COME QUELLA VOLTA A LECCO

Ultimamente mi è presa questa abitudine di fare il dito medio al mio cane, che si chiama Zero. Mi trovo bene, mi da riscontri positivi in termini di ilarità, quindi continuo, porto avanti la cosa.

Ma mica sempre, soltanto quando io sono in casa che sto facendo cose e lui è fuori che guarda dentro, tutto infangato e fradicio… che lui si diverte tanto a fare avanti e indietro davanti al pollaio abbaiando, il che mi può anche stare bene, ma in periodi di intense precipitazioni come questi ciò si traduce in fare avanti e indietro nella palta argillosa tipica di queste Roveresche Terre, rendendo impraticabile l’ipotesi di farlo ingressar nell’abitazione con noialtri.

Così Zero passa del gran tempo lì sulla soglia di casa, spostandosi da una porta-finestra all’altra a fissarti. Non abbaia, non piagnucola; di tanto in tanto si fa sentire con la zampa che gratta sul vetro; gliel’hanno insegnato i gatti e lui – felinamente – lo ha appreso.

Ha una capacità di farti sentire in colpa sensazionale. Gli basta fissarti. Non sbraita, non si avvilisce; ti fissa. E ti giudica. Eccome se ti giudica, lo senti tutto il giudizio, i suoi occhi fissi dentro i tuoi, ti accusano, chiedono spiegazioni. Ti interrogano sul perché di questo maltrattamento, che lui è lì, che vuole solo stare con te e tu lo stai rilegando làffuori, lontano dalla famiglia, solo, alle intemperie, nella pericolosa e selvaggia e randagia e letale natura nord-marchigiana.

E allora eccolo lì il momento, un bel dito medio, a cui Zero reagisce alzando lievemente le orecchie, come colpito da un gesto nuovo che ancor non sa decifrare, che i Border Collie hanno un’intelligenza molto spiccata e imparano in fretta ogni comando (dubito che imparerà mai il concetto astratto di andare affanculo, ma mi piace pensarlo). E quel suo attenzionarsi a me fa ridere. Per molti tutto ciò potrebbe non avere senso, me ne rendo conto – e mi sta bene – ma che ci devo fare, il non-senso mi diverte.

Che poi questo modo di fissare con silenziosa reiterazione mi rimanda col pensiero a quella volta che ero a Lecco, una gelida sera di Gennaio/Febbraio – anno 2009 – e doveva giocarsi un accattivante Lecco-ProPatria. Il terreno di gioco era in parte ghiacciato ed eravamo in campo con l’arbitro che ne stava valutando le condizioni. Tutto d’un tratto, senza apparenti ragioni, alle mie spalle dagli spalti un signore ha cominciato a inveire contro noi della ProPatria, con un livore francamente sproporzionato, tale quantomeno da far venire voglia di dare un volto a tutta quella rumorosa volgarità.

E lì, voltandomi, ho fatto esattamente quello che ora fa il mio cane: ho deciso di fissarlo in silenzio per provare a capire dopo quanto tempo avrebbe smesso. Non avevo fretta. È una cosa che da sempre mi affascina e tuttora trovo interessante: accade che uno possa sbroccare, ma quanto può durare la fase acuta della stessa? intendo dire, prima o poi la smetterà, o no?

Al mio atto, l’uomo – sulla quarantina, con tanto di figlio al proprio fianco (!) – sentendosi attenzionato, ha persino aumentato il turpiloquio, personalizzando verso di me altre invettive, con io, statuario, distante una quindicina di metri che lo guardavo, seriamente interessato all’esito dell’esperimento. Non domo, dopo una ventina di secondi di lotta coi mulini a vento, sentendosi evidentemente sfidato dal mio sguardo silente, o sentendosi forse anch’egli mal giudicato com’io ora dal mio cane, ha fatto per scendere i 5-6 gradoni della tribuna per raggiungere la recinzione e ancor più approssimarsi a sfogar parole e chissà che altro. Ma nello scendere ha perduto l’appoggio ed è sparito alla mia vista, cascando in basso dietro i cartelloni degli sponsor affissi alla recinzione.
Pochi secondi dopo è riapparso borbottando e fingendo che nulla fosse accaduto, proferendo ancora qualche ultimo insulto mentre risaliva verso il figlio, che lo guardava come si guarda uno che.. uno che è caduto.

Caduto in basso.

Esperimento riuscito. Ho riso, rido tuttora, che uno che cade fa sempre un po’ ridere. Se poi chi cade è uno che fino un secondo prima ti stava gratuitamente riempiendo di madonne e santi, beh… sei ancora più felice di ridere.

A Lecco. Nel 2009. Quella sera.

Che poi la partita l’han rinviata. E quando l’abbiamo recuperata abbiamo perso 3-0. E lì mi sa che rideva più lui di me.
Che quell’anno poi con quei tre punti abbiamo perso il campionato. E poi siamo andati ai playoff e abbiamo perso la finale. In 11 contro 10. E ci bastava il pareggio per salire in serie B.
Potevo ometterlo, che mica c’era bisogno di dirlo che avevamo perso tutte ste cose. Potevo far finire il pezzo con una risata su quello lì di Lecco che cade, col figlio che assiste imbarazzato. Sarebbe bastato, no?

Ma la vita è amara. Se vuoi tu racconta pure solo le cose belle e pulite. Ma tanto mica cambia: pur sempre amara resta.

Che come diceva qualcuno:

“… E vissero felici e contenti” non è la fine della storia, ma è soltanto dove essa cessa d’esser narrata.

Quanta amarezza.

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