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PRESEPE 2.0

(Un affresco dissacrante del Natale vissuto ai giorni nostri dai protagonisti del presepe)

PRIMA PARTE.

Nella Residenza nessuno osava proferire verbo. Solo lo scoppiettare del camino interrompeva il prolungato silenzio che era calato dopo la sfuriata del Padre Eterno. Egli, severo ma giusto, stava ora affacciato alla grande finestra che dava sui pratoni sempre più innevati, cercando di sbollire la rabbia per quel che era appena accaduto. Mani congiunte dietro la schiena bella ritta, elegante bianca tunica divina (quella dei giorni buoni), un turbante omaggio di colleghi orientali sotto il quale sbucava l’inconfondibile faccia triangolare piena di occhio, e ancor scendendo la folta e bianca barba.
Era iracondo il Padre, non capiva lui stesso come muovere il successivo passo. La carta della Misericordia che tanto successo ebbe in passato, risultava ora tanto efficace quanto lo è una pacca sulla spalla per curare la scarlattina. Si sentiva in un campo minato di grosse cacche di vacca da attraversare scalzo e bendato, cosciente che districarsi in tali circostanze senza pestare neanche una merda sarebbe stata solo questione di buona sorte.

Così meditava mentre osservava all’orizzonte l’arrivo dei cronici ritardatari; i ReMagi. “Quale dunque sarà la discolpa di quei tre giullari codesta volta. Ho anche dispensato la posizione sul raggruppamento WhatsApp, codesto anno” – mormorò nervosamente. In cuor suo li detestava, ma non stava bene farlo sapere in giro, dopo tutto lui era Dio.

I tre arrivarono alle falde del ponte levatoio con il fare ridanciano e infantile che li contraddistingue, tipico degli scolari in gita. Il tema della discussione questa volta riguardava chi del trio avesse il nome più brutto. Una bella lotta.

Il ponte, nel suo lento abbassarsi, disegnava da testa a piedi la figura di San Pietro, gran pezzo d’uomo, a cui fu sufficiente mostrare un’espressione seriosa unita ad uno sguardo ammonitore per placare ogni briosa tendenza dei Magi e immergerli nella clima tetro che i loro occhi stavano per conoscere. Soltanto una volta ottenuto il completo silenzio, precedendoli nella salita alla Residenza, scomodò la parola e sentenziò: “Baldassarre…” – e dopo tre puntini di sospensione continuò – “Baldassarre è veramente un nome di merda”.

Uomo di poche parole San Pietro. Ma ficcanti.

Entrando nella sala, la tensione era palpabile. Il Creatore li accolse senza nemmeno voltarsi e rivolse loro un baritonale “Prendete posto. E per l’amor mio, tacete”.

Ma Padre..” – provò a ribattere affabilmente Gaspare.

L’Altissimo si voltò e lanciò loro una cavalletta urlante e aggiunse un laconico “Intesi?” Annuirono.
Tornò a scrutare l’esterno. Alle sue spalle un terreno di battaglia; sparsi per la sala ognuno degli invitati ingannava il tempo a suo modo.

Maometto avrebbe voluto continuare a giocare a SuperMario Kart, ma Gesù che ben conosceva il Triangolo con l’occhio, in verità in verità gli disse che non tirava aria buona ed era meglio trovare altro da fare. Così i due inseparabili profeti abbandonarono momentaneamente la Nintendo Wii e aspettando che tornasse la quiete lanciavano di nascosto bucce di mandarino a Babbo Natale, che dopo la nottata di intenso lavoro occupava scomposto il divano sbronzo di grappa.
La moglie dell’Altissimo, Madeline La Fleur, sistemava con dovizia la legna nel camino, ben sapendo che quando il suo uomo-dio è in collera, non esiste nulla che possa placarlo; conviene anzi preoccuparsi di non aggravare la situazione, magari facendo perdere ardenza al fuoco.

Li si che sarebbero grossi cazzi per piccoli culi.

C’era poi Allah, amico di infanzia del Padre, che assecondava il disagio dei problemi familiari del collega fingendo interesse per gli enormi quadri appesi alle alte pareti del Palazzo, finchè dopo un Picasso e un Bramantino, si trovò di fronte a una stampa in bianco e nero di una scena de “Lo chiamavano Trinità” la pellicola preferita da Dio.

L’attore grosso e moro gli ricordava qualcuno; che fosse chèf Cannavacciuolo? No, non era lui eppure quello era un viso noto.. bastarono frammenti di istante a collegare e capire, e una volta capito si voltò repentinamente verso la cucina, dove incrociò lo sguardo con Bud Spencer, il nuovo cuoco della Residenza, il quale annuì con cenno di intesa e tipica espressione fiera, innalzando un calice di vino rosso con cui accompagnava l’abituale porzione per quattro persone di fagioli. Anche gli angeli mangiano fagioli, verrebbe da dire. Allah ricambiò con l’occhiolino e il segno della pistola che spara con pollice/indice, che non è una prerogativa Allahiana, ma presi alla sprovvista a volte si fanno cose inusuali.

Lo Spirito Santo, di inconsistente materia nonchè privo della parola – e che per comodità rappresenteremo idealmente come il simpatico fantasmino Casper ma più snello e allungato – fluttuava avanti e indietro per la regale stanza a un palmo dal soffitto, irrequieto come padre in sala parto, incredulo e anch’egli scioccato per l’accaduto, sotto lo sguardo della sempre Vergine Maria la quale a sua volta aveva preso posto sulla poltrona accanto alla grande credenza popolare, allontanandosi vistosamente (e non a caso) da Giuseppe, suo discusso marito, rimasto l’unico seduto all’ovale tavolo, al proprio posto, con davanti a sè ancora le chips vinte al Black Jack. Per la prima volta Chip Leader nel BlackJack di Natale, ma con la netta sensazione che nessuno lo avrebbe pagato, dopo i nefasti accadimenti.
Povero Giuseppe; da anni – tipo oltre duemila, avrebbe sistematicamente voluto rifiutare l’invito natalizio che lo ha sempre visto coinvolto, ma che nell’animo lo ha sempre avvilito. Egli infatti non ha mai digerito il suo ruolo nella storia, ben raccontato ogni anno dal presepe, con lui a far la parte del genitore maschile di un bambino prodigioso ma non suo. Okay si, poi l’asinello e il bue glieli hanno lasciati a fine presepe, ma lui faceva il falegname, mica l’allevatore; erano null’altro che un impiccio in più. Eppure la sua umiltà unita al timore dei poteri forti, lo aveva sempre portato a porgere l’altra guancia e tacere di fronte a tali e tante ingiustizie.

La situazione ristagnava, ma la percezione che la svolta si stesse avvicinando era sempre più tangibile.

Pietro comprese che il tempo era maturo e che solo una persona poteva mettere fine allo strappo. Una persona che il Padre del Cielo e della Terra amava incondizionatamente. Diede ripetuti colpi di sopracciglia in direzione di Gesù, invitandolo a seguire la procedura. Il figlio dell’uomo sgranò gli occhi e roteò il dito indice all’altezza della tempia, come a dare del folle a Pietro. La procedura era infatti solo stata abbozzata a livello teorico ma mai testata sul campo. Improvvisarla in diretta avrebbe significato un possibile effetto boomerang, di cui non se ne sentiva necessariamente il bisogno. Pietro non desistette ed annuì socchiudendo gli occhi, infondendo nell’uomo di Nazareth un intenso senso di fiducia, che indusse Gesù a lasciare da parte le bucce di mandarino e prendere di petto la responsabilità delle proprie azioni. In fondo egli era il Verbo, ne aveva passate di peggio quando era stato fatto uomo, in mezzo a una banda di arretrati sociali, che ragionavano lasciando le stigmate addosso.

Si convinse che la procedura era la via più percorribile, per quanto l’esito non fosse per niente scontato. E preso fiato cominciò: “Padre; concedimi di parlarti guardandoti nell’occhio..

E se esiste una cosa per cui Dio ha un complesso – ed esiste – è proprio la cosa dell’occhio unico.

… continua …

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PROVACI ANCORA, STATO

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“Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono..” – diceva quello. E quello è il Gaber.

E quel Gaber difficilmente risulta essere banale. Che non solo io non mi sento italiano; a volte sfocio nel “io non mi sento essere umano”.. ma per fortuna o purtroppo lo sono. E non è certo un atteggiamento di presunta superiorità, nossignori. È un sentimento di dissociazione da certe robe. Ma questo è un discorso più ampio, è la penisola a forma di stivaletto che mi interessa.

Siamo una popolazione deludente, con uno scadente orgoglio nazionale. Se possiamo evadiamo le tasse, ci pensiamo furbi, facciamo i furbi, ci piangiamo addosso, siamo lamentosi, vediamo nello stato e nelle autorità un nemico da frodare invece che un alleato con cui collaborare.

Una estesissima partita a ‘Guardie e Ladri’.

In cui però le guardie non è che siano diverse dai ladri, attenzione… Abbiamo una classe dirigente specchio del popolo, corrotta, con privilegi acquisiti degni delle antiche piramidi sociali, assegnate sulla base del niente, con ingiuste sproporzioni tra chi lavora per davvero e chi occupa poltrone da cui non si separa neanche se vien giù il nostro amato Gesù di Nazareth in persona. O Maometto, se preferite, islamici.
È per questo che poi io non mi sento italiano. “Io non sono come quelli” – mi dico.

E lo urlo ancor più quando accadono cose come quella appena accadutami.

Una multa per eccesso di velocità in autostrada.
Rilevati 127 km/h in un tratto dove c’era il limite massimo a 110 km/h.
Circa euro 150 di sanzione, e decurtazione di punti tre dalla patente.

Bene.

Cioè non bene, male. Però va bene fratello Stato, ho sbagliato io. Pago.

Mi chiedi di certificare i dati del conducente per procedere alla suddetta decurtazione, non ti va di farlo automaticamente al proprietario della vettura, non mi è del tutto chiaro il motivo ma posso immaginare che ci siano stati in passato questioni e ricorsi che ti hanno suggerito di cambiare procedura e fare cosi. Vado a costituirmi da solo, non c’è problema.

Mi avvisi che se entro tot giorni non dichiaro il conducente a cui detrarre i punti mi sanzioni con aggiuntivi euro duecentosessanta circa. Mi pare uno sproposito, ma come deterrente funziona eccome. Vado alla polizia stradale, allo sportello, compilo tutto quel che c’è da compilare. Fine. Sono pulito. È metà luglio e sono pulito.

Balle.

Mi mandi ora, a dicembre, una raccomandata – fratello Stato – in cui mi chiedi quegli euro duecentosessanta circa perché non hai ricevuto la dichiarazione dei dati del conducente. Bizzarro.

Non so voi cosa ne pensiate; un banale errore di trasmissione in buona fede? Può capitare? Anche se non è la prima volta che mi accade? Mmm.. vi dirò cosa penso io.

Io sento odore di bruciato. Il tentativo di sfruttare qualsiasi mezzo consentito dalla legge per raccattare soldi per le tue casse vuote, a causa delle tue mani bucate, della tua cattiva gestione, della tua incapacità amministrativa, della tua corruzione, del ‘magna magna’ che da generazioni corrode il nostro meraviglioso territorio.
Che basterebbe che io non trovassi la ricevuta e sarei fottuto. E tu lo sai che gli italiani sono disorganizzati e disordinati, e chissà dove hanno messo i documenti. E li fotteresti volentieri, anche se sai bene che hanno gia pagato per i loro reati, ma magari non hanno conservato il documento e tu per legge puoi rivalerti. C’è la legge. Perché sei un italiano furbetto come la tua popolazione. Sei STATO tu, a dare questo esempio?

Era lì, nel vano portaoggetti della macchina, assieme alla ricevuta del pagamento della multa. La copia compilata con la dichiarazione del conducente relativa a quella sanzione.

Ho esultato come Tardelli al gol alla Germania nell’82.

Ritenta, sei Stato sfortunato.

Quanto a Gaber, la canzone si chiude cosi.

“Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo..
per fortuna o purtroppo..
per fortuna..
per fortuna lo sono”.

E per quanto deluso, a conti fatti.. Si. Per fortuna lo sono.


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