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L’ERBA DEL VICINO È VERDE GIUSTA

Dopo mesi di freddo, il locale torna ad avere un significato. Il grande terrazzo con accesso diretto alla spiaggia è il suo punto di forza e si distende rivolto allo spettacolo offerto dalla natura che in quel tratto di costa ne disegna una rientranza che definisce un piccolo golfo.
L’ora in più di sole, il cielo limpido, i ritmi pacati del giorno libero, la bella stagione che va a iniziare in contrasto con la bella stagione sportiva che va a tramontare, riempiono di significati – percepiti ma non espressi – il momento. Significati agrodolci, che rimandano a immagini.

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L’immagine di una birra con gli amici di una vita, sul far della sera.
Che se cambi la punteggiatura viene tipo;
L’immagine di una birra con gli amici, di una vita sul far della sera,
che ne dipinge la versione nostalgica da cui sono travolto se penso al continuo inesorabile accumulo uno dopo l’altro dei secondi/minuti/ore/giorni/mesi/anni. Secoli.
Inevitabile tratteggio del mio carattere, perpetua percezione del contrasto tra bellezza e fragilità dell’esistenza, visione di insieme che non lascia spazio a facili entusiasmi nè a profondi crolli emotivi.

C’è un gruppo di ragazzi pochi tavoli oltre il nostro, è una festa di laurea, festeggiano forte, forte come io non so fare da anni. E li invidio. Non che io sia infelice, ma.. come dire.. mi si rovesciano addosso tante questioni irrisolte, tanti avrei dovuto e avrei potuto, tempo passato, tempo gettato, occasioni non colte, cose rimandate e mai più riconsiderate.
E il tempo scorre mentre io mi sento troppo giovane per certe cose per cui in realtà sono abbastanza vecchio, questione famiglia, bambini, io, ma no, sto cosi bene adesso, ma quali bambini, che quelli poi continuano a piangere e vogliono cose, cose che se non gli dai poi piangono, ancora, ma non aveva già pianto prima? Si si, ma piange ancora. Ok, va bene, ma se posso permettermi, tutto quel liquido lacrimoso, di preciso, dove lo tengono? Non so, ma piange. Si si ho capito, smetterà. Dici? Si. Dico.
Il punto è che bisogna stargli addosso h24 e addio viaggi, ozio, amici, libertà.
Però poi guardo bene la mia carta di identità che mi urla addosso che ho quasi anni trentaquattro, e continuo a vivere come dieci anni fa, quindici anni fa, innamorato di un pallone a cui corro dietro, con la differenza che allora ero contornato da uomini dieci/quindici anni più vecchi, e avevo una carriera davanti, mentre ora da ragazzi dieci/quindici anni più giovani, e ho una carriera alle spalle, e tanti pensieri imminenti, che non ho ancora capito bene se una casa la voglio comprare, o stare in affitto, mutuo, tasso fisso o variabile, che cazzo ne so, apro una attività? Non è il caso, non sai quanti casini, mi dicono. A Varese? A Varese non funziona niente mi dicono degli altri. Si ma altri chi? Eh, voci, voci di corridoio. Ma quali corridoi, corridoi di un tribunale? Corridoi Vasariani? Di quali corridoi stiamo parlando? Eh, voci che si sentono, rumors. Ah.

Parte un coro, un coro che interrompe i miei pensieri, un coro festoso rivolto al laureando, e in alto i calici, gente euforica, una corona di alloro sulla testa dell’ennesimo dottore italiano, tutti con la camicia bianca, tutti giovani e bellissimi, tatuaggi che sbucano dal colletto, dalla manica, dal risvoltino del pantalone, acconciature folte e alla moda, occhiali da sole, in piedi sui divanetti, padroni del mondo.
La bella vita. Vivono il sogno di tutti.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, pronto a brindare, che ho sentori di simil invidia per un gruppo di festanti venticinquenni qualunque? Ma perchè? Qualcosa non torna.

E infatti è tutto un bluff ! Che sbadato, quasi subivo l’ennesimo inganno della “Sindrome delle cheerleader“. Quella sindrome che ti fa apparire come un gruppo di fighe stratosferiche un gruppo di ragazze pon-pon, fino a quando non scomponi l’insieme e ti concentri su ognuna di esse, separatamente, scoprendole al più carine, sovente veri e propri sgorbietti. Ma nell’insieme fanno un figurone.
Così scandaglio meglio i singoli che compongono l’insieme e ne traggo ragazzi normali, alcuni con chiari problemi di linea che prima avevo incredibilemnte ignorato, altri ancora eccessivamente pallidi, chi con una postura poco invidiabile, chi stempiato, non tutti poi così euforici come mi apparivano quando li vedevo come unica entità festante-bene. Alcuni addirittura annoiati in disparte, ai margini della festa, intenti a smanettare con lo smartphone.

Ennesima lezione di vita che sbiadisce l’intensità del verde che siamo soliti ammirare nell’erba del vicino.

Il locale si riempie, tutt’intorno siamo circondati da coppiette, amici, amiche, un trionfo di selfie uguali a tanti altri che solo instagram ci dirà quanto valgono grazie alla ghigliottina dei Mi piace. Il popolo del futuro, super connesso, è tutto lì.

E poi ci sono loro, tre anziani in salute, verso i settanta che bevono birra, appaiono felici, niente smartphone sul tavolo, sembrano sapere cose che io non so, sarà saggezza, sarà esperienza, sarà quel che sarà ma sta di fatto che sono perfettamente a loro agio in un contesto giovanile che bada molto all’apparenza; se ne fottono, loro.

Io, quasi anni trentaquattro, ragazzo felice, in compagnia di amici, con un cestello argentato contenente una bottiglia di prosecco immersa nel ghiaccio, brindante, li guardo con stima, con invidia anticipata, sarà la mia ambizione arrivare a fin lì, arrivare a quell’immagine:

“Una birra con gli amici di una vita sul far della sera”

E la punteggiatura, in fondo, è irrilevante.

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