QUEL GIORNO, IN QUEL BAR, PER CASO.

Non mi è ancora chiaro perché la giovane barista abbia caricato il gruppo doppio, per un caffè singolo, il mio. 

Persuaso dal detto che “nulla accade per caso”, rimango in perplessa visione dell’accadimento in corso. Due beccucci erogano caffè, uno confluisce nella mia tazza, l’altro sostanzialmente cade nel vuoto della griglia, disperdendosi mestamente altrove. 

Ed io lì, ipnotizzato dal rarefatto senso logico di quel che ho dinnanzi, che mi accorgo in un istante che sto agitando a ritmo di maracas una bustina di zucchero di canna grezza. Che sono mesi che non metto più lo zucchero nel caffè.

Che strano momento quel giorno, in quel bar.

E cosa ci insegna tutto questo? Onestamente non un granchè, ma per assecondare i molti di voi che credono fervidamente che “nulla accade per caso“, diciamo allora che ci insegna che tante volte siamo intenti a giudicare i malcostumi degli altri senza renderci conto che noi stessi, a nostra volta, stiamo combinando una qualche nefandezza. E che quindi prima di giudicare gli altri, dobbiamo badare a noi stessi.

Che è una morale accomodante, che accontenta un po’ tutti, ma soprattutto voi che credete che tutto nella vita abbia un senso.
Chi invece – come me – non crede che tutto debba necessariamente avere un senso, sorriderà sornione e passerà oltre, facendosi bastare quanto scritto sin qui, accettando che il pezzo si chiuda, così, all’improvviso, con una virgola alla quale provare a dare un senso,

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