 1,5 litri, marchiata Auchan tra le mani..”
.. mentre la metro prosegue la sua corsa verso est, una fermata dopo l’altra. Ed io mi scopro improvvisamente uguale a tutti; silente, con gli occhi dentro allo smartphone, eremitato nel mio angolo di mondo. Solo, in mezzo a tanta gente.
La maggior parte della quale, ma non tutta, senza cedrata.

MAL ESPRESSO

L’autunno è arrivato col fare sbarazzino di un uomo di mezza età che fa il giovane, dando un immagine estiva di se stesso. La colonnina di mercurio si vanta di stare sui venti, ma io mi fido il giusto di tipi come l’autunno troppo estivo, così mi vesto autunnale perché sono stato educato a diffidare delle apparenze, io.

La temperatura percepita nasconde insidie, colpi di freddo, mi fido più del calendario e dell’ingiallirsi delle foglie. Come diceva sempre mia nonna: “Autunno, cadono le foglie e quindi vedi che ti metti la felpa.” Non è vero. Mia nonna non ha mai detto una roba del genere. Poi non parla mica così. Ho mentito. Non sono bravo a mentire. Mento sapendo di mentire. Dopo una mentos, mento sapendo di mentine. Comunque non mentos-spesso. 

Fatto sta che l’ho messa la felpa ma qui in questo caffè sulla spiaggia proprio sotto la ruota panoramica che hanno appena smontato (in quanto autunno), fa un dannato caldo, non mi riesce di leggere felice il bel libro, troppo sole, troppo caldo, troppo non ventilato, troppa felpa che poi una volta tolta.. addirittura troppa t-shirt, pazzesco, il calendario e le gialle foglie raccontano ben altro, mentendo, anch’essi, parrebbe. 

Insisto, leggo ancora un po’, non è un bel leggere, con sto caldo mi sento distratto, o quantomeno distraibile, sto per mollare… e lo faccio quando alle mie spalle una coppia che non vedo ma sento, ordina due caffè, uno ristretto e uno schiumato. 

Schiumato

Chiudo il libro. 

Ristretto. E Schiumato. 



Arrivo presto ad una tesi: finché esiste una persona che chiede un espresso schiumato, significa che nella nostra società c’è un eccesso di benessere. 

Già pretenderlo ristretto è un vezzo, parliamo di una misera tazzina contenente al massimo quattro cl, vale a dire un sorsetto. Ristretto significa gradire una porzione di sorsetto; dai su, si vede che non avete mai fatto il militare voi. 

Al servizio di leva ci facevano bere caffè vecchio di giorni, a volte neanche scaldato, in tazze di latta sopravvissute all’ultima grande guerra. E se osavi anche solo lamentarti con un cenno del sopracciglio tu e la tua camerata finivate in punizione, doppio turno, niente pranzo e serie infinite di piegamenti sotto la pioggia, nel fango. Fango macchiato freddo. Questo è quello che ci succedeva, al dodicesimo battaglione di fanteria, a Treviso nel 1973. 

Che poi, ad essere onesto, non è vero niente. Ho mentito. Non ho mai fatto il militare io. E poi sono nato nel 1983. Non sono bravo a mentire. 

L’avevo detto. 

HAI UN MOMENTINO DIO !?

Ho voglia di parlare di cose importanti. Vivo fiducioso nel prossimo eppure privo di fiducia nella razza umana.
Tradotto; vedo in ogni singolo prossimo un bravo cristo, ma nella loro somma una cozzaglia di capre mediamente stra-ignoranti pronte a scannarsi per un qualsiasi futile motivo.. campanilismi, sesso, denaro, religione, code dal salumiere, ultimo kinder bueno sullo scaffale.
Che qua ogni giorno uno scemo senza un Dio, in nome di un Dio, si immola scoordinatamente per far fuori idealmente il proprio nemico, che poi invece nella realtà è nient’altro che gente a caso, sfortunata occupatrice di metri quadri sbagliati in tempistiche sbagliatissime.

E Dio insiste nel tacere.

Solo la Madonna pare aver voglia di chiacchierare, e pare lo faccia nei pressi di Medjugorie che è in Bosnia, per mezzo di sedicenti veggenti, guardacaso tutti imparentati tra loro che settimanalmente vengono stalkerizzati dalla Vergine e ne riportano il messaggio. L’ultimo dice di pregare il Signore, mettere al centro lui e non gli uomini. Debole, messaggio debole. Parere personale.

E poi una vecchia inciampa in una buca, cade, va in coma.. e l’Isis rivendica pure quello. Isis ovunque.

Che ho letto da qualche parte che alcuni sostengono che l’Isis neanche esista davvero, che è un nuovo strumento di controllo delle menti, la nuova frontiera della politica del terrore, che crea panico, e nel panico escono fuori i lupi solitari, fanatici-depressi-emarginati-stronzi che alimentano il clima di terrore coi gesti folli con cui quotidianamente ci stiamo misurando, e da cosa nasce cosa, ad ogni azione corrisponde una reazione e allora si parte con la caccia alle streghe, manate a destra e a manca a casaccio, come nelle risse al buio; il caos.

E nel caos trovano terreno fertile gli estremismi, che acquisiscono consensi sfruttando l’odio e la paura della gente, che – ricordiamolo – è ignorante. Tanto. Siamo ignoranti. Tantissimo.
Ciò che trovo divertente è che nessun politico ve lo dirà mai perché sarebbe strategicamente un suicidio; si preferisce mentire spudoratamente e dire che “i cittadini non sono mica stupidi!” – per attirarsi i favori degli stessi. Li capisco, è una di quelle menzogne non gravi necessarie a proteggere un fine più grande. Se fossero onesti e dicessero la verità, l’opinione pubblica si indignerebbe, e sapete perché? Perché uno scemo non si rende conto di essere scemo, e se uno glielo fa notare, la prima cosa che farà – in quanto scemo – non sarà certo riflettere, ma reagire per le rime.

Io sono preoccupato per la situazione internazionale, molto preoccupato. Ascolto tutti i discorsi, vivo tutti i sentimenti, a volte mi pare giusto e dovuto reagire e bombardarli, è la reazione più immediata e istintiva, quella apparentemente più patriottica, quindi la più popolare e ben accolta dalla massa.
Ma essendo la massa ignorante, mi viene il fortissimo dubbio che sia forse la scelta a lungo termine peggiore, e che serva quindi qualcosa di più impopolare ma lungimirante.
Adottare strategie di integrazione migliori, rivalutare a trecentosessanta gradi la cooperazione tra gli stati, porre un solido ponte di dialogo e collaborazione tra Occidente e Oriente, isolando e condannando a gran voce gli atti terroristici, cosa che io non sto percependo a sufficienza da parte del mondo islamico.. quello moderato.

Poi boh.. io dico cose che penso e che sento, ma alla in fin dei conti sono solo uno che nella vita ha tirato calci a un pallone, sempre più ateo, non laureato, quindi le mie parole valgono il giusto..
Però diciamo che ascoltare Tiziano Terzani ha una Potenza.
Ascoltare Trump o Salvini nulla più di una prePotenza.

Due minuti di Tiziano Terzani.. Amen

COSA VUOI FARE DA GRANDE? #1

bimbo e madre

– PARTE PRIMA: TILT –

Domande facili, difficili risposte.

È curioso come il tempo passi e questa domanda resti ancora intatta, ad anni trentuno. E mezzo. Passati.

Il “me infante” non avrebbe mai pensato che il me trentenne avesse ancora tali e tanti dubbiosità sulla sua strada futura. Vero è anche che quello stesso “me” vedeva adulto il ventenne che io oggi vedo ragazzino.
Ancora una volta, tutto è relativo. Anche il tempo. Una verità che ho già scoperto un sacco di volte, ma che sempre riesce a sorprendermi.

Ho appena aperto i files dei miei hard disk contenenti migliaia di immagini, che ho ben suddiviso per anni e lasciato li, ordinate ma mai più sfogliate. Aprirli è come entrare in un tunnel dell’autolavaggio in qualità di pedone; una lunga sequenza di schiaffi a destra e a manca per tutta la durata dell’azione.

Riascolto i sapori di quei giorni lontani, in cui i capelli coprivano questa testa e ancora credevo – sbagliando – potessero farlo a lungo.
Mi rivedo e mi faccio tenerezza, in qualche modo fatico a capire di essere stato davvero io quello lì, come se l’ancestrale consapevolezza di esserlo fosse scalfita da un ragionevole dubbio. La folle sensazione di un gap esistenziale o generazionale forse, la versione non aggiornata di me stesso, che ancora non scrive, che ancora non sa cosa vuol dire amare, che ancora sogna cose che poi non farà. Un’entità famigliare che amo perdutamente e da cui, al contempo, diffido. Sensazioni contrastanti che vorrei rovesciare su un foglio bianco in un accostamento di parole che sappiano conferirne la corretta fusione di forma, colore, sapore, calore, profumo, stato d’animo.. ma non mi riesce, così mi accontento di definirla Tempesta d’Emozioni, ma si sappia; è un ripiego.
Prendono vita le immagini e ne rivivo i momenti, e si ramificano ricordi di quelle ed altre giornate, spesso non immortalate da aggeggi con obbiettivi.
Ed è pazzesco come a volte basti il flash di uno scatto ad aprire nel cervello cassetti pieni di ricordi che mai sarebbero potuti riemergere da soli. Delle vere e proprie combinazioni di casseforti ricche di tesori nascosti.

Che poi magari per voi è normale, ma a me rimane fascinosamente incomprensibile come il mio cervello possa contenere cose a cui non sono in grado di accedere.
Così come è curioso che io mi stia rivolgendo al mio cervello in terza persona, quando è chiaro a tutti che sia lui che sta ragionando su se stesso e si stia accusando di essere in grado di celare cose a cui egli stesso non è in grado di accedere.

Oh cazzo. Tilt.

Ho bisogno di una pausa.

Insert Coin.

Continua…

 

TUTTI HANNO UN PREZZO, SEMBREREBBE

dio_danaro

Quei discorsi con gli amici, che per capire quanto vale la tua dignità ti mettono di fronte a una scelta assurda, che in condizioni normali non faresti mai, ma a fronte di una somma di denaro potresti essere disposto a fare.

Si parte da “Ti do 100euro se ti butti nella fontana vestito – che ci sta – fino ad arrivare, non si sa bene come, a cose indecenti e di dubbio gusto tipo “Se un Sultano ti proponesse 100mila euro per un rapporto sodomita, accetteresti?”
Che mi ha sempre incu..riosito sta cosa di un ricc..one asiatico che viene da me con un assegnone impressionante in cambio del mio assenso a lasciarmi possedere. Ma perché? Perché Sultano vieni fino al Belpaese a cercare gente, a trovare me?
E tra le altre cose, nonostante sia chiaramente un discorso che viaggia su frequenze assurdo/ironiche, ho un’avversione allo stare al gioco, mi infastidisce dover rispondere a una tale idiozia, tanto che la mia risposta sarebbe seriosa e suonerebbe tipo così:
No, e neanche per 1milione di euro, perché farei una cosa che va contro alla mia volontà e ai miei principi per cosa? Per il Dio Denaro? No, non sono in vendita. Non io”.
Ma se lo dici così serioso, ecco che attiri su di te le critiche dei benpensanti che ti additano a finto, che tutti prima o poi cedono, che il denaro governa il mondo.

E non considerano che è proprio questo il problema numero uno del nostro – concedetemi il francesismo – sistema del cazzo.

Rinunciare alla libertà in nome del denaro.. #nograzie #nothanks

Quanto a te Sultano, tu passa pure, che il Belpaese – evidentemente – è pieno di prostituti.

Perché tutto ha un prezzo. Tutti hanno un prezzo. Sembrerebbe

GOLF IN ARRIVO

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Quando prendi la macchina nuova, lo becchi sempre il sapientone, quello che deve dire la sua, perlopiù servendosi di clichè, mosso da una ingiustificata passione di fantasticare sugli affari degli altri. Sono momenti concitati in cui sei assediato da domande.. e se commetti l’ingenuità di dargli corda, vieni risucchiato in un vortice di “avresti potuto e avresti dovuto” che ti ammanettano alla discussione e non ti lasciano scampo.

Questi sono discorsi realmente avvenuti al momento dell’acquisto della mia vecchia Golf:

 “..E ma con 5mila € in più ti prendevi il Bmw serie tre, o il Q5 dell’Audi..”

“Si si, d’accordo, ma io ho preso la Golf perché volevo la Golf”.

Ma tanto non ti ascolta. Prosegue dritto col suo copione..

“O sennò a quel punto ne aggiungevi diecimila e andavi sul Mercedes, che è una gran macchina”.

“Si si, no beh bella, ma forse non stai capendo bene una cosa; io volevo proprio la Golf”

..e scommetto che sti discorsi torneranno di moda non appena, tra pochi giorni, arriverà la nuova vettura che mi sono voluto regalare. Una nuova Golf.

 “…E ma sei monotono, sempre la stessa macchina..”

“Si, sempre la stessa, mi piace e mi trovo bene”

“Che modello hai preso?”

“La GTD, 2.0 Diesel”

“Quanti cavalli c’ha sotto?”

“184”

“Ah cazzo, ma beve quella lì.. a sto punto allora ti prendevi la serie R che ne ha più di 200 e facevi le cose fatte bene”

“Ma no! Cioè bella la serie R, ma costava ancora di più e beve come un cammello disidratato, va bene la GTD”

 “..E ma di che colore?”

“Grigio Antracite”

” Ma no, dovevi prenderla bianca, oppure nera! Che sono i colori che vanno di più, così quando vai a darla dentro hanno più mercato e la vendi meglio”

“Va beh, non è che l’ho presa fucsia coi pois verdino pisello.. è un grigione bello tosto. Bianca o nera ci ho pensato, ma non mi convincevano mica.. Vedrai che….”

“Beh a quel punto allora era meglio blu notte”

“No, non mi piace il blu notte, abbi pazienza caro amico consigliatore ritardatario di cose già felicemente acquistate.”

E’ partito, siamo nel vortice.. tocca rimanere lucidi. L’obiettivo è condurlo quantoprima ad esaurire la scaletta di domande che ha in serbo.

Pucka jemen djurka tu erimkci?

“Non capisco il serbo”

“No dico.. Almeno l’hai messo messo il cambio automatico?”

“Si quello si, è davvero comodo, non capisco perché non sia già di serie in tutte le macchine, toglierebbe imbarazzi agli imbranati, ovvero perlopiù alle donne. E ho messo anche gli interni in pelle che in fondo ho sempre apprez…”

“Ma nooooo, la pelle no! La pelle d’inverno è gelida e d’estate è bollente! E poi si rovina”

“Mah.. allora.. si rovina se la rovini e il mito del bollente/gelido è da sfatare una volta per tutte. L’ho già avuta la pelle, non è poi così differente ed anzi rimane più elegante, meno impolverata e più facile da pulire”

Poi si produce in aneddoti verosimili, che supportino le convinzioni appena espresse, tipo:

“Si ma te non sai che casino mio suocero che aveva la pelle, una volta l’ha bucata con un cacciavite e per metterla a posto gli chiedevano 500 euro”

“Tuo suocero evidentemente è uno sbadato”

“Il navigatore l’hai messo o hai fatto il barbone?”

“Ma non è questione di barbone; considerato quel che costa e quel che mi serve, ho deciso di non metterlo”

“E va beh, hai fatto trenta fai trentuno, no?!”

“Quelli sono gli anni che ho, ne ho trenta, ad agosto ne faccio trentuno”

Provo la carta dell’ironia spiccia per togliere peso alla discussione. Ma non basta. Ha in mano lui il pallino. Lui è il presentatore ed io il concorrente. Lui è Mike Bongiorno ed io la Signora Longari.

“Ora ti faccio una domanda che si capisce subito se sei uno che ne capisce o sei un quaqquaraqquà: fari allo xeno e tettuccio panoramico?”

“Ma quaqquaraqquà cosa..?! Comunque no, non gli ho messi. Fari allo xeno belli ma costosi, tettuccio sinceramente non ne sento il bisogno”

“Noooo, malissimo..”

“Bah, malissimo non mi sembra, cioè.. eravamo partiti che con 5mila euro in più prendevo il bmw, se avessi messo tutto quello che dici te, lo prendevo con 5mila euro in meno il cazzo di Bmw della mia fava che neanche voglio”

L’epilogo è alle porte, forse l’ho dissuaso dall’ammorbarmi.. un attimo di tregua ed eccolo di nuovo..

 “E insomma, alla fine quanto ti ha fatto di sconto sul nuovo?”

“Tipo il 9% più o meno”

“Ma cacchio se me lo dicevi a me, c’è mio suocero che conosce il padrone che gli fa almeno 13%”

“Tuo suocero è quello che ha bucato la pelle col cacciavite. Tuo suocero è inaffidabile”

“Beh la prossima volta che la cambi fammi sapere prima che così facciamo un lavoro fatto bene”

Facciamo? Ma ora perchè si sente parte del progetto? Meglio non polemizzare, il peggio è passato.. c’è da chiudere.

“Certo dai, buona a sapersi per la prossima volta allora, ciao grande”

Si, grande; grande rompicazzo.

L’IMPORTANZA DELLO ZERO

zero

Ho staccato. Si dice no? Quando stacchi la spina dai tuoi impegni, dai tuoi pensieri, dalla routine che governa i tuoi ordinari giorni. Ecco, ho staccato. Cinque giorni assieme agli amici per il tradizionale capodanno condiviso. Quando stacchi poi succedono cose belle, tipo non sai che giorno sia, che ore siano.. e non ti interessa saperlo. Zero impegni, no scadenze, annientato lo stress. La vita assume una forma più essenziale, dove si risponde a bisogni istintivi… Puoi farti la pasta alle 16.35 o alle 4 di mattina e va bene, al diavolo gli schemi mentali.. fa bene a corpo e mente. Si stava bene in quello stato, cullati da Mozart in sottofondo, partite a carte, a scacchi, playstation con uno che avverte testualmente: “A VirtuaTennis sono un fenomeno, datemi un joypad e vi ammazzo” e poi soccombe testualmente: “6-0, 6-1” contro un Murray qualsiasi. Questa è vita. Sono questi i momenti che andiamo cercando.

Mi è chiaro, fottutamente chiaro, che vivere così può funzionare solo per un ristretto arco di tempo e non voglio infilarmi in quei discorsi stile ‘Peace and Love’ che raccontano l’utopia di un mondo bello in cui tutti bevono fumano e si vogliono bene.

A quello ho smesso di crederci poco prima di scoprire che Babbo Natale non esiste.

Però è in quei momenti lì, che ti domandi se il mondo in cui viviamo non sia un tantino esagerato, una continua corsa ad una fantomatica ricchezza, nel cui nome si fanno cose che cozzano coi valori più reconditi in noi.. L’essere umano vuole avere cose, le desidera, le ottiene, è felice ma se ne dimentica subito perchè ciò che è acquisito diventa parte del tutto.. un nuovo punto di origine. Persone che hanno tanto, ma non danno a quel tanto ottenuto la giusta importanza, forse neanche se ne accorgono di possedere tante fortune.

“Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” diceva Brad Pitt in ”Fight Club”. Cazzo che bella frase. E che bel film. E che bell’uomo Brad Pitt. Sono etero, ma va detto. Bello.

E’ un discorso un tantino impegnativo, non mi sento in grado di espanderlo ulteriormente e poi ero partito con l’idea di parlare d’altro. Lo chiudo sbrigativamente dicendo una cosa a cui credo molto e che in formato aforisma suona più o meno cosi:

“Benvenga l’ambizione, ma solo se preceduta da coscienza e soddisfazione per quel che si è ottenuto.” Ecco.

Il vero fulcro del pezzo voleva essere ben altro, una cosa più futile, ma mica stupida. O forse una cosa stupida ma non poi così futile, scegliete voi.

Parlando con due miei amici, uno dei quali è il ‘Murray qualsiasi‘ (vittorioso testualmente 6-0, 6-1) e l’altro è un blogger più in gamba di me (è lui, http://www.smettoquandovoglio.com) saltò fuori una riflessione riguardo all’anno bisestile e al poco appeal del 29 febbraio come giorno prescelto. Ora, se volete rivoltatevi pure amici nati il 29 febbraio, difendete il vostro giorno di nascita a spada tratta. Fatelo pure, ma sappiate due cose: primo, che non mi intimorite per niente.. e secondo che per me siete nati l’1 marzo. Chiarito questo, aggiungo un punto terzo. Terzo, smettetela di fare i simpatici e dire che siete più giovani perchè compìte gli anni ogni quattro anni, ho smesso di trovarla una battuta simpatica poco prima di smettere di credere al mondobello-fumo-alcol-volersituttibene.

Ecco allora che i ragionamenti di tre brillanti menti come le nostre, si spostavano su papabili sostituti del raro giorno febbraino, si è passati alla simpatica ipotesi del 32 luglio, che a me non spiaceva, anche perchè andrebbe ad aggiungere un giorno in più all’estate, che è sempre meglio di aggiungere un giorno in più al freddo febbraio..

L’attenzione si è soffermata poi sul doppio ferragosto, che se ci pensi è figo. Un lungo ferragosto di 48ore! Ma sai che grigliate!?!

Ma il culmine, il vero colpo di genio è stato pensare allo Zero Gennaio. Ora non giungete a conclusioni affrettate, lo percepisco che state pensando “Ma che cazzata..” e i più snob ad espressioni in slang del tipo “Ma ce la fai??..”. Ragazzi, lo Zero Gennaio!!! Ogni 4 anni, un countdown che termina in una proiezione dello scoccare della mezzanotte lunga 24 cazzo di ore! Un giorno fantasma che ogni quadriennio si trasforma in una festa pazzesca!

Sabato 31 Dicembre, Zero Gennaio, Domenica 1 Gennaio. Tac! Ma solo a me pare un colpo di genio? Se c’è da aggiungere un giorno, che lo si faccia bene, con una festa e non con un giorno lavorativo in più di cui nessuno sente il bisogno.

Voglio un giorno in più in cui… non sai che giorno sia, che ore siano.. e non ti interessa saperlo.. in cui puoi farti la pasta alle 16.35 o alle 4 di mattina e va bene e al diavolo gli schemi mentali. Un giorno in più lontano da un mondo che corre, che scorre, impazzito, pieno di cose, vuoto di contenuti. Un mondo senza 29 febbraio. Un mondo con lo Zero Gennaio.