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23 e 24 aprile 2017 in pillole

Succedono poi cose nel weekend, a un bel momento. Tipo un allenatore che si dimentica di farti entrare, ci sta. Fa un po’ ridere, ma ci sta. Soprattutto se poi quella partita l’hai vinta, tutto fila via, scorre, senza attrito, liscio. È così che vanno le cose, sottili equilibri tra torto e ragione, sottili ragioni tra torti e equilibri, sottili torti tra equilibri e ragioni, giusto per mischiare le carte.

Che tanto quest’anno ho imparato a dire “a posto così”. Con chi cerca di aizzare, litigare, confutare io rispondo “A posto così” e se continua rispondo “A posto così” alzando la voce finché non si scoraggia. Nessuno è mai andato oltre al terzo ” A posto così“.

Una giornata in famiglia, il dì seguente, che è lunedì, per molti giorno festivo in quanto ponte che allaccia la domenica al martedì 25 aprile, giorno della liberazione, o della libera azione se preferite, che sarebbe un nome gradevole per una forza politica, peraltro. Mezza giornata in zone collinari, fortezza di San Leo, nei pressi della estera San Marino, a vedere cose belle in bella compagnia, costruzioni vecchie medievali, contenitori di storie piuttosto assurde di torture e prigionìe, annosa questione che testimonia l’incantevole uso improprio delle risorse intellettive umane che perdura lungo tutto il corso della storia, e chissà per quanto ancora ci accompagnerà.

Tempo di sgranchirmi le gambe con una improvvida accosciata ed ecco il mio apprezzato iPhone sette nero opaco non protetto da custodie sfilarsi dalla tasca, toccare non dolcemente il suolo e cominciare una drammatica discesa – schermo a spanciato a terra – per la ripida pendenza del ruvido ciottolato e interrompere la sua traiettoria un paio di metri dopo grazie allo stop d’interno destro di mio zio che evita danni peggiori. Danni che tuttavia non passano cazzo inosservati; graffi diffusi, piccole lacerazioni del vetro qua e là e la sensazione di aver fatto un’ottima scelta ad aggiungere l’Apple care al momento dell’acquisto, che permette riparazioni e/o sostituzioni a costi confortevoli e/o/a abbordabili.

Una piadina classica romagnola crudo squacquerone e rucola a pranzo, e discesa verso il mare, dove raggiungo miei colleghi intenti a godere del sole, e con cui facciamo una sfida a basket in spiaggia, canestri, tiri, mi sento fortissimo, vinco, poi entra sul campo un bambino veramente piccolo tipo cinquenne penso, con un nome veramente deludente quale è Cosimo, secondo solo a Calogero, che la mamma appellava Cocò, il quale con una personalità rara si intromette tra schiere di giganti senza salutare nessuno e facendo suoi quanti più palloni possibili cercando la gioia del goal, non minimamente supportato da forza nè tecnica che lo rendono un impiccio alla nostra gara che intanto però prosegue, ora più spezzettata, con Cosimo che a un certo punto calcia coi piedi il pallone a spicchi colpendo un palo pieno che gli restituisce con forza uguale e contraria il pallone in faccia facendolo cadere come un bambino. Quale è. Il tutto tra le nostre risa mentre la madre riprendeva il suo campione con lo smartphone, video che vorrei fortemente avere prima o poi.

Un altro ragazzino, più grande tipo dodicenne avrebbe voluto anch’egli giocare, ma – più timido – ci guardava seduto a bordo campo, aspettava solo di essere chiamato, ma l’ingombranza di Cocò era già più che sufficiente per noi adulti. Finita la sfida e assecondato Cocò, che tra le altre cose quando ha saputo che sono un tifoso della Juve mi ha guardato e dedicato un sentito “Fai schifo”, ho coinvolto anche il dodicenne, giocatore da subito parso talentuoso, una fluidità di palleggio e tiro che lasciavano trasparire competenza nonché militanza in qualche squadra cestistica giovanile. “Lui si che è bravo, si vede subito” ho subito sentenziato “è più bravo di te” ho aggiunto indicando il mio amico Cat. Poi è partito un due contro uno, io ero l’uno, contro il dodicenne e il mio amico Cat, ho fatto valere i miei centimetri, l’ho stoppato due volte il talentino, pavoneggiandomi anche, tipo Giovanni quando fa braccio di ferro col bimbo in “Tre uomini e una gamba” poi la partita è finita, dovevamo andare e mi sono complimentato col dodicenne, “Bravo, alla prossima.. io sono Daniele come ti chiami tu?” gli ho chiesto. Ha farfugliato un nome, che non ho capito, mi è sembrato abbia detto forse Gabri.. “Come scusa?

“Sabrina”

Ah.

Cioè quindi..

Esatto.

Ho stoppato due volte la dodicenne Sabrina.

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HIGHLIGHTS 2015.. VIAGGIO A EST

È già dicembre. Ho come l’impressione che una volta il dicembre arrivasse meno spesso, ora invece appena ti distrai un attimo.. sbam! .. è dicembre. Ciò che ho appena detto ha senso il giusto, e forse anche qualcosa meno, ma la percezione – pur distorta – è spesso più reale di un fatto oggettivo.

E io ho tante distorte percezioni.

Vi dirò cose ora, a modo mio, sul mio duemilaquindici. Dopo Cristo. Vi dirò cose della mia prima vacanza a est.

Singapore, Bali, Malacca, Kuala Lumpur, vale a dire Singapore, Indonesia, Malesia. Quindici giorni fortemente voluti e organizzati dalla mia metà che ha trovato nel sottoscritto ben poca collaborazione, va detto.
Che io avrei scelto ancora una volta la “comodità” di un viaggio in mondi occidentali, dove puoi civilmente spostarti noleggiando una cazzo di macchina e non doverti sobbarcare infiniti Bus o Taxi per gli spostamenti. Lei andrebbe – par di capire – ovunque. Non la spaventa o frena nulla, il che le fa onore, e io la invidio positivo sia chiaro.. ma sono diverso.
Diverso, ma intanto è stato un viaggio favoloso.

I was quiet wrong. She was quiet right.
(Remember this: Never say to your girl that she was completely right. Never. “Quiet right” is enough)

Singapore. Antefatto. Tutti criticano l’oggetto ‘asta dei selfie’ e non me ne capacito, che a me pare una bella soluzione per fare foto da angolazioni inconsuete. Lo credevo fino a Singapore quando al primo giorno a causa dell’inaffidabile asta il neonato iphone della mia femmina si è spanciato a terra frantumando il display in centinaia di frammenti; ma noi, che siamo dei signori, lo abbiamo accettato felici. Non è vero.
Fine antefatto.

A Singapore fa caldo, sempre, tutto l’anno, non ci sono cazzi. Caldo umido. Al pari di Kuala Lumpur e Malacca. Non mi è chiaro come possano aggregarsi milioni di persone in posti così inospitali. Eppure han tirato su infiniti palazzoni, gli uomini d’affari girano in abito giacca e cravatta come fossero a Saronno e tutti vivono lo stesso, secondo me e il mio amico Simon fingendo che vada bene così.
A parte questo Singa mi ha stupito in positivo per la pulizia, l’ordine e la ricerca della sostenibilità dei consumi rivolta alla salvaguardia dell’ambiente che tanto fieramente va professando. Contraddizione notevole – quest’ultima – con lo skyline e gli infiniti centri commerciali aerocondizionatissimi e di proporzioni inenarrabili presenti in tutta l’area urbana.
Ma da me cosa vi aspettate, non sono la persona adatta ad approfondire tali aspetti. Io mi limito a dirvi che la parte di Marina Bay Sands è dannatamente moderna e meravigliosa.
Musei, serre, i super tree (alberi giganti tipo quello dell’expo) che non possono lasciare indifferente neanche l’animo umano più scettico, ti fanno esplodere lo stupore, tipo che quando li vedi tra te e te dici cose tipo “Whaaaat?” oppure “Are you serious?!?” e succede proprio cosi – in inglese – anche se sei italiano. Cose di stupore. Sano e impattante stupore.

China Town Anche a Singapore la colonia cinese non manca. È un luogo che ho avuto modo di vedere a NY, SanFrancisco, Londra e Malacca (a K.Lumpur mi sono rifiutato) e lo dico candidamente, non mi piace proprio. Sono mercati a cielo aperto che prevedono confusione e innumerevoli shop uno in fila all’altro, identici fra loro, che vendono le stesse identiche robe.. e non mi capacito di come possano prosperare tutti quanti. C’è qualcosa di economico che non mi torna. Qualcuno mi risponda. Anzi no, lasciatemi per sempre col dubbio. Mi piace tenermi il dubbio.
Little India stesso discorso di China Town.. è un postaccio in cui mi sono sentito a disagio. Non pensavo, anzi nella mia idea (che ammetto essere priva di profonda conoscenza degli usi e costumi asiatici) vedevo gli indiani come pacifici, cordiali, ospitali e meditanti uomini. Nulla di tutto questo, come mi è stato confermato anche dalla pacifica, cordiale, ospitale e meditante popolazione di Bali.

Se lo chiedete alla mia femmina vi dirà che non ho la cultura del diverso. E probabilmente quella donna ha alcune dosi di ragione. Ma badate bene, ciò non significa che io stesso non ne abbia altrettante. Le ho. Le possiedo. Le ragioni. In dosi. Massicce.

Bali. Qui cesso di essere non cultore del diverso. Se esiste un posto senza tempo, esso è Bali. Non parlo del sud, pieno di alberghi e resort che la rendono una meta occidentale qualunque. Parlo di tutto il resto dell’isola. Parlo dei balinesi, che vivono di quello che hanno e sono felici. A Bali mi sono commosso, io. Ci sono cose che non le capisci se non le vivi. E se le scrivi sembrano banalità del cazzo. Vanno vissute. Quindi prendete per buono questo; ho imparato meglio cose che già si sanno sulla vita, a Bali.

Poi c’è la Monkey Forest, un posto incantevole dove le scimmie vengon li che ti guardano, e tu le guardi, e loro ti guardano, e tu le guardi.. e non sai, voglio dire non sono cani o gatti, non sai bene quali siano le loro abitudini.. l’approccio è stato distaccato, avevo un po di tensione ma poi è passata quando ho capito che sono tipo dei bambini sciocchini, che vogliono giocare, rubarti cose che penzolano, mangiare e.. togliersi i pidocchi. Don’t feed the monkeys, balle! Date loro una bananina tenendola alta in mano. Vi saliranno leggiadre in spalla a mangiarla.

Avevamo un autista, Coman. Chi non sa come è Bali, può pensare che siamo due “fighetti con l’autista“. Fermatevi con queste stronzate. La viabilità a Bali è una giungla. Suonano tutti, ma non con cattiveria, e nessuno se la prende se uno gli suona. Semplicemente c’è una confusione impressionante, segnaletica approssimativa, e gente che suona mentre fa un sorpasso per dire che sta sorpassando. A destra o a sinistra, non importa. Tre in motorino, quattro. Vale tutto, come a Napoli.
Coman l’autista, un 23enne, basso come tutti i suoi conterranei, due occhioni scuri, tanti sorrisi, un inglese simpaticamente scarno e tanta voglia di sorpassare suonando il clacson.
Gli ho regalato un paio di scarpe, belle, quelle con cui girai per gli Usa l’anno scorso assieme ai miei amici. Non che non le volessi più quelle scarpe, anzi.. è che ci tenevo che avesse qualcosa di mio quel bravo, semplice, genuino ragazzo.

Ogni casa a Bali ha un tempio Indù. Mangiano, pregano, amano. Come Julia Roberts nel film. Una popolazione che non ha ambizioni, ignorante. Ma di ignoranza che – inaspettatamente – insegna. Un popolo felice di quello che ha nella sua terra e che non cerca altro. I Balinesi stanno bene, non conoscono stress, non ambiscono ad arricchirsi oltremodo. Percorrono una strada verso la felicità impensabile per noi.

Che noi immersi nella centrifuga del sistema occidentale, abbiamo ambizione di crescita perpetua, e ci sfugge il presente..
Che il presente significa rendersi conto che abbiamo tanto, e accontentarci, perché sarebbe già più che sufficiente per vivere bene.
Non affermo che dovremmo vivere come loro, non sarebbe realistico, certo è che il loro modello di vita è fonte di quesiti e perplessità su quello che è invece il nostro.
Ha senso il nostro sistema economico finanziario?
È sostenibile improntare tutto sulla continua crescita economica?
Vi rispondo io, no. Ma a quanto pare io sono solo uno che dice di volersi ribellare e poi ne è dentro fino al collo. Ed è la verità; sopraffatto.

Ebbene si, il duemilaquindici si chiude così, con sentori di sopraffazione.

È un pezzo lungo. I pezzi lunghi non li legge quasi nessuno.
Sarete in pochi ad essere arrivati sin qui.
Vi meritate un sentito
“Buon Duemilasedici”


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