Come quando sono a fare la spesa al supermercato.
Quel disagio che mi cala dall’alto, Grande Fratello, quando si tratta di riporre nella tasca l’iPhone appena consultato. Scatta puntualmente il brivido di essere attenzionato dal grande occhio controllatore che, magari per via di un’angolazione infelice, mi segnala alle patrie forze di sicurezza come sospetto intascatore abusivo di qualchessìa prodotto. E poi essere preso e portato nella stanza dei televisori, a rivedere al Var il gesto sospetto.
Stanza buia, gente indistinta in piedi attorno al povero me sbattuto su una sedia, immobilizzato mani e piedi, lampada puntata in faccia… “Parla!” – e sbam! , schiaffone d’incoraggiamento al verbo. Ed io un po’ confuso ma tutto sommato persuaso dalle ragioni della cattura, reo di quel gesto eretico di mettere cose in tasca, così vicino a scaffali pieni zeppi di cose tascabili, che provo a giustificarmi e chiedere com’è che siamo finiti già alle manate, che in fondo bastava chiedere e avrei spiegato, e se non fossi stato convincente poi al limite sarei stato perquisito e a quel punto – e solo a quel punto – se nelle mie tasche fossero state rinvenute cose indebitamente occultate, ecco che allora lo schiaffone propedeutico alla confessione sarebbe stato forse anche giustificabile, per quanto, senza voler fare polemica sia chiaro, giusto per completezza di informazione, in punta di diritto, sarebbe comunque un pochino oltre i confini delle leggi vigenti nel territorio italico.