CHE POI IL VIRUS …

Cronaca di un giorno di marzo. Marzo di quel fatidico duemilaventi, periodo in cui alcuni termini desueti come “assembramenti” e “contingentamenti” ritornarono ad antico splendore e l’amuchina fu introvabile al pari del gronchi rosa o per chi se la ricorda, la torre di pisa nelle schede telefoniche; leggendaria.
Contingentate furono le entrate ai supermercati, pochi alla volta per evitare all’interno del market assembramenti rischiosi per la diffusione del subdolo virus, il corona, detto anche Co-Vid-19 o anche Sars-coV-2 se non sbaglio. E io non sbaglio.
Gli assembramenti erano perciò all’esterno del supermercato, all’aria aperta, ben separati da almeno un metro l’uno dall’altro, incolonnati in lunghe serpentine che si snodavano dall’ingresso sino ai parcheggi. L’attesa era composta, si discuteva, ci si interrogava sulla possibile evoluzione della situazione, c’era ancora il sospetto che potessero essere misure esagerate, che tutto si sarebbe risolto in breve tempo, che la scienza e le tecnologie avrebbero dato risposte istantanee. Abituati come eravamo al tuttoesubito, doveva essere certamente cosi, non c’era altro scenario possibile. Eppure una linea tensiva di fondo c’era, eccome se c’era.

La surreale quiete di quel momento fu presto interrotta dall’arrivo di un individuo a bordo della sua grossa Audi, guida decisa, finistrini abbassati con musica aaaalta, un remix di una qualche canzone neomelodica che in quel contesto, in quella forma, era più fuori luogo di un pagliaccio a un funerale. E in qualche modo lo era, pagliaccio.
Con tutto un ampio parcheggio a disposizione, individuò in un parcheggio prossimo all’ingresso il giusto posto per la sua auto; poco importa se la coda per l’ingresso fosse di transito proprio lì davanti. Guardato con una certa incredulità da tutti quanti, si impuntò davanti a noi pedoni in coda indicando il parcheggio. Consentitogli – non senza imbarazzo – di avere spazio, parcheggiò l’auto. Se non altro, staccando la chiave pose fine all’inadeguatezza di quella colonna sonora. La sua discesa dall’auto non fece che confermare tutti i luoghi comuni del caso. Spocchioso quarantenne, occhiali da sole, fisico un po’ gonfiato, pancetta da bevitore che lo iscriveva di diritto ad assiduo frequentatore di pub. Pareva alterato da qualche dose di droga, ma più probabilmente era soltanto una buona dose di ignoranza, sta di fatto che forse volendo fare il simpatico, a voce alta cominciò a blaterale qualche idiozia, tra cui “Morirete tutti..” – così come se fosse normale.
Indomito, prese i sacchetti dal baule e sparati un paio di “Mannaggi’al Signore” si recò – la volpe – direttamente verso l’ingresso, dove fu prevedibilmente respinto e invitato a fare la coda, come tutti. Visibilmente offeso, si lasciò andare a un turpiloquio in campano stretto se non sbaglio, e io non sbaglio, risalì a bordo della sua auto e riprese la strada verso casa, facendo rombare il motore mentre dal finestrino insultava noi ligie persone normali, dandoci dei pazzi.
Lui. A noi. Dei pazzi.

Lui. A noi.

“Che poi il virus, tutto sommato, in certi casi..”

No?

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