Archivi tag: Beffe

LA BALA L’È ROTUNDA

Unknown-1.jpeg

Non stavo capendo. Poi ho capito, ma l’ho lasciato concludere, perché mi faceva ridere.

Diciamo che quando le cose non vanno per il verso giusto, non c’è un bel niente da ridere e infatti non ho riso, ma dentro la mia parte evasiva lo ha fatto.
Ed io – si sappia – ho una grande opinione della mia parte evasiva.

Racconterò i fatti antecedenti che hanno portato alla situazione sopra citata, e non lo farò con una mera cronaca, ma servendomi di percorsi contorti, andrò fuori tema, adotterò soluzioni letterarie disparate, se possibile accattivanti, se non possibile accomodanti, certamente tutto fuorché didascaliche.

La bala l’è rotunda – non perde occasione di dirmi la mia nonna quando le dico che abbiamo perso. Puntuale, da sempre, è una consuetudine che mi accompagna sin dalle prime sconfitte in gioventù, è una sorta di pacca sulla spalla, che vuol dire che la palla è rotonda, e che poi continua con “na volta la và da chì, na volta la và da là”una volta va di qui e una volta va di là. Non l’ho mai apprezzata fino in fondo onestamente, proprio da un punto di vista fisico intendo, una sfera può andare in un sacco di posti, mi sembra un po’ riduttivo sostenere che vada o lì o là, a caso. Va detto che di questi tempi va un tantino troppo di qua, nella nostra porta, anzichè di là, nella loro. E questo è un problema. Un cazzo di problema.

C’è tutto un lavoro in settimana e c’è un esame da superare ogni domenica, e continuare a studiare, applicarsi e non arrivare almeno al 18 è frustrante, questo non lo considerate voialtri che state là fuori, nel mondo normale, che giudicate i calciatori come privilegiati viziatelli, che rincorrono una palla e prendono un sacco di euri, e se perdono tanto è uguale, tanto poi la sera vanno in discoteca.
Stereotipi. Italiani- mafia pizza spaghetti mandolino? C’è qualcosina di più.
La settimana si vive male dopo una sconfitta, ci son tutte delle dinamiche che ti scuotono, svuotano, una rincorsa a trovare la formula giusta capace di invertire la rotta o se preferite, in quanto rotta, aggiustarla… insomma l’obiettivo è vincere e questa domenica è arrivata la terza sconfitta di fila e capite bene che l’umore quello buono, è altrove.
Ed è per questo che in sala stampa poi ci sono andato io, che sono il capitano, perché un 1a5 casalingo va attutito, spiegato, scomposto in numeri primi, per quanto uno e cinque già lo siano, e i primi che è corretto si mostrino, sono allenatore e capitano.
Entro, la mia espressione è cupa, la sconfitta bruciante è appena avvenuta, la voglia di parlare – in tutta franchezza – molto ridotta.

Mi siedo, saluto, microfoni, telecamere, tre due uno… vai.

Inizia con la domanda un tizio, parla di prova convincente, di un inizio incerto ma poi col passare della gara una reazione e nella ripresa una gara senza storia in cui abbiamo legittimato la vittoria.

Legittimato. La vittoria. Abbiamo.

Non stavo capendo. Poi ho capito, ma l’ho lasciato concludere.

L’ho guardato in faccia bene, senza rispondere. Lui mi ha guardato, si è trattato di un’imbarazzante frazione di secondo ma che nel mio ricordo erano almeno venti, nel qual arco di tempo gli spuntavano crescenti orecchie da asino. Mi par di ricordare anche il naso rosso. Si si, c’era anche un naso rosso, come no.
Ho sbottato.
Non ricordo le esatte parole, ma per fini narrativi facciamo che siano state queste: “Mi perdoni buon uomo, passi per il naso rosso e le orecchie da asino, ma almeno abbia la decenza di riconoscere che davanti a lei c’è uno dei disperati che hanno appena raccolto una sacca di palloni dalla propria porta. Un uomo distrutto. Che ora è anche indignato. Si ricomponga, si dia un contegno!!! ”

Perché quello che ho omesso di dire all’inizio, è che mentre la mia parte evasiva – della quale ho una grande opinione – rideva, l’altra parte ha cazzo di sbottato.

Annunci

DRITTO COME L’OLIO

scelta

Può un non-scrittore avere la crisi del foglio bianco?

In teoria no, ma si sa le teorie spesso con la realtà, sorprendentemente, non hanno punti d’incontro. Io infatti non sono uno scrittore eppure ce l’ho.

La chiamo talvolta crisi artistica, altre volte mi piace chiamarla Martina Scavi, così perché è bello dare un nome alle cose. Anche un cognome, a volte.

E sino a stasera ce l’ho avuta, cazzo, la Martina Scavi dico. Voler scrivere qualcosa e non riuscirci, perché hai un blocco creativo/artistico/simpatico/comunicativo.. è brutto.

Eppure poi arriva il giorno che passa. Basta trascurare la tv, mettere sul canale 700 di sky entrare nelle web radio e sintonizzare su Rock Nation che senza pubblicità offre a rotazione belle canzoni rock di ogni decennio. Che poi ora che ci ragiono, come fa a vivere senza pubblicità una emittente del genere? Sarebbe da andarci a fondo, ma non lo farò, perché sono pigro. Sta di fatto che in questo modo si crea la giusta atmosfera che fa venir voglia di scrivere le cose.

E così ripenso un po’ a queste ultime settimane vissute tra piccoli e grandi impegni, tallonato da problemi alla mia zampa sinistra che paiono non passare mai e proprio a tal proposito citerò un aneddoto che è la fotografia che ben inquadra il momento sfigamolle che sto attraversando.

Ennesima risonanza del 2013, la quinta se non sbaglio. Ed io non sbaglio. 

Per chi non l’avesse mai fatta, immaginate di essere infornati tramite un lettino scorrevole in un forno a legna tipo quello delle pizze, solo un po’ più tozzo. Bene. Ora prendete una grossa lavatrice industriale, un martello pneumatico e un team di muratori armati di arnesi a caso e urlate “Pronti.. Via!” .. e via tutti insieme per 25 minuti. Ecco, esattamente così.

Ebbene, ne ho fatte talmente tante che inizio a trovare una musicalità in quel frastuono disordinato. E’ diventato un genere che apprezzo più della musica Techno Hardcore e di Gigi D’Alessio, il quale, va detto per correttezza, lo metto dietro anche alla gara di rutti della festa della birra di Larciano (PT).

Per non farci mancare nulla, me l’hanno fissata a Padova. Padova non è lontana per uno che sta chessò… a Padova per esempio. Per uno che sta a Modena invece è lontana. Tanto per fare un parallelo, è come se ad uno di Padova la fissassero chessò.. a Modena, ecco, per capirci. Già… Tipo 300 km andare e tornare.

“Vai lì alle 17,30, porta l’impegnativa, paghi e ti danno subito l’esito alla fine” – così parlò il mio medico e alla mia richiesta del nome della clinica lui categorico – “Non puoi sbagliare, uscita Monselice, ci sono subito i cartelli che ti portano alla clinica”.. Abbagliato da tanta convinzione non faccio più domande e parto. Arrivato a Bologna manco clamorosamente lo svincolo per Padova, idiota.

Rimessomi in carreggiata proseguo, annoiato, verso l’uscita Monselice che poi ci sono i cartelli facili.

Esco, preoccupato di non vedere alcun cartello e invece mi si para davanti un enorme insegna MEDI CLINIC con tanto di immagine della struttura. Aveva ragione lui. Seguo le indicazioni e arrivo con una manciata di minuti di anticipo alla clinica… sbagliata!!! Se non altro la receptionist si è fatta una gran risata alla mia frase di congedo: “Bene dai, anche oggi la mia figura di merda l’ho fatta, alla prossima, arrivederci!” e via verso la clinica giusta, ottenuta dopo una chiamata al doc!

Mentre aspetto il mio turno gioco a ruzzle, che mi ha ampiamente rotto le palle, ma devo ammettere che nei tempi morti svolge ancora bene la sua funzione. Certo che ogni volta a dover inanellare la noiosa ma redditizia serie di “ara-arai-are-ina-teri-aia-pia-poi..” ci si spacca la minchia. Che poi dopo mesi ancora non ho imparato che “Tera” non lo da buono e testardo lo digito ottenendo il meritato suono di errore.

Ecco la donnina chiamarmi, è giunto il momento del rumoroso esame. Ella si dimostra da subito estremamente cordiale, anche troppo.. quel tipo di persone che ci tengono a far capire la bontà delle proprie azioni e che mentre fanno le cose le dicono usando il plurale “Adesso mettiamo qui la cartelletta con tutte le documentazioni così non le perdiamo, poi compiliamo questo foglio” e lo fa lei. Cordiale si, ma ingannevole.

Il macchinario non è il convenzionale, quello a cui ho fatto riferimento prima, è un po’ diverso. Ed infatti è macchinario adatto soltanto alle articolazioni, limitatamente a quelle, ed io necessito di una più ampia sezione della gamba, dal ginocchio in giù. Appresa la notizia, la gentil donnina non si scompone ed anzi si prodiga a trovar soluzione.. e cazzo la trova. “Ne facciamo due, in due diverse sezioni”. Non lo do a vedere, ma a me pare una soluzione di una pochezza rara, un lavoro fatto un po’ col culo, raffazzonato in qualche modo. Dico che va bene.

L’infinita cinquantina di minuti per le due risonanze passa, ed io ringrazio il cielo perché dover stare immobile, nel baccano, per quanto in posizione sommariamente comoda, dopo un po’ ti crea cazzo di tensioni alla schiena e agli adduttori.. per non parlare poi se ti viene prurito al piede.. Insomma, una risonanza è per gente cazzuta, figuriamoci due!

Ringrazio la donna, che sempre con fare estremamente cordiale mi dice di attendere alcuni minuti nella sala d’aspetto, però non quella in cui aspettavo prima della risonanza, ma quella più avanti, passando il corridoio e mantenendo la destra, dove vedo la scritta ritiro esiti… e me lo ripete una seconda volta per essere ancora più chiara, ma io avevo già capito a metà della prima spiegazione, anche perché non siamo al St. Francis Memorial Hospital di San Francisco, è una clinica di Monselice, bellina ed efficiente per carità, ma piccolina. Mi avvio..

Nell’attesa dei miei esiti, un po’ teso perché spero vi siano notizie finalmente positive, mi chiedo quando e se rivedrò mai quella gentile signora e del senso di questi incontri. Persone che vedi una volta nella vita, con cui hai a che fare, scambi due battute e poi non le rivedi più. Punti di contatto fugaci che il più delle volte durano l’arco di una giornata per poi essere dimenticati tornando a casa.. chissà quando la rivedrò un cazzo, eccola che torna e dice di seguirla. La seguo confuso, magari mi vuol far parlare direttamente col dottore refertatore, forse sono un cleptomane e ho rubato delle robe, che ne so..

Arriviamo in un’altra sala medica, vedo un macchinario molto più simile alla solita risonanza e: “Guarda scusa ma..ti devi  togliere tutti gli oggetti metallici e mettere quel camice e vieni che ne facciamo un’altra” 

Facciamo? Io ne faccio un’altra! Cazzoooo.

Mi spiega che l’impegnativa parlava di caviglia, che doveva esserci scritto arto.. e che quella che andavo a fare era più completa. Si scusa ripetutamente, ma in effetti non dovrebbe, non è colpa sua.. ma si sa, certe persone, squisite, ti chiedono scusa a prescindere. Mi pesa da matti, ma mi adagio sul lettino, mi infilano, altro frastuono interminabile.. sorrido per lunghi tratti della terza risonanza giornaliera, un po’ perché voglio sdrammatizzare e un po’ perché è una risata isterica, quella che precede la pazzìa.

Terminato il terzo ed ultimo atto guardo l’orologio, le 20 sono passate da una decina di minuti. Affaticato dopo il pomeriggio trascorso tra macchina e ‘cantiere’ mi sollevo e vado a rivestirmi. Penso siano finite le beffe di quel giorno e invece ce n’è un’ultima, il colpo di coda. Visto l’orario inoltrato, il refertatore è (giustamente) andato a casa dalla famiglia, quindi gli esiti li avrò soltanto all’indomani. Bene. Neanche torno a casa con gli esiti. Avevo avvisato 50 persone che avrei fatto sapere gli esiti entro sera.. perfetto.

C’è sempre un lietofine però. E me lo regala lei, la persona più influente di quella mia giornata. La donnina d’animo buono. Si scusa per la quattordicesima volta se non sbaglio, ed io non sbaglio, e mi lascia con una frase che recita testualmente:

“Mi spiace, bastava compilare diversamente la ricetta e saresti venuto direttamente in quest’ultima macchina a fare la risonanza, dritto come l’olio”.

Dritto come l’olio. Questa me la segno, ho pensato.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: