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QUELLA SCRITTA SUL MURO

Esiste, quella scritta sul muro. La trovate percorrendo via Gradisca, una via secondaria, terziaria direi, a Varese, città dove l’autostrada non passa; arriva. Casa.
Di artistico ha ben poco. Non Varese, la scritta dico.
Lo specifico prima che qualche “Sgarbi” della situazione mi dia della “capra” e attacchi con la lezione d’arte fatta di nomi mai uditi di presunti artisti-geni del passato varesino ai quali, mi perdonino, non intendo dare priorità in questa fase della mia vita.
Una bomboletta nera, lettere in stampatello anonimo, calligrafia non invidiabile, andamento incerto, storto, di impatto non piacevole alla vista, deturpatrice di angoli di città. La noti perché è lì – a ore dodici – prima di una svolta a destra obbligata verso – ore tre.
Talmente imperfetta che esclude mire esibizionistiche. E se manca ostentazione di stile (o presunto tale) in un atto forte qual è una scritta sul muro come questa, quel che rimane è una voce, un grido, una traccia che lasci il segno del proprio passaggio in questo misterioso pianeta che fluttua da tempo immemore in una porzione di inspiegabile spazio infinito chiamato universo.

“L’unica cosa che ti prometto è noi”

La considero una delle più belle frasi d’amore che si possano dedicare alla propria donna. Probabilmente sostituirei il noi con io e te. Perchè il noi mi crea un senso di noia, apnea, mi soffoca. Più in generale parlare d’amore mi nausea, l’amore ostentato che vedo in certe coppie, con tutti quei nomignoli, cucci-cucci, piccolina, patatina, orsetto. Che imbarazzo. Infinito. Quel noi che diviene profilo social condiviso lui-lei. Mamma mia, che scelte azzardate, il più delle volte imposto da uno dei due IO che compone quel NOI. Un IO che prevale su un altro IO? Sembra essere l’esatta definizione di Bullismo.

Siete due, siate due.

Sta cosa di diventare un tutt’uno è uno slogan ingannevole, che ti gasa, che se lo segui sei Up, sei il Top, un po’ come la pubblicità dei Fonzies che “se non ti lecchi le dita godi solo a metà“, che la prendi per buona, diventa quello il vero gusto, leccarsi le dita, yeah, evvai! Ma fermatevi e ragionate. Avere le dita impiastrate di fecola di patate che puzzano di piedi è sempre stato un problema. E lo è ancora. Madonne. Ma lo slogan lo ha eclissato. (Ribadisco i complimenti agli autori).

Così come le due metà della mela, che si incontrano e diventano quel tutt’uno. Bella immagine, certo, la mela che si completa. Bellissima. Ma sicuri che abbia davvero senso soffocare l’individuo a favore del tutt’uno? Si? Sicuri Sicuri? Ah beh, allora a posto così. In questo caso ho solo un ultimo appunto;

Aggiungete una A in fondo alla scritta sul muro e troverete la promessa definitiva che più vi appartiene.

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L’ARTE DELLA PAROLA

parole

Pensavo che quando in Tv si dice “E’ il bello della diretta” non si dice mai quando accade qualcosa di bello, ma di norma in seguito a un cazzo intoppo imprevisto. Tipo: Cane che fa la cacca in studio?  “E’ il bello della diretta” – e mastica amaro il presentatore, mentre tutt’intorno risuonano gli immotivati applausi dei figuranti in studio.

E’ una bella trovata quella lì. Rendere bellino qualcosa che bellino non è. Escamotage si chiama.

Che poi ho pensato che è un po’ come gli inceneritori, che da quando li hanno chiamati termovalorizzatori fanno meno paura, nonostante la funzione rimanga la medesima. Eppure funziona, sei portato ad accogliere l’accomodante nome e spegnere la sirena/spia di pericolo che lampeggiava in testa.

A ben vedere, ho pensato che sarebbe come se l’inquinamento lo chiamassimo “Tepore frutto dell’evoluzione”. Non so a voi, ma a me preoccuperebbe meno. O come se le tasse iniziassimo a chiamarle “Partecipazione al bene comune”. Io vorrei partecipare tantissimo al bene comune!

Si perché tu prima eri un polveroso spazzino, mentre ora sei un dignitoso operatore ecologico. Stesso lavoro, stesse ore; ne guadagni non in denaro ma in immagine. E se uno prima era un matto ricoverato in manicomio, ora è un paziente ricoverato in un centro di igiene mentale, che non so perchè ma mi fa venire in mente un dentista che ti apre la testa e la lava con quelle sostanze lì alla menta che hanno loro.

Capitolo a parte meritano i neologismi presi dall’inglese. Se hai meno di 40 anni non sei più un parrucchiere; sei un HairStylist. Non sei più una segretaria; sei un Office Manager. Quando dirai a tua mamma che un’azienda ti vuole come Logistic Executive Account, lei sarà felicissima; finchè non scoprirà che significa magazziniere. E perchè definirti un pasticciere quando puoi essere un Cake Designer? Già, perchè?

E in Gastronomia? Che dire della vellutata di farro su un letto di ratatouille di verdurine scelte, con pioggia di glassa balsamica in crosta di pane? Ragazzi è una cazzo di zuppa. Però la differenza è sostanziale. Non pagheresti mai 15euro per una zuppa, ma per una vellutata di farro-bla-bla.. ti sembra il minimo.

Tipo io poi ho sempre sospettato che sui detersivi per la lavatrice ad esempio, si ottengano aumenti sulle vendite aggiungendo suffissi tipo Plus o Nuova Formula mantenendo inalterato il già valido prodotto. Anche perchè migliorare sempre più una lavatrice ha senso, ma continuare a migliorare un detersivo a me – forse sbagliando – pare impossibile e pretenzioso.

E un meccanismo parallelo avviene con la pubblicità dei Fonzies, che son sempre state patatine apprezzabili ma col problema che ti impiastrano le dita e le impregnano di odore di piedi per giorni. Che fare allora? Risolverlo? Non si può. Trasformiamolo in pregio con un escamotage!

“Fonzies, se non ti lecchi le dita, godi solo a metà”

E ora la gente si lecca le dita contenta! Non ne vede più una limitazione, ma un punto di forza! E la cosa ilare è che con patatine affini quali le Dixi o le Palline di mais, il problema delle dita impregnate resta un fastidioso grattacapo.

Che dire.. Un plauso ai pubblicitari delle Fonzies, che ho motivo di credere abbiano avuto rilevanti guadagni in termine di vendite con l’avvento del nuovo slogan.

Potere della Parola.

Debolezza dell’intelletto.

La forma è più importante del contenuto, in tutto. La comunicazione sposta i consensi. C’è chi ste cose le studia e ne fa un mestiere, io soltanto le percepisco e ci ragiono. Restando, come sempre, Vaghissimo.


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