READ IT, PAGLIACCIO

Scruto la mia stessa specie come ne fossi osservatore esterno, consapevole di farne parte, di esserne in grande percentuale compatibile, riservandomi una qualche unità percentuale di consolante distacco, con cui cerco di avversare la sconsolante deriva spirituale che l’ha contagiata. Sento voci tutto intorno, in autobus, in treno, in metropolitana, in tv, nei giornali, in radio, sul web. Osservo e ascolto, acquisisco e imparo. Mi interesso. Ne riporto una personale rielaborazione, spesso imprecisa per quanto più possibile onesta.

Non mi riconosco nei ritmi insensatamente frenetici del consumismo, eppur ne son attivo ingranaggio, lasciandomi da esso cullare e incantare. Vittima d’una strana forma di sindrome di Stoccolma, dimentico ciclicamente il male che mi infligge, lasciandomi attrarre dalla sua rassicurante estetica. E il dilemma allora si fa ancor più intrigante; riconoscere il misfatto è un segnale confortante? O forse ancor più allarmante rispetto a chi il problema neanche se lo pone?

Apprezzo il mezzo Social Network, il suo potenziale sarebbe travolgente, se non fosse inzuppato di ignoranza e presunzione che ne sconvolgono il senso. Trovo sciocco, a tratti imbarazzante, l’uso ostentato che se ne fa; se non ho niente da dire di interessante, preferisco restare silente. Se non ho niente da mostrare di rilevante, non pubblico selfie, non faccio dirette, non creo storie edulcorate della mia esistenza. Voi che lo fate, chiaritemi, e chiaritevi; chi sarebbe di preciso il vostro pubblico, i followers? A quanti interessano realmente sapere i vostri aggiornamenti sui piatti che mangiate, o quanto vi siete allenati in palestra? Chiedetevi, vi prego, quanti sono i veri Like, quelli cliccati con onesto interesse? Conteranno pure qualcosa, avranno più valore degli altri, non è forse così? La risposta la conosco. No, non lo è. Nella logica bizzarra in cui ci siamo cacciati, ammetto io stesso per primo che, per quanto inconsistenti nella sostanza, il numero di Like e Followers abbia un indubbio effetto nutriente su noi stessi. Essi sfamano, dissetano. Sono in grado di far sentire inclusi, adatti.. o al contrario alienati, incompresi. Di più, oggigiorno sono un vero e proprio Status Sociale, un’unità di misura, per vedere chi piscia più lontano. Non è forse questo un classico caso di grattacielo costruito sul fango? La costruzione della propria coscienza e della conoscenza di sè, non meriterebbe forse fondamenta ancorate a valori più solidi?

Attratto dalle mode del mio tempo, ma pronto a derapare, frenare, riconoscermi slow in un mondo sempre più fast, dove hai tutto a portata di clic, pronto ad essere scansato, dimenticato. Superato.
Troppi contenuti, troppi input, smarrimento di una direzione, e allora vincono gli slogan, vince il 5G, vince il clic, vincono le barrette dietetiche, vince Amazon, tutto e subito, veloce, istantaneo, che non c’è tempo da perdere per passare alla prossima schermata, al prossimo impegno, scollegato dal precedente e dal successivo, chiamare, messaggiare, essere reperibile, efficiente, pronto, rapido.

Ancora una volta, ancora di più, Avere è più importante di Essere. Uniformazione, smarrimento della propria unicità, questo vedo io, malinconicamente.

Credo semplicemente a rapporti più veri, profondi, basati sul rispetto dello scorrere naturale del tempo vitale e non da quello dopato da famelici divoratori di denari, che ti propinano tutto e subito per i propri interessi, nella cui narrazione sostengono siano anche i tuoi. Per questa ragione scelgo un blog, scelgo la scrittura come mezzo di espressione, meno immediata di un’immagine, meno impattante di uno slogan. Più lenta, più vera. Arriva soltanto a chi ha vero interesse, a chi crede che in queste righe possa esistere sempre qualche spunto di riflessione, o una costruzione del pensiero interessante, un’ironia di fondo per cui valga la pena essere arrivati fino qui, lentamente, in fondo al pezzo. Perché “..di essere attraente circondato da idioti, non me ne frega niente” (Zen CircusViva)

SOCIAL NETWORK

Tutto mutò col loro avvento, sottovalutammo la potenza del mezzo, ci rendemmo conto della sua influenza quando ormai il virus aveva infettato le nostre teste. Acconsentimmo l’utilizzo dei cookies, biscottini virtuali coi quali sfruttano noi per arricchir se stessi. Ci sentimmo liberi: liberi di scegliere, di esprimerci, di urlar noi stessi al mondo, senza peraltro che il mondo lo richiedesse. Una vetrina in cui espor se stessi, rigorosamente il solo meglio, che il peggio lo nascondiam sotto il tappeto, esteti, come il nostro tempo insegna.

Dai al popolo la libertà di esprimersi
e la confonderà con il dovere di farlo

Ma qual imbarazzo provo, oh utenti, a mirar le vite di voi ch’io nel real conosco, narrate attraverso il mezzo social, quanta maschera, quanto mascara, per edulcorar vite tranquille e dignitose elevate a sublimi, mirate a mostrar esistenze festose e ridanciane, che nel vero lontane son da quelle.

Necessitate forse di farvi schiacciare una costellazione di Like? Vi disseta questo? Ch’io poi son critico e attento a far uso giudizioso del mezzo, eppur a voi egual talvolta e non lo nego, nossignori, non nego di provar soddisfazione ad aver riscontro di un mio dire ironico, creativo, fotografico o vaghissimo che sia.

Da cosa nasce cotanto necessitar, mi interrogo. Bisogno di consenso? Di simbolico sostegno forse? Per sentir se stessi parte attiva d’un globo che uragana su se stesso, sospinto da venti tecnologici repentini assai troppo, che confondono e distolgono dall’umana vera esigenza, dalla vera essenza che dal principio dei tempi – quella no – non è mutata. Manipolatori sleali che spostano i cartelli verso sentieri inesatti, vicoli ciechi ove possano poi borseggiarti lontani da indescreti sguardi.
Non mi è chiaro come evitar di viver nell’insistito errore, così come non è claro questo mio italiano arcaico che talvolta mi vien da scomodar, che in fondo necessita di ometter qualche final vocale e il gioco è bell’e fatto.

Non è chiaro, andavo dicendo, ma la direzione è codesta ritengo; più possibil rivolta al pensier autonomo, conscio di viver – social – tra la gente, influenzato da essa, attratto come pianeta orbitante, che in circolo rotea attorno alla magna massa senza esser da essa inglobato, alla maniera del satellite lunar che così da millenni con la Terra interagisce.

Attratto. Ma non risucchiato.

MAL ESPRESSO

L’autunno è arrivato col fare sbarazzino di un uomo di mezza età che fa il giovane, dando un immagine estiva di se stesso. La colonnina di mercurio si vanta di stare sui venti, ma io mi fido il giusto di tipi come l’autunno troppo estivo, così mi vesto autunnale perché sono stato educato a diffidare delle apparenze, io.

La temperatura percepita nasconde insidie, colpi di freddo, mi fido più del calendario e dell’ingiallirsi delle foglie. Come diceva sempre mia nonna: “Autunno, cadono le foglie e quindi vedi che ti metti la felpa.” Non è vero. Mia nonna non ha mai detto una roba del genere. Poi non parla mica così. Ho mentito. Non sono bravo a mentire. Mento sapendo di mentire. Dopo una mentos, mento sapendo di mentine. Comunque non mentos-spesso. 

Fatto sta che l’ho messa la felpa ma qui in questo caffè sulla spiaggia proprio sotto la ruota panoramica che hanno appena smontato (in quanto autunno), fa un dannato caldo, non mi riesce di leggere felice il bel libro, troppo sole, troppo caldo, troppo non ventilato, troppa felpa che poi una volta tolta.. addirittura troppa t-shirt, pazzesco, il calendario e le gialle foglie raccontano ben altro, mentendo, anch’essi, parrebbe. 

Insisto, leggo ancora un po’, non è un bel leggere, con sto caldo mi sento distratto, o quantomeno distraibile, sto per mollare… e lo faccio quando alle mie spalle una coppia che non vedo ma sento, ordina due caffè, uno ristretto e uno schiumato. 

Schiumato

Chiudo il libro. 

Ristretto. E Schiumato. 



Arrivo presto ad una tesi: finché esiste una persona che chiede un espresso schiumato, significa che nella nostra società c’è un eccesso di benessere. 

Già pretenderlo ristretto è un vezzo, parliamo di una misera tazzina contenente al massimo quattro cl, vale a dire un sorsetto. Ristretto significa gradire una porzione di sorsetto; dai su, si vede che non avete mai fatto il militare voi. 

Al servizio di leva ci facevano bere caffè vecchio di giorni, a volte neanche scaldato, in tazze di latta sopravvissute all’ultima grande guerra. E se osavi anche solo lamentarti con un cenno del sopracciglio tu e la tua camerata finivate in punizione, doppio turno, niente pranzo e serie infinite di piegamenti sotto la pioggia, nel fango. Fango macchiato freddo. Questo è quello che ci succedeva, al dodicesimo battaglione di fanteria, a Treviso nel 1973. 

Che poi, ad essere onesto, non è vero niente. Ho mentito. Non ho mai fatto il militare io. E poi sono nato nel 1983. Non sono bravo a mentire. 

L’avevo detto. 

AL BUIO È PIÙ SEMPLICE MENTIRE

al buio è più semplice mentire

È un gran bel titolo. Quando trovo un bel titolo mi parte l’ispirazione. Delle volte sviluppo un pezzo proprio partendo da un titolo intrigante, come adesso. Non so dove stia andando a parare, ma scriverò. Scriverò che leggendolo mi si apre un Mondo. Ne percepisco i contorni, gli odori, una stanza da letto buia, due amanti, uno innamorato ed uno che forse non lo è, non più. Con il buio che oscura quegli occhi sinceri che non saprebbero nascondere il segreto che le parole evitano di raccontare. Un romanzo di successo, un classico della letteratura mondiale. L’hai letto “Al buio è più semplice mentire?” – chiede uno – “Beh.. Certo” – gli risponde l’altro.

È un titolo che ho inventato e mi è piaciuto un sacco. Venuto sin troppo naturalmente, tanto da farmi ricadere in un pensiero in cui ciclicamente ricado, che affronto per la prima volta in forma scritta. Mi riferisco a quelle situazioni in cui mi pongo il quesito.. E se fosse roba d’altri riportata? Forse il mio titolo è soltanto una frase che ho sentito chissàquando,chissàdove,dachissàchi e tenuta immagazzinata nel mio testone, senza saperlo, convinto di essere fresco e originale per poi riscoprirmi un banale pappagallo, un eco che rimbomba una voce non mia, un copia/incolla.

Una scomoda verità con cui doversi misurare, pronti a difendersi dagli altri, persino da se stessi, giurare che non è andata così, che è sempre tutta farina del proprio sacco, fissandosi allo specchio. Ma con la luce spenta.

 

UN AFORISMA BELLO

DIstrazione

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“Trovare riparo sotto l’albero dell’Avere, è pericoloso in caso di temporale del proprio Essere

– Madre Teresa di Calcutta –

E’ eccezionale la potenza di queste parole. Un insegnamento di vita dispensato servendosi magistralmente dei verbi ausiliari Essere e Avere, contrapposti tra loro in una metafora metereologica che sfrutta sapientemente la saggezza popolare che sconsiglia di trovare riparo sotto agli alberi in caso di temporale.

Un vero e proprio monito che non possiamo ignorare quando sentiamo che qualcosa dentro noi inizia a scricchiolare. Quando c’è una crisi di valori, uno smarrimento di priorità per la propria vita. L’apatia.

Temporale del proprio essere è proprio questo.

E se in questo appannamento ci rifugiamo nelle cose materiali, acquistando oggetti e badando all’apparenza, altro non facciamo che illuderci di aver risolto il problema, per poi accorgerci che non è così quando ormai è tardi e quell’albero ci sta franando addosso.

Madre Teresa, gran donna.

Ed ora un piccolo retroscena.

Madre Teresa di Calcutta non ha mai detto queste parole, (e se mai lo avesse fatto sarebbe una coincidenza che avrebbe del paranormale). L’ho firmata col suo nome perchè così almeno veniva presa più sul serio, perchè si sa, per qualche buffo meccanismo la gente famosa e morta viene più ascoltata di quella viva. La fama si ha se muori. Se parla uno morto l’attenzione si alza.

Vi dirò di più. Questo aforisma in verità l’ho inventato io in 20 secondi mentre in un momento di idiozia volevo inventare aforismi stupidi potenzialmente credibili ma in fondo privi di significato. E invece è uscito questo, dannatamente significativo e ben congegnato. Questa è la verità, per quanto possa essere deludente.

Svelato l’arcano, è comunque apprezzabile? Lo sarebbe di più se morissi?

L’ARTE DELLA PAROLA

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Pensavo che quando in Tv si dice “E’ il bello della diretta” non si dice mai quando accade qualcosa di bello, ma di norma in seguito a un cazzo intoppo imprevisto. Tipo: Cane che fa la cacca in studio?  “E’ il bello della diretta” – e mastica amaro il presentatore, mentre tutt’intorno risuonano gli immotivati applausi dei figuranti in studio.

E’ una bella trovata quella lì. Rendere bellino qualcosa che bellino non è. Escamotage si chiama.

Che poi ho pensato che è un po’ come gli inceneritori, che da quando li hanno chiamati termovalorizzatori fanno meno paura, nonostante la funzione rimanga la medesima. Eppure funziona, sei portato ad accogliere l’accomodante nome e spegnere la sirena/spia di pericolo che lampeggiava in testa.

A ben vedere, ho pensato che sarebbe come se l’inquinamento lo chiamassimo “Tepore frutto dell’evoluzione”. Non so a voi, ma a me preoccuperebbe meno. O come se le tasse iniziassimo a chiamarle “Partecipazione al bene comune”. Io vorrei partecipare tantissimo al bene comune!

Si perché tu prima eri un polveroso spazzino, mentre ora sei un dignitoso operatore ecologico. Stesso lavoro, stesse ore; ne guadagni non in denaro ma in immagine. E se uno prima era un matto ricoverato in manicomio, ora è un paziente ricoverato in un centro di igiene mentale, che non so perchè ma mi fa venire in mente un dentista che ti apre la testa e la lava con quelle sostanze lì alla menta che hanno loro.

Capitolo a parte meritano i neologismi presi dall’inglese. Se hai meno di 40 anni non sei più un parrucchiere; sei un HairStylist. Non sei più una segretaria; sei un Office Manager. Quando dirai a tua mamma che un’azienda ti vuole come Logistic Executive Account, lei sarà felicissima; finchè non scoprirà che significa magazziniere. E perchè definirti un pasticciere quando puoi essere un Cake Designer? Già, perchè?

E in Gastronomia? Che dire della vellutata di farro su un letto di ratatouille di verdurine scelte, con pioggia di glassa balsamica in crosta di pane? Ragazzi è una cazzo di zuppa. Però la differenza è sostanziale. Non pagheresti mai 15euro per una zuppa, ma per una vellutata di farro-bla-bla.. ti sembra il minimo.

Tipo io poi ho sempre sospettato che sui detersivi per la lavatrice ad esempio, si ottengano aumenti sulle vendite aggiungendo suffissi tipo Plus o Nuova Formula mantenendo inalterato il già valido prodotto. Anche perchè migliorare sempre più una lavatrice ha senso, ma continuare a migliorare un detersivo a me – forse sbagliando – pare impossibile e pretenzioso.

E un meccanismo parallelo avviene con la pubblicità dei Fonzies, che son sempre state patatine apprezzabili ma col problema che ti impiastrano le dita e le impregnano di odore di piedi per giorni. Che fare allora? Risolverlo? Non si può. Trasformiamolo in pregio con un escamotage!

“Fonzies, se non ti lecchi le dita, godi solo a metà”

E ora la gente si lecca le dita contenta! Non ne vede più una limitazione, ma un punto di forza! E la cosa ilare è che con patatine affini quali le Dixi o le Palline di mais, il problema delle dita impregnate resta un fastidioso grattacapo.

Che dire.. Un plauso ai pubblicitari delle Fonzies, che ho motivo di credere abbiano avuto rilevanti guadagni in termine di vendite con l’avvento del nuovo slogan.

Potere della Parola.

Debolezza dell’intelletto.

La forma è più importante del contenuto, in tutto. La comunicazione sposta i consensi. C’è chi ste cose le studia e ne fa un mestiere, io soltanto le percepisco e ci ragiono. Restando, come sempre, Vaghissimo.

GOLF IN ARRIVO

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Quando prendi la macchina nuova, lo becchi sempre il sapientone, quello che deve dire la sua, perlopiù servendosi di clichè, mosso da una ingiustificata passione di fantasticare sugli affari degli altri. Sono momenti concitati in cui sei assediato da domande.. e se commetti l’ingenuità di dargli corda, vieni risucchiato in un vortice di “avresti potuto e avresti dovuto” che ti ammanettano alla discussione e non ti lasciano scampo.

Questi sono discorsi realmente avvenuti al momento dell’acquisto della mia vecchia Golf:

 “..E ma con 5mila € in più ti prendevi il Bmw serie tre, o il Q5 dell’Audi..”

“Si si, d’accordo, ma io ho preso la Golf perché volevo la Golf”.

Ma tanto non ti ascolta. Prosegue dritto col suo copione..

“O sennò a quel punto ne aggiungevi diecimila e andavi sul Mercedes, che è una gran macchina”.

“Si si, no beh bella, ma forse non stai capendo bene una cosa; io volevo proprio la Golf”

..e scommetto che sti discorsi torneranno di moda non appena, tra pochi giorni, arriverà la nuova vettura che mi sono voluto regalare. Una nuova Golf.

 “…E ma sei monotono, sempre la stessa macchina..”

“Si, sempre la stessa, mi piace e mi trovo bene”

“Che modello hai preso?”

“La GTD, 2.0 Diesel”

“Quanti cavalli c’ha sotto?”

“184”

“Ah cazzo, ma beve quella lì.. a sto punto allora ti prendevi la serie R che ne ha più di 200 e facevi le cose fatte bene”

“Ma no! Cioè bella la serie R, ma costava ancora di più e beve come un cammello disidratato, va bene la GTD”

 “..E ma di che colore?”

“Grigio Antracite”

” Ma no, dovevi prenderla bianca, oppure nera! Che sono i colori che vanno di più, così quando vai a darla dentro hanno più mercato e la vendi meglio”

“Va beh, non è che l’ho presa fucsia coi pois verdino pisello.. è un grigione bello tosto. Bianca o nera ci ho pensato, ma non mi convincevano mica.. Vedrai che….”

“Beh a quel punto allora era meglio blu notte”

“No, non mi piace il blu notte, abbi pazienza caro amico consigliatore ritardatario di cose già felicemente acquistate.”

E’ partito, siamo nel vortice.. tocca rimanere lucidi. L’obiettivo è condurlo quantoprima ad esaurire la scaletta di domande che ha in serbo.

Pucka jemen djurka tu erimkci?

“Non capisco il serbo”

“No dico.. Almeno l’hai messo messo il cambio automatico?”

“Si quello si, è davvero comodo, non capisco perché non sia già di serie in tutte le macchine, toglierebbe imbarazzi agli imbranati, ovvero perlopiù alle donne. E ho messo anche gli interni in pelle che in fondo ho sempre apprez…”

“Ma nooooo, la pelle no! La pelle d’inverno è gelida e d’estate è bollente! E poi si rovina”

“Mah.. allora.. si rovina se la rovini e il mito del bollente/gelido è da sfatare una volta per tutte. L’ho già avuta la pelle, non è poi così differente ed anzi rimane più elegante, meno impolverata e più facile da pulire”

Poi si produce in aneddoti verosimili, che supportino le convinzioni appena espresse, tipo:

“Si ma te non sai che casino mio suocero che aveva la pelle, una volta l’ha bucata con un cacciavite e per metterla a posto gli chiedevano 500 euro”

“Tuo suocero evidentemente è uno sbadato”

“Il navigatore l’hai messo o hai fatto il barbone?”

“Ma non è questione di barbone; considerato quel che costa e quel che mi serve, ho deciso di non metterlo”

“E va beh, hai fatto trenta fai trentuno, no?!”

“Quelli sono gli anni che ho, ne ho trenta, ad agosto ne faccio trentuno”

Provo la carta dell’ironia spiccia per togliere peso alla discussione. Ma non basta. Ha in mano lui il pallino. Lui è il presentatore ed io il concorrente. Lui è Mike Bongiorno ed io la Signora Longari.

“Ora ti faccio una domanda che si capisce subito se sei uno che ne capisce o sei un quaqquaraqquà: fari allo xeno e tettuccio panoramico?”

“Ma quaqquaraqquà cosa..?! Comunque no, non gli ho messi. Fari allo xeno belli ma costosi, tettuccio sinceramente non ne sento il bisogno”

“Noooo, malissimo..”

“Bah, malissimo non mi sembra, cioè.. eravamo partiti che con 5mila euro in più prendevo il bmw, se avessi messo tutto quello che dici te, lo prendevo con 5mila euro in meno il cazzo di Bmw della mia fava che neanche voglio”

L’epilogo è alle porte, forse l’ho dissuaso dall’ammorbarmi.. un attimo di tregua ed eccolo di nuovo..

 “E insomma, alla fine quanto ti ha fatto di sconto sul nuovo?”

“Tipo il 9% più o meno”

“Ma cacchio se me lo dicevi a me, c’è mio suocero che conosce il padrone che gli fa almeno 13%”

“Tuo suocero è quello che ha bucato la pelle col cacciavite. Tuo suocero è inaffidabile”

“Beh la prossima volta che la cambi fammi sapere prima che così facciamo un lavoro fatto bene”

Facciamo? Ma ora perchè si sente parte del progetto? Meglio non polemizzare, il peggio è passato.. c’è da chiudere.

“Certo dai, buona a sapersi per la prossima volta allora, ciao grande”

Si, grande; grande rompicazzo.

MEA CULPA

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“Dani, vieni a fare una passeggiata con me il Vanni e il Gio?” – “Si Renato, vengo volentieri dai” – rispondo io al Renato, che è mio papà. Tre piccole vette dei monti dietro casa mia, che a 30 anni non avevo ancora mai raggiunto e che ho sempre snobbato e ritenuto insulse. Giudicate ancor prima di conoscerle, che è sciocco come giudicare un cantante già da una nota.

Che idiota.

Circa cinque ore in cui passo dopo passo, chiacchiera dopo chiacchiera, si sono raggiunte alture alla portata di chiunque che offrono scorci di paesaggio che ti fanno venire voglia di credere in un Dio, se non onnisciente e onnipotente, quantomeno architetto da premio Pritzker  (avevo scritto Nobel, ma per l’architettura non è previsto).

La compagnia è buona, c’è mio zio Gio che sembra sempre un 37enne e invece è quasi a 50, il Vanni, amico d’infanzia di mio papà che ne ha 60 e il Renato che i 60 li fa.. oggi, il 20 gennaio! Loro abbigliati bene, da gente di montagna, io in tuta, giaccone che neanche ricordavo più di avere, trovato nell’armadio di casa dei miei e scarpe da ginnastica nike air max, semplicemente inadatte.

Un mondo distante anni luce dal mio la montagna, dove vigono regole diverse. Chiunque si incontri durante una passeggiata, si saluta come un vecchio amico che hai piacere di rivedere. Solo sorrisi e buoni propositi in montagna. E poi si ha la netta sensazione che si trovi solo gente per bene, lassù. I malviventi evidentemente sono pigri, verrebbe da pensare. Lontano dal caotico mondo, fatto di code in macchina, code alle poste, code alla cassa, code dal salumiere, code dal gommista, code dal parrucchiere, code al seggio elettorale.

Su un sentiero non si è mai vista una coda.. per dire.

Spuntino con panini freschi presi al mattino (dopo la coda dal panettiere), birra 4 luppoli del birrificio delle nostre parti, caffè caldo nel thermos, e poi giù a piedi sino in paese, con le gambe piene, le air max slacciate, l’animo soddisfatto.. e tante, credetemi tante, riflessioni auto-accusatorie, riassumibili in – “Ma perché non lo faccio più spesso?” – che si fanno spazio dentro me, a cui so, prima o dopo, di dovere delle spiegazioni..

C’è una canzone di Daniele Silvestri, quantomai azzeccata, che inizia così..

“Cazzo, sono un idiota.. ma come ho fatto a non accorgermi prima? Dovevo proprio avere gli occhi bendati per non vedere tutti i giorni passati, sprecati, buttati, consacrati al niente.. a quel continuo trastullarsi della mente, escogitando ogni nuovo espediente per ripromettermi sempre, la mattina seguente, la stessa carota. Cazzo sono un idiota” (Idiota – Daniele Silvestri)

E ripenso a quelle domeniche vuote gettate alle ortiche andando in centro città, camminando su e giù per il corso come un automa, guardando vetrine che non mi interessano, entrando in centri commerciali troppo affollati, incontrando gente vestita di apparenza, facendo code per una cioccolata, coppie a braccetto che si incrociano, in cui gli uomini guardano le donne degli altri e le donne non se ne accorgono perché si guardano tra di loro per vedere lo stivaletto, il trucco, i capelli, gli anelli.. Che ci faccio qui?

Ingranaggio funzionante di un sistema a cui millanto di non appartenere. “Sono solo un passeggero del volo.. e mi credevo pilota” – Così finisce la canzone di Daniele Silvestri.

Mea culpa.