CITAR NON SPINOZA, NON KANT E NEPPURE SOCRATE

Affinar lo pensiero per render esso strumento efficace a difender ciò che di noi davvero conta, la parte più intima dello nostro sentire, l’essenza di noi stessi, ch’io definisco indole.
Preservare essa dall’inganno di tempi tormentosi come questi paron essere, così densi di troppe cose, così mendaci, così d’apparenza vestuti, animati dallo desiderio ausiliare dell’aver anziché dell’esser. O dell’esserqualcosa che nel vero non si è, vittime del rovinoso confonder il sé autentico con l’immagine che di sé si gradirebbe aver alli occhi delli altri.
Rispettare quella – la propria indole – apre orizzonti di interior pacificazione e da lì in avanti, meglio si vivrà. Badate, dico meglio e non bene, che il bene nella vita è precario e mai da alcuno garantito per via della fragilità che per definizione è della vita stessa il fulcro. Ci si accontenti quindi del “meglio“, che già è grazia.

Lo pensiero un poco nichilista sempre affiora, non riesco a toglier esso dalla equazione, credo anzi sia un guaio non considerarlo come parte fondamentale della stessa.
A chi non ne cogliesse la forza e volesse ulterior argomentazioni, potrei offrirne di efficaci, ma per cominciar mi spingo a citar… non Spinoza, non Kant e neppure Socrate, bensì un amico caro, conosciuto nella cerchia come Afi, che al mio domandar esplicazione di come potesse egli esser sí certo di verità indimostrabili e basate su astrazioni tipicamente orientali come Anima-ReincarnazioneKarma, si servì con spiazzante disinvoltura d’una formula che annienta lo dibattito in uno schioccar di dita. Egli rispose:

Beh… È semplicemente auto-evidente“.

Minuto di silenzio per le vittime del pensiero ben calibrato.

L’auto-evidenza come prova della propria torbida illazione, a cui s’aggiunge – faccio altresì notar – quel “semplicemente“, a completamento di ciò che risulta esser un abominio per noi sedicenti ragionatori, che nella collosa complessità della ragione ci divincoliamo a fatica, con argute consecutio che affondano le mani nel terreno per trarne – dalle radici – la più efficace e risuonante delle parventi verità. Un folle scacco, matto, per chi nell’argomentazione vede l’unico accettabile e tangibile segno d’umano intelletto.

Eppur – lo riconosco esser troppo razionale e pretender di sondare terrenamente il senso complessivo dell’esistenza è affar indigesto.

Come spiegar la natura dello universo? Come inserir nella logica, i sentimenti? Quando tutto ha avuto inizio? Dov’ero io prima? Dove sarò dopo?

L’ineluttabile mancanza di risposte spalanca squarci d’opportunità ad amenità come le auto-evidenze di quell’Afi, o a qualsivoglia altra religione, filosofia o teoria; tutto – nel vuoto di sapienza – può trovar legittima dimora e divenir messianico per le masse, così smarrite e atterrite dall’incubo ch’ogni cosa sia vana e governata dal caso, che è di caos sinonimo e pur anagramma.

Rifuggiamo lo pensier di non esser speciali, d’esser non più importanti d’un arbusto o d’un fagiano. Non ci sazia né disseta intender noi stessi così sostituibili e in fondo irrilevanti. Così finiti.
Eppur essa è una ingombrante probabilità ch’io consiglio di tener in viva considerazione, che il lietofinese escludiamo i libri di fiabe per bambini, s’intendemi par di non ritrovarlo poi spesso nelle storie della real esistenza.

Poi badate a voi stessi come meglio credete. Ma poi, quand’ecco che vi ritroverete nell’aldilà, non arrabbiatevi se v’accorgeste che avevo ragioni per asserir quanto appena lasciato intendere.

La qual cosa – va da sé – è un’ipotesi delirante e a ben vedere priva d’ogni senso, lo riconosco.

É auto-evidente.

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