AMLETICO

Ove giace quell’artista che fui e più non sono? Che n’è stato di quella leggerezza, di quel fervore con cui sgorgavan fresche – come acque di montano ruscello – le ironiche, sagge e illuminanti creazioni?
Essere stato, e non-più essere, questo è il dilemma.
Se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi
d’atroce
passato che non ritorna,
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi,
ricercar la smarrita password
per di nuovo ingressar in quello dimenticato account? Morire, dormire…?
O Inserir la mail per il recupero delle credenziali?

Chiedo scusa al collega Willy Shakespeare per il parziale scippo, riadattato per soddisfare scopi personali, per richiamar me stesso a una verità, non certo definitiva, ma attuale; la difficoltà a ritrovar leggerezza nello scrivere.

Eppure di bozze ne ho iniziate tante nell’ultimo anno, ma tutte – credetemi – rimaste tali poichè disturbate da un brusio acufenico di fondo che ha monopolizzato tutto quanto; il virus. Da un anno a questa parte, inevitabilmente, non esiste altro: terrorismo sanitario, negazionismo, scienziati in disaccordo fra loro, libertà elementari negate, vaccini, qualunquismo, certezze che crollano non appena ti pareva di averle acquisite. Caos.
Parlano tutti. Spesso a vanvera. E quindi per contrasto, la mia tendenza è stata silenziar me stesso, evitar di aggiungere brusio al brusio.

Da qualche settimana ho quindi focalizzato la mia vena creativa su qualcosa in cui il virus maledetto non può certo mettere il becco: il passato.
Rileggere me stesso, fare il punto della situazione su tutto il mio scrivere passato è stato terapeutico, mi ha depurato da questo appiccicaticcio periodo virulento, soffocante nella sua narrazione prima ancora che nella sua estetica, con le odiose mascherine a far da schermo al respiro e alla piena espressione d’un viso libero di ridere-piangere-stupirsi-adirarsi-corrucciarsi-fare-una-linguaccia.
In quel non luogo che è il passato, ho ricordato storie personali, ho ritrovato lo splendore di una versione non aggiornata dell’uomo che sono oggi, provando tenerezza e stupore per alcuni picchi di profondità, ed anche di superficialità.
E mi parso abbagliante quanto sia stato prezioso creare questo blog, come esso abbia segnato il passare del tempo, racchiudendo pensieri e storie di vita vissuta senza le quali avrei solo degli sbiaditi e indistinguibili ricordi, impressi vaporosamente nella memoria, imprecisi, confusi, incollocabili.

E così, in attesa di altri racconti freschi che ora ricomincerò a scrivere, lo prometto, ho intrapreso un progetto ben definito: creare un libro.
Il blog è una vetrina, quello che esponi oggi, domani è già vecchio e dopo un mese è nello scantinato.. invisibile.
Perchè ciò che è digitale è dispersivo. Per accedervi devi servirti di un Device in cui vi sono infiniti contenuti, che distraggono, distolgono. Per loro natura del resto si basano sull’istantaneità, sul multitasking, col risultato di renderci impazienti, nevrotici, e annoiarci in tempi molto ristretti, favorendo un compulsivo zapping tra tutti gli strumenti che offrono (le infinite app per intenderci).

Il rischio di quando possiedi troppo, è non riuscire a mettere a fuoco niente.

Il digitale, poi, è immateriale; e io credo nell’analogico. Credo nella complementarità dei due sistemi, non sono così stolto o moralista da non riconoscere la rivoluzione meravigliosa del digitale. Ne gioisco, esulto, me ne servo. Quando dico che credo nell’analogico, intendo una cosa ben diversa: ovvero che l’analogico non può essere totalmente sostituito. Il piacere del tatto, dello sfogliare, del guardare dentro alla tua libreria e vederlo lì, il tuo libro, accanto a Terzani e Kapuscinski, tra Zerocalcare e Fabio Volo… come si può anche solo pensare di sostituire digitalmente tutto questo?
Voglio che quando ci si mette a leggerlo non si possano cliccare link, o non appaiano sulle pagine le notifiche di mail, messaggi o antivirus in scadenza. Un oggetto fieramente inanimato, analogico. Che contribuisca a far riconsiderare l’importanza della lentezza nella dieta salutistica dell’essere umano.

E così sarà. Nel giro di qualche mese diventerò padre (…) di un’opera che non stravolgerà manco per il cazzo la letteratura mondiale. Eppure troverà il suo spazio, la sua libreria dove impolverarsi per l’eternità.
E badate, l’intenzione è dargli una tiratura che si aggira intorno alle trentatrè copie, così da renderlo – a suo modo – raro. E quindi prezioso. E forse ambito. Ma forse anche no. E in fondo; ma chi se ne frega?

Il mio primo libro.

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